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Mangano Raffaele - Il mio amico Abdul | Michele legge gli appunti dell'amico scomparso (Renato) e parla con lui, compiendo un passaggio nel tempo e aldilà del tempo. Un dialogo che attraversa e attutisce la difficile distanza degli anni, e fa i conti con quella ancora più forte tra la vita e la morte. Tra i due amici si inserisce la vicenda di un terzo personaggio, Abdul, studente afgano conosciuto durante le peregrinazioni giovanili. Ed è Abdul che diventa il protagonista dell'ultima parte del libro con la sua storia personale, sino a chiudere il cerchio delle vite incrociate proprio alla fine del quaderno. Sopra i tre personaggi vive il sentimento dell'amicizia; un'amicizia color del cristallo, disinteressata, assoluta, che supera ogni barriera e si fa beffe del tempo.
7 recensioni presenti. Media Voto: 4.85 / 5Silvia Santi silvia.biu@tiscalinet.it (04-10-2003) Mi ha ricordato " Viaggio in India” di Pasolini, un libro che mi era piaciuto molto.
Amo conoscere le esperienze di persone che hanno vissuto realtà così diverse dalle mie , per confrontarle e meditare. Il Mio amico Abdul è un libro profondo e con continui spunti che inducono a riflettere. L’ autore ha toccato temi che coinvolgono proprio tutti. Lo dovrebbero leggere coloro che vivono con superficialità i sentimenti e non danno mai profondità ai pensieri.
Silvia Santi ( Milano)
Voto: 5 / 5 |  |  |  |
Pietro Vitali strega04@libero.it (01-08-2003) Viviamo tempi che ci allontanano sempre più dai valori etici fondamentali - amore, amicizia, solidarietà, tolleranza ecc. -, imponendoci schemi e modelli di grossolana massificazione. Per questo motivo ho apprezzato i protagonisti del libro, tesi all’ irriducibile ricerca di qualcosa di trascendente che li porti alla conoscenza di sé stessi e della vita. Con le loro esperienze, anche controverse, non ci danno solo palpitanti emozioni, ma, quello che più conta, la forza di non smettere di credere, magari da illusi, nella poesia e nella profonda bontà dell’ uomo. In uno stile conciso, antiretorico ed immediato, senza mai indulgere alla moda scontata della facile denuncia e dei messaggi gratuiti, l’autore ha saputo creare personaggi autentici e non stereotipi: uomini veri, in sostanza, concepiti e raccontati da un vero uomo.
Pietro Vitali ( Milano)
Voto: 5 / 5 |  |  |  |
Bartolomeo Di Monaco bartolomeo.dimonaco@tin.it (18-07-2003) Michele, quasi un alter ego, è una voce che parla con un amico defunto che ha nome Renato, il protagonista, e commenta, con grafia in corsivo, il diario scritto da quest’ultimo su di un vecchio quaderno di scuola: “Copertina nera, carta di pessima qualità”, in cui racconta le sue esperienze, vissute insieme con alcuni amici in un viaggio che lo porta dal maggio francese fino ai Paesi poveri del Sud Est asiatico. Nel corso