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Goncourt Edmond de; Goncourt Jules de - Journal. Memorie di vita letteraria. Vol. 2 |
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Titolo | Journal. Memorie di vita letteraria. Vol. 2 |
| Autore | Goncourt Edmond de; Goncourt Jules de | Prezzo Sconto 15%
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€ 127,50 
(Prezzo di copertina € 150,00 Risparmio € 22,50)
|  | | Dati | 2009, 4 voll. | | Curatore | Sorbello V. |
| Editore | Aragno
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Normalmente disponibile per la spedizione entro 3 giorni lavorativi | | 
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| La recensione de L'Indice |
 Muore Jules, il fratello inseparabile, e tra freddo, bombardamenti e carestia si succedono a Parigi l'assedio dei prussiani e i moti della Comune ("ecco le strenne del 1871"). Con queste albe tragiche si apre la continuazione del Journal affidata al Goncourt superstite, Edmond. Lo stile dell'opera non cambia, l'acutezza dell'osservatore non ha cedimenti. Differenza di fondo fra la tranche binoculare (1851-70) e questa (1871-96) è che il Journal, concepito originariamente come opera postuma, inizia dal 1885 a essere via via pubblicato dall'autore, sia pure in forma di "verità parziale" (quella "assoluta", senza censure, è prevista ai vent'anni dalla sua dipartita). Non è peraltro benevola né prudente la stessa verità parziale, se scatena da subito le proteste di non pochi intellettuali, le cui chiacchiere più incaute e conviviali sono ora, parola per parola, di pubblico dominio. Si diffonde a Parigi e dintorni il timore dalla granitica memoria goncourtiana che tutto stenografa (persino Alphonse Daudet confesserà all'amico Edmond di aver misurato le parole da una certa data in poi). Certo, quell'amaro leit-motiv sull'incomprensione dei contemporanei verso i due frères poligrafi che ricorreva nei primi tre tomi del Journal (cfr. "L'Indice", 2007, n. 12) persiste anche nei successivi quattro (con cui Aragno conclude meritevolmente la prima edizione italiana integrale). Adesso però Edmond, assurto pubblicamente a memoria storica di mezzo secolo di vita culturale parigina, cauterizza meglio le antiche ferite; il Journal, uscito allo scoperto, comincia a essere un temibile strumento di controllo sul mondo delle lettere o, come dice bene Vito Sorbello nell'acuta introduzione, "una borsa dei valori letterari indicizzata sull'arte". Di certo, l'antica e strenua ambizione dei due fratelli che il nome Goncourt sopravviva nei secoli ha ora in quelle migliaia di carte scottanti un primo traguardo assicurato (la creazione di Prix e Académie omonime ne saranno un rinforzo vincente). Prima ancora che un osservatorio impagabile su tutto quanto si muove a Parigi, il Journal è soprattutto l'autobiografia di una vocazione letteraria spinosa, incontentabile, seminata di insoddisfazioni. È il lavoro di due puri osservatori, ipersensibili e lucidi sino alla nevrosi, inetti all'azione ("Noi: bile e nervi: mancanza di sangue che fa l'azione"). A monte di ogni loro opera (storiografica, artistica o narrativa) c'è una preventiva e scrupolosa documentazione, ma Edmond confessa egualmente i dolori di ogni inizio, quando di fronte al foglio bianco persiste la "nebbia della mente" e l'idea è "indecisa, vaga, fluttuante"; né sono più agevoli gli sviluppi, visto che, qualsiasi soggetto trattino, i fratelli non rinunciano a perseguire una scrittura maniacalmente raffinata (esercizi ed equilibrismi che poi Edmond trasfigurerà in quelli circensi di Nello e Gianni nel romanzo dei frères Zemganno). Dalla dignitosa consapevolezza di una "vita di fatica, di lavoro, di dedizione all'arte" discendono i tanti contraccolpi d'orgoglio e di pena di fronte ai maggiori successi altrui, compagni di viaggio della forza di Gautier, Flaubert o Zola. Intanto, un romanziere o un drammaturgo di quelle generazioni doveva comunque passare le forche caudine di critici come Sainte-Beuve, Sarcey o Barbey d'Aurevilly (e bastava comunque un'occasionale lettera a un giornale, nel 1884, da parte di un malevolissimo Champfleury per dare a Goncourt gli spasmi della stroncatura). E poi il Journal configura magistralmente quella concorrenzialità implicita nella moderna modalità della produzione editoriale; ecco il formarsi di vere e proprie "scuderie" (Hetzel, Calmann-Levy, Lemerre o Charpentier), il differenziarsi di tirature esclusive su carta di lusso, i confronti sul numero delle migliaia di copie vendute, l'esposizione o meno del proprio portrait e del proprio ultimo romanzo nelle vetrine delle librerie, la possibilità di trasformare quest'ultimo in una pièce teatrale di successo per entrare in circuiti di ancor maggiore visibilità (si cimentarono quasi tutti). Goncourt vive competitivamente tutti questi indici e, se si accorge di perdere terreno, rivendica per la posterità ruoli di precursore con il suo Germinie Lacerteux o denuncia plagi a proprio danno, soprattutto da parte di Zola (L'Assommoir sarebbe in debito di intere scene a La fille Elise e a Germinie Lacerteux; La joie de vivre a Chérie). È consapevole, a ragione, di possedere, rispetto alla media dei confrères ("questi ciechi"), una più spiccata sensibilità alle arti visive e al gusto dell'arredamento ("esecrabile" e "Perdio! da puttana" è quello di Maupassant). Ma questi convincimenti a latere non leniscono il tarlo. Sono troppo frequenti i ritrovi conviviali (condivisi soprattutto con Flaubert, Zola, Daudet, Turgenev) in cui il fiume di chiacchiere tende comunque a sfociare sul comune mestiere, sull'officina del romanzo (mai una parola su fatti musicali, filosofici o su letterature extra moenia). E qui, tra un Flaubert eremita in odore d'immortalità, Daudet con il suo successo popolare e il ciclopico e inarrestabile progetto zoliano, Goncourt accusa un senso di marginalità che nessuna delle sue diversioni artistiche (collezionismo, frequentazione di mostre e musei) o mondane (il salotto della principessa Mathilde) riesce a sopire. Senza questo sordo rancore per la disparità di fortune, certo il Journal non avrebbe quel sentore tacitiano di décadence, descrivendo scrittori senza grandi ideali, millantatori di aneddoti piccanti e di tirature editoriali; e poi, nelle loro fragili ipocondrie, quasi a pagare un prezzo anticipato alla gloria, ecco le "nere malinconie" e gli "accessi di pianto" di Flaubert, il tremito delle mani e le superstizioni di Zola, gli stenti di parola di Gautier, le allucinazioni di cui tutti sono affetti e che generano uno scambio di spaventosi racconti. Domina in certe serate la paura di quella morte che Turgenev assicura di percepire in certi appartamenti come "impercettibile odore di muschio". Tante labilità Goncourt diagnostica tout court come "nevrosi letteraria" che assicura va consumando tutti loro uno dietro l'altro. Eppure, nevrosi o meno, il goncourtiano "travail de la cervelle", l'instancabilità dello sguardo, la sincera spietatezza del giudizio fanno dell'"immense emmagasinement d'observations" un'opera inconfondibile e senza noia, inno alla letteratura in tutte le sue propaggini e manie: come quella di compiacersi di un'edizione originale di Musset nel pieno del digiuno e dei fumi della Comune. Carlo Lauro |
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