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Ward Colin - Dopo l'automobile

Dopo l'automobile TitoloDopo l'automobile
AutoreWard Colin
Prezzo
Sconto 15%
€ 10,20
(Prezzo di copertina € 12,00 Risparmio € 1,80)
Prezzi in altre valute
Dati1997, 168 p., 2 ed.
TraduttoreBuzzi A.
EditoreEleuthera   

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La recensione de L'Indice
Recensione de L'indice

recensione di Bassetti, R., L'Indice 1993, n. 8
(recensione pubblicata per l'edizione del 1992)

Salman Rushdie ha scritto che una storia raccontata è anche una censura perché impedisce che si raccontino altre storie. Se questa legge vale per qualsiasi scritto, la censura operata da Colin Ward è piuttosto grave. Egli ha infatti impedito che si scrivesse un saggio antropologico sull'automobile visto che il suo non lo è di sicuro.
Davvero ci si attendeva di più da un libro "anarchico" sui trasporti, come lo stesso autore lo definisce. L'unica proposta concreta (si fa per dire) è la gratuità del trasporto ferroviario, accompagnata dal blocco totale degli investimenti per la costruzione delle strade: una soluzione ipotizzabile solo nel quadro di uno spinto statalismo.
Per il resto non c'è nulla di diverso dalla consueta litania su effetto serra, buco nell'ozono, tasso di mortalità, sventramenti dei centri urbani: tutti argomenti, intendiamoci, di sacrosanta attualità e suprema dignità ma che, esposti con maggior rigore analitico e statistico in altre e numerose circostanze, attendono ormai una sintesi unificatrice, capace di realizzarne i postulati e di mediarli con le opposte esigenze.
Al riguardo è singolare che Ward citi costi energetici, umani e ambientali dell'auto ma prescinda completamente dal rapporto con l'occupazione che a tutt'oggi rende insostituibile l'industria automobilistica. Che cosa ne sarebbe delle decine di milioni di lavoratori impiegati nel settore se tutti girassero a piedi, ancora nessun anarchico o ecologista ce lo ha spiegato. È vero che, spingendo tale argomento sino a un punto ricattatorio, la lobby automobilistica ha contrastato progetti e alimentato campagne disinformative. Tuttavia il filone utopistico della letteratura sui trasporti getta ulteriore discredito sulla validità delle alternative. Qui non si tratta di trasformare tutto in un pezzo da museo bensì di razionalizzarne l'uso. Il buon esito del tentativo passa anche per un rimaneggiamento dell'apparato simbolico che circonda le quattro ruote. Il dibattito sul futuro dell'auto, allora, non può restare patrimonio esclusivo di ingegneri e ambientalisti ma, inserito in una prospettiua di più ampio respiro, deve coinvolgere sociologi, psicologi, filosofi. Lo riconosce Franco La Cecla nella sua prefazione, acuta (così come prodiga di utili dati è la postfazione di Giuseppe Onufrio), eppure non in tutti i punti capace di superare il confine che intercorre tra la provocazione, ancorché brillante, e la tesi.
Gli studi sui mutamenti antropologici e oserei dire biologici che l'auto ha introdotto nell'uomo sono fermi ai rudimenti basilari di un Mumford o di un McLuhan e alle teorie psicoanalitiche che considerano il veicolo un oggetto della pulsione sessuale. È strano, ad esempio, come nessuno rilevi che l'auto non è solo una valvola di sfogo dell'aggressività ma anche una fonte autonomamente generatrice della medesima poiché colloca le relazioni umane su un piano di ineludibile antagonismo: coloro che incontriamo per la strada diventano avversari che ci contendono il posto per parcheggiare, minacciano la nostra integrità fisica con i loro errori o le loro avventatezze, intralciano la rapidità di movimenti cui aspiriamo quando saliamo su un veicolo. Forse soltanto la guerra più dell'auto ci mette così sulla difensiva nei confronti del prossimo e rende potenzialmente nemico qualsiasi individuo che si trovi sulla nostra stessa strada. O ancora: poco (o nulla) si è riflettuto su quanto l'auto funga da palestra per la trasgressione delle norme. La minuziosa regolamentazione della circolazione dei veicoli pone, con una continuità inesistente in qualsiasi altro settore della vita, la tentazione del riadattamento personale della norma e i giovani scoprono come sia facile (e produca nell'immediato un risultato positivo) la violazione delle prescrizioni rivolte alla collettività.
Né tra i danni prodotti dall'auto va trascurato il suo effetto di status-symbol: non quello di rimarcare le differenze sociali, come sostiene certa facile pubblicistica, ma quello di pareggiarle per finta, permettendo anche a persone di reddito non elevatissimo di accedere alle vetture di lusso e deviando le energie di costoro dal perseguimento di obiettivi meno futili. Sotto questo e altri profili l'auto è sempre stata funzionale all'ideologia dominante: pensiamo anche a quanto la mitologia della velocità giovi al culto della frenesia dei ritmi produttivi.
Eppure all'auto non può disconoscersi un ruolo fondamentale e propulsivo nella formazione dell'individuo e della civiltà e non è dunque il caso di approdare a sterili estremismi e insulse demonizzazioni. Del resto non è accettabile che, riguardo alla tecnologia, l'unica alternativa sia fra subirla e bandirla.

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