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Ciliberto Michele - Pensare per contrari. Disincanto e utopia nel Rinascimento |
| La recensione de L'Indice |
 Ripensare oggi il Rinascimento, questo concetto essenziale "nella costituzione della 'coscienza' e della 'identità' europea moderna", significa analizzarne le componenti "mitiche", associate nel corso dei secoli a diverse "opzioni di carattere ideologico, politico, e anche filosofico". All'interpretazione di questa grande stagione sono dedicati i "sondaggi" di Michele Ciliberto, che propongono una lettura non univoca ma "dialettica": il mito di un Rinascimento "solare" e "armonico", o quello unilateralmente "notturno" e "umbratile", sono sostituiti da un modello di pensiero fondato sui "contrari" ovvero sulla "'contrarietà' fondamentale che domina l'universo", considerata come tema e insieme come forma linguistica o argomentativa. Numi tutelari di quest'"essenzialità dei 'contrari' nella costituzione e nel movimento vicissitudinale della realtà" diventano allora Leon Battista Alberti, Niccolò Machiavelli e Giordano Bruno, tutti considerati nella loro "dimensione propriamente filosofica". Il relativismo della condizione umana, che in Alberti contraddice ogni ideologia della dignitas hominis ; il destino "tragico" di un'esistenza individuale e politica dominata dalla fortuna e dalla natura, che Machiavelli condanna all'inesorabile "corruzione"; la coscienza dolorosa dell'accidentalità e della marginalità dell'individuo "nell'universo senza centro e senza periferia" di Bruno: sono tutte manifestazioni di un "disincanto" davvero archetipico nel pensiero rinascimentale e che tuttavia si capovolge a ogni istante nel "contrario" di un progetto, di una speranza, di un'utopia. È appunto nella "riforma", intesa come scavalcamento e capovolgimento del negativo, che gli autori modello di Ciliberto trovano l'altro polo della loro dialettica: riformare l'arte o lo stato, la scienza o la religione, significa infatti trasformare il contrasto e la differenza in una nuova ipotesi filosofica, al di là di ogni compromesso o facile "mediazione". Pensiamo al "contrasto fra gli 'opposti'" come motore indispensabile della società e dello stato in Machiavelli. Pensiamo alla "concezione bruniana della Vita-materia infinita" che sulla molteplicità e sulla differenza è appunto fondata: "Perché le cose grandi son composte de le picciole, e le picciole de le picciolissime, e queste de gl'individui e minimi". A quest'ultimo esempio le pagine di Ciliberto (erudito specialista di filosofia bruniana) concedono maggiore spazio e più approfondita riflessione. Vero e proprio emblema diventa lo sperimentalismo formale e linguistico di Bruno, quel suo mescolare generi e registri in un vertiginoso pastiche, quel suo traversare le discipline più diverse alla furiosa ricerca di una verità che si presenta essa stessa come una "musicale" contraddizione. Quella di Bruno è una ricerca nata dalla crisi, che la riscoperta novecentesca della filosofia ermetica (da Richard Reitzenstein a Eugenio Garin e Frances A. Yates) ha permesso di rivalutare, sotto il segno della ciclicità universale e privilegiando l'"elemento emozionale, intuitivo, rispetto al momento intellettuale, razionale, scientifico". Ed è proprio un'immagine del Rinascimento come età di crisi, non pacificata, ma paradossalmente divisa, a segnare queste pagine: l'ombra minacciosa dell'imbestiamento e, insieme, la suprema rivelazione della luce. Rinaldo Rinaldi |
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