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Tuzzi Hans - Il Maestro della Testa sfondata |
Hans Tuzzi è lo pseudonimo con il quale un saggista italiano ha firmato la guida "Collezionare libri antichi, rari, di pregio". Con questo giallo esordisce come romanziere.
| La recensione de L'Indice |
 Chi abbia letto e apprezzato la fortunata guida Collezionare libri antichi rari di pregio (Bonnard 2000) anche senza seduta stante convertirsi alla bibliofilia (come non mi sono convertito io) dovrà riconoscere che Hans Tuzzi alla competenza e gradevolezza espositiva congiungeva un bel piglio narrativo: perché dietro ogni libro agognato per anni o trovato per caso c'è naturalmente una storia – una storia di desiderio. Quindi non è poi così sorprendente ritrovare il nostro collezionista in veste di romanziere: d'un giallo o noir ça va sans dire essendo Tuzzi uno pseudonimo l'uomo vero un mistero. All'inizio c'è un tranviere – a mezzanotte al capolinea sbagliato – con la testa sfondata in sospetta coincidenza con la morte per infarto (?) di un noto libraio antiquario. Basta al Tuzzi un solo altro assassinio a metà libro (e d'un personaggio per altro egregiamente antipatico) per mantenere una buona tensione per quasi trecento pagine intanto sbozzando le sue figure con tutto l'agio e aprendo un bello squarcio sulla brutta Milano subito prima dell'affaire Moro. Non saprei dire se e quanto il Maestro della Testa sfondata sia un roman à clef e dietro al suo mondo di bibliofili antiquari e legatori variamente aristocratici s'ammicchi a questo e quello: ma non importa il libro sta in piedi anche da solo un po' come (si parva licet) non c'era nessun bisogno di conoscere la Torino bene per godersi la Donna della domenica. E infatti qui più che delle teste sfondate si gode di certe passeggiate per la città dei ristoranti da scovare; di un'idea della politica che purtroppo o per fortuna (se ha portato a quella d'ora…) sembra irresistibilmente d'antan; di bei dialoghi ariosi senza fretta; della malinconia intelligente che sotto sotto accomuna il commissario Melis che non ha saputo tenere le donne amate e l'editore Frangipane l'omosessuale che sa di non poter tenere l'uomo che ama. Al Tuzzi semmai si può rimproverare un po' troppa dovizia di informazioni tecniche (per altro quasi inevitabile in questo genere di divertissment): qualche "lezione di bibliofilia" poteva essere scorciata senza danni mi sembra per lo scioglimento finale. Anche perché la vera sorpresa non è tanto il nome del colpevole ma – vero colpo da "maestro" – quello che si scopre nelle ultimissime righe: che improvvisamente in perfetto stile socratico sappiamo di non sapere – e forse (anche se Melis lo speriamo sarà chiamato a indagare altri delitti di bibliofili) non sapremo mai. Francesco Rognoni
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