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Pascale Antonio - La città distratta |
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Titolo | La città distratta |
| Autore | Pascale Antonio | Prezzo Sconto 15%
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€ 6,59
(Prezzo di copertina € 7,75 Risparmio € 1,16)
|  | | Dati | 1999, 128 p. |
| Editore | L'Ancora del Mediterraneo
(collana Le gomene) |
Normalmente disponibile per la spedizione entro 3 giorni lavorativi | | 
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| La recensione de L'Indice |

scheda di Scarpa, D. L'Indice del 2000, n. 03
Da dove vengono la voce e lo sguardo che Antonio Pascale ha scelto per raccontarci Caserta, la sua città d'origine? Una prima risposta la troviamo già al primo rigo di questo libro d'esordio, dove compare l'espressione "sguardo sbieco". Una seconda è il titolo stesso del libro, perché "città distratta" Caserta lo è per varie ragioni: innanzitutto in senso letterale per il suo sviluppo senza discernimento, poi per il suo strabismo tra vecchi e nuovi soprusi, tra nuove ricchezze e nuove povertà, infine in senso etimologico, per l'impressione straniante che la sua essenza sia sempre un po' più in là, sempre altrove, in una periferia (reale o mentale) un po' più dislocata e remota. È un libro bello e singolare questo di Pascale, un libro senza centro fisso che riproduce la forma dell'oggetto di cui si occupa: una provincia che ruota intorno a una città a sua volta provinciale, la cui orbita è deformata dall'attrazione-repulsione di una metropoli europea. Pascale è uno scrittore civile di tipo nuovo, molto diverso dalla tradizione dei Carlo Levi, dei Danilo Dolci, dei Leonardo Sciascia. La sua virtù è stata quella di trasformarsi, per gran parte di queste pagine, in puro sguardo e pura voce: in una mente che percorre la superficie della realtà facendone affiorare crepe e asperità, vuoti e dislivelli. E infatti le parti migliori della Città distratta sono quelle prive di dialoghi, quelle in cui l'autore osserva e parla senza farsi vedere e senza dire "io".
Pascale scrive a frasi molto lunghe, ondose, dinoccolate e pieghevoli di virgole, protese in avanti ma non in maniera lineare bensì spiraliforme, in modo che ogni voluta del periodo abbracci un cerchio più ampio di cose. Possiede una sensibilità acuta e insieme serena per le forme (o per la mancanza di forma) di ciò che contempla. Nel suo libro si alternano brani scritti in corpo più grande ad altri in corpo minore: i primi conducono il racconto mentre ai secondi è affidato una sorta di fermo-immagine, di commento-approfondimento. È la grande trovata di questo libro, ed è qui che la voce e lo sguardo dell'autore si rivelano in pieno. Il cambiamento di corpo tipografico è un cambiamento di tono ma anche di diottrie: nei brani "minuscoli" la realtà è guardata più da vicino, nei dettagli, e insieme più da lontano, con un effetto tra l'eco e la nenia, una nenia che non ottunde bensì affina l'attenzione. È un tono assorto ma esatto e pieno di humour; quando invece Pascale vuol fare lo spiritoso gli riesce maluccio, proprio perché non ne avrebbe bisogno: il suo humour è implicito nel sentimento della lontananza. Il suo sguardo è gentile e inesorabile: posandosi su questi deserti senza ginestre e senza contentezza riesce a filtrare la realtà attraverso la mente senza farle perdere un solo grano della sua ruvidezza e del suo strazio giornaliero.
Credo che Pascale abbia trovato il modo di far fruttificare una lezione che appare inservibile e condannata al manierismo per chiunque voglia imitarla: quella cioè di Calvino, di Celati e magari del "paradigma indiziario" caro a Carlo Ginzburg. La chiave consiste nell'applicare quella lezione non alla letteratura ma direttamente alla realtà.
Domenico Scarpa
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Marco Grande (16-06-2002) Più che La città distratta si potrebbe intitolare Lo scrittore (e l'editore) distratto. Prolisso, sciatto, discutibile, inventato, questo testo ha interesse solo da un punto di vista: l'antropologia degli scrittori (inventati) odierni. Voto: 2 / 5 |  |  |  |
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