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Letteratura: storia e critica   Storia e critica  Studi generali  Dal 1900 

Corrias Pino - Vita agra di un anarchico. Luciano Bianciardi a Milano

Vita agra di un anarchico. Luciano Bianciardi a Milano TitoloVita agra di un anarchico. Luciano Bianciardi a Milano
AutoreCorrias Pino
Prezzo € 10,33
Prezzi in altre valute
Dati1993, 192 p.
EditoreDalai Editore  (collana Storie della storia d'Italia)

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La recensione de L'Indice
Recensione de L'indice

recensione di Cases, C., L'Indice 1993, n. 6


Alla fine del 1962, con "La vita agra", Luciano Bianciardi diventa celebre da un momento all'altro. Aveva scritto un libro "incazzato" contro Milano e sperava che "s'incazzassero anche gli altri. E invece-scrive alla sorella- è stato un coro di consensi, pubblici e privati, specialmente a Milano". Colmo del colmi, Montanelli lo chiama al "Corriere" e gli offre trecentomila lire per due articoli al mese. Per Bianciardi, che traducendo come un matto guadagna pochissimo e ha due famiglie da mantenere, sarebbe la salvezza senza la rinuncia all'indipendenza. Non è vero che in questa società che comincia a profilarsi e che Bianciardi è stato tra i primi a descrivere non ci sia posto per gli anarchici. Sembra che ci sia posto per tutti, quindi anche per loro.
Ma Bianciardi è qualche cosa di più di un anarchico. Che cosa sia, glielo dice Montanelli sul punto di congedarlo. Conosce i suoi polli, immagina che Bianciardi scriverà stupito all'amico grossetano Mario Terrosi: "Quel che potevo l'ho fatto, e non è servito a niente. Anziché mandarmi via da Milano a calci in culo come meritavo, mi invitano a casa loro". Montanelli è uno di questi, ma sa che cosa frulla in testa ai toscani maledetti e perciò dice al convocato: "Mi raccomando, non fare il bischero". Lui ci pensa su e rifiuta la proposta, fa proprio il bischero. Almeno per qualche tempo, poi si mette a collaborare al "Giorno", pensando che sia un male minore, a poco a poco scivola nella vita mondana di Milano, beve enormemente, si trasferisce a Rapallo senza intuire che è una `'piccola Milano", continua a bere, torna a Milano e qui muore di cirrosi epatica alla fine del 1971, a quarantanove anni. A un bravo bischero è difficile sopravvivere in un mondo di furbi e di ricchi che sta divenendo tutto come Milano.
La questione se i giornalisti possano o meno diventare scrittori non è poi tanto difficile da risolvere, perché dal mestiere di giornalista si può imparare a dire in breve le cose che si sanno bene oppure a dire prolissamente le cose che non si sanno punto. Corrias appartiene alla prima categoria, in un libro non ha nemmeno bisogno di perdere parole con le testimonianze, che si susseguono senza soste: "dice Arpino, ricorda Terrosi, Maria, Ripa di Meana...". È un libro migliore di cento romanzi e che avrebbe potuto essere scritto solo da un giornalista. Che cosa si vuole di più? Corrias non ha mai conosciuto Bianciardi ma si è informato scrupolosamente dai familiari, dall'amante Maria, dagli amici. Ne è uscito fuori un libro bellissimo. Io Bianciardi l'ho conosciuto prima a Pisa, dove lui appariva qualche volta con l'(allora) inseparabile Cassola, poi l'ho rivisto un paio di volte a Milano, dove non gli pareva vero di incontrare un milanese autentico con cui poteva sparlare della mia città natale e rimpiangere le sue maremme. Ma leggendo questo libro mi accorgo di aver sempre saputo assai poco di lui. Il fatto è che a Milano rientravo nei ranghi ed evitavo la bohème di via Brera, che permise a Luciano di sopportare quella città per qualche anno e che tanta parte ha in questo libro. Avevo studiato alla scuola di marxismo-leninismo che la bohème è solo il rovescio della piccola borghesia. È vero, però... certe volte rimpiango di non essere capace di ubriacarmi e di non essere morto di etilismo acuto come Bianciardi, finché non c'era la droga e poteva avere un senso farlo.
