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Bruck Edith - Andremo in città | "Il mio fratellino Beni mi tirò a se stringendomi la mano con tutte le sue deboli forze e disse: "Pensi veramente che io guarirò un giorno?". "Ne sono sicura" dissi io "e adesso ascolta. Tutti i giorni alla stessa ora il treno, prima di rallentare, fischia. Lo senti? Non si ferma proprio, ma rallenta e noi avremo il tempo di saltarci sopra. Dovrai essere svelto. Io ti prenderò per mano come ora e hop! Una volta dentro è fatta. Quando vedo la grande stazione vuol dire che siamo in città. Poi scendiamo e cerchiamo un dottore. Avrai aspettato tanto, ma il dottore ti guarirà". Quante volte ho ripetuto queste parole al mio fratellino che aveva sette anni e io undici. Forse è proprio lui che mi diede coraggio e fiducia nel meglio. Sognavamo insieme. Ogni mattina mi chiedeva di che colore è il cielo. E io glielo descrivevo chiaro, di un azzurro tenero dolcissimo, anche quando era nero come il catrame. E finivo per crederci anch'io, per qualche istante, in quel cielo bellissimo». "Andremo in città" ha anticipato di gran lunga "La vita è bella" di Benigni e Cerami. Il racconto, che dà il titolo alla raccolta, compone assieme ad altre storie un libro poetico, dominato da atmosfere dolci e tranquille, ma al tempo stesso permeate dall'angoscia per una tragedia incombente. Come in Primo Levi, cosi in Edith Bruck, la memoria si fa letteratura e la scrittura diventa mezzo per testimoniare al mondo contemporaneo una ferocia umana difficile da raccontare.
| La recensione de L'Indice |
 L'ancora del mediterraneo continua la meritoria serie "Un mondo a parte", titolo-omaggio alla memoria polacco-napoletana di Gustaw Herling, che propone titoli legati alla deportazione e all'esilio, come il tremendo Laogai. I gulag di Mao Zedong di Hongda Harry Wu. In questa collana esce ora Andremo in città, pubblicato per la prima volta nel 1962, che parte dalle memorie personali di Edith Bruck, ungherese da molti anni in Italia, sopravvissuta ad Auschwitz, autrice nota anche per Due stanze vuote e per Lettera alla madre, di prossima riproposta presso la stessa casa editrice. In questa raccolta di racconti spicca quello che dà il titolo, in cui una sorella maggiore narra al fratello la deportazione come un grande gioco, che lo strillo di copertina propone come una delle varie anticipazioni di La vita è bella. Eppure non è certo questo l'aspetto maggiore della raccolta: quello che colpisce è soprattutto la capacità di descrivere nei gesti minimi della quotidianità il sorgere e l'esplodere dell'intolleranza in una comunità ristretta, secondo quelle tremende dinamiche di cui discute analiticamente il recente Il pogrom di Adam Michnik (a cura di Francesco Cataluccio, Bollati Boringhieri, 2007), che ricostruisce un tremendo episodio antisemita accaduto a Kielce in Polonia il 4 luglio 1946. In tal senso si incide nella memoria Il pane azzimo, in cui l'offerta di questo cibo scatena in una compagna cristiana povera una reazione asperrima di rifiuto e il desiderio di una vendetta spietata: strusciare pancetta di maiale sulle labbra della protagonista.Siamo in un mondo yiddish misero, dai tratti violenti, in una dimensione familiare in cui lo scontro è la nota dominante, un ambiente mai riscattato né da una battuta a effetto, né tanto meno dalla nostalgia per uno shtetl alla Singer. In questo senso emerge soprattutto La sentenza, ritratto inciso con violenza espressionista di uno shaychet, il giudice in sinagoga del fatto che la carne fosse o meno kosher. Dalle sue parole brevi, taglienti, dipendeva la possibilità di mangiare di intere famiglie, mentre le massaie cattoliche aspettavano avidamente fuori dalla porta del tempio, in attesa di fare un buon acquisto, per animali che ormai avevano completamente perso di valore per i proprietari. Lo sguardo è quello di una bambina, in cui l'autrice si identifica. In Silvia, uno degli esiti più notevoli, nasce una relazione profonda di affetto tra Robert, figlio riottoso di un comandante nazista fanatico e una piccola ebrea trovata nel bosco, sfuggita in qualche modo alle crudeltà del vagone piombato, che alla fine, all'arrivo degli Alleati, dichiarerà l'altro come proprio fratello, sancendo con le parole la possibilità di una nuova convivenza che riesca finalmente a accantonare il tremendo deposito di leggende crudeli e metafore assassine. Luca Scarlini |
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