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"Lontano è il tempo in cui san Bonaventura predicava la delectatio. Docere et delectare: a lungo l'arte ha avuto come fine di arricchire lo spirito e di deliziare i sensi. L'arte contemporanea sembra aver cambiato completamente registro. L'età del disgusto è subentrata all'età del gusto: esibizione e desacralizzazione del corpo, svilimento delle sue funzioni e delle sue forme visibili, mutilazioni e automutilazioni, fascinazione per il sangue, gli umori corporali e gli escrementi, coprofilia, coprofagia... Da Lucio Fontana a Louise Bourgeois, da Orlan a Serrano, da Otto Muehl a David Nebreda l'arte si è impegnata in una strana cerimonia dove il sordido e l'abiezione scrivono un inatteso capitolo della storia dei sensi." (Jean Clair)
rogopag99 (04-12-2005) Nel suo ultimo saggio, Jean Clair interpreta alcune tendenze specifiche dell’arte contemporanea che hanno come comune denominatore, “la desacralizzazione del corpo, lo svilimento delle sue funzioni e delle sue forme visibili”, con categorie attinte dalla teologia. Il sottotitolo dell’opera, “Apofatismo e apocatastasi nell’arte di oggi”, impiega due termini propri del vocabolario teologico. L’apofatismo rimanda alla teologia negativa di Dionigi l’Aeropagita, all’impossibilità di attribuire a Dio predicati che attingono alla sfera umana. Essendo Dio totalmente altro dall’uomo di esso si può soltanto dire ciò che non è. Come esito ultimo l’apofatismo rinvia al silenzio. L’apocatastasi, prevede, alla fine dei tempi, la restaurazione di tutto il reale, compreso il male, in seno alla divinità. Per Jean Clair l’estetica del disgusto e dello stercorario che impregna buona parte dell’arte contemporanea (i fratelli Chapman, Louise Bourgeois, Ron Mueck, David Nebreda ecc.) sarebbe apofatica in quanto “Non c’è niente da pensare, niente da dire della merda. Ci sarebbe dunque un’incomprensibilità dell’essenza dell’orrore così come c’è un’incomprensibilità dell’essenza di Dio”, e apocatastatica in quanto l’esibizione del ripugnante e del fecale avrebbe una connotazione essenzialmente esibizionistico- edonistica, prova che essa non si interroga più sulla natura intimamente tragica del male, ma lo interpreta come un semplice passaggio nel trionfo del bene finale.
La tesi di Clair è letterariamente e filosoficamente raffinata ma è troppo lambiccata e baroccheggiante per essere realmente persuasiva. Manca di un punto d’appoggio teorico solido sul quale si possa convenire o dissentire argomentativamente. Rinviare la “banalità del male” nella sua forma odierna di consacrazione artistica all’apocatastasi, ha tutta l’inconsistente ricercatezza di un ghirigoro alessandrino.
Voto: 2 / 5 |  |  |  |
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