Di Bianciardi non ci si dimentica, neanche l'"Indice" se n'è dimenticato e in occasione della ristampa del "Lavoro culturale" ha addirittura promosso questo libro "libro del mese" (cfr. anno VIII, n. 5, maggio 1991). Ma nel libro di Corrias non c'è solo lui, c'è tutta una tragedia italiana in tre atti: una provincia piena di vitelloni intelligenti e irrequieti, un miracolo economico accompagnato da qualche speranza che esso possa assorbire e riabilitare quelle virtù dell'arretratezza, infine il crollo di queste speranze e la scelta tra l'integrazione e la morte. Bianciardi non s'era mai fatto illusioni, tuttavia in qualche modo "ci stava", un po' per l'inerzia e il fatalismo del "piedone" (così soprannominato a Grosseto) di provincia, che lasciava che le circostanze decidessero per lui, un po' perché il miracolo economico, per antipatico che fosse, gli rermetteva di sopravvivere senza tirar troppo la cinghia. Come in certe opere di Brecht, nell'"Integrazione" aveva rappresentato le sue due anime in due persone distinte, due fratelli di cui uno rimaneva ribelle, l'altro s'integrava. Questo sdoppiamento gli permetteva di guardare quanto avveniva sia dal difuori che dal didentro. E quanto avveniva era l'avvento tumultuoso di ciò che allora, sempre con qualche speranza in corpo che fosse revocabile o correggibile, si chiamava "neocapitalismo". Nessun libro di storia racconta questa svolta fondamentale con la stessa chiarezza e evidenza come fa Corrias in poche pagine, spesso citando Giorgio Bocca, che retrospettivamente dice: "Chi non ha visto la Milano di quegli anni non può capire la fuga a occhi chiusi verso il benessere e le radici della crisi economica e morale di oggi. Fingevamo di essere moderni, mentre avevamo alle spalle dei serbatoi immensi di manodopera sottopagata e le campagne abbandonate". Bocca era proprio il tipo che "ci stava" fino in fondo, allora, e che per questo non amava frequentare Bianciardi, che con il suo aspetto luttuoso (il nero doveva essere una specie di uniforme grossetana, perché anche Cassola, per tanti rispetti diverso dall'amico, ne faceva sfoggio) raggelava le speranze del popolo del danee. Ma che cosa poteva opporre a queste speranze? Il lutto che Bianciardi e Cassola si erano tirati dietro dalla maremma era il lutto di un'Italia che stava scomparendo e che meritava di scomparire, ma non con lo scoppio che uccise i quarantanove minatori di Ribolla cui i due grossetani dedicarono l'indagine "I minatori della Maremma", uscita da Laterza nel 1956. Come, allora?
Nessuno lo sa. L'avvento del miracolo economico rende tutti soli, ma soltanto Luciano lo capisce fino in fondo. Nella "Vita agra" c'è un uomo solo che si batte per la sopravvivenza in una città invivibile. È un romanzo, una finzione, ma troppo vicina alla realtà per non suscitare la legittima reazione della compagna Maria Jatosti, riferitaci da Corrias: "La donna del protagonista non fa che dormire, leggere, passeggiare, mentre lui è solo contro tutti... E io dov'ero? Le mie angosce, la mia fatica dov'erano?" E dov'erano i pittori e i fotografi di via Brera la cui amicizia li aveva sorretti entrambi in quegli anni? Certo, Bianciardi aveva avuto torto a ometterli dal quadro, a differenza di Corrias che ce li rimette tutti e forse per questo ha raccolto i suffragi di un vecchio amico dello scrittore, Giampaolo Dossena, che dichiara di non poter più rileggere i suoi libri. Ma era destino che Bianciardi compisse la sua parabola di solitario, abbandonato anche dai grossetani e accompagnato solo da Maria nonostante l'offesa arrecatale. Forse ha ragione Dossena: tutto sommato questo di Corrias è il miglior libro di Luciano Bianciardi, se non altro perché inquadra mirabilmente la sua storia nella nostra di noi sopravvissuti. È una storia tragica, forse però meno di quella di Malcolm X, che, come ci ha raccontato recentemente lo stesso Corrias sulla "Stampa", a quasi trent'anni dal suo assassinio è diventato grazie al film su di lui un oggetto di culto riprodotto in milioni di poster, di distintivi e di fibbie a cura dei suoi assassini. Per sua fortuna, la provincia maremmana e italiana ha risparmiato a "piedone" un destino simile.

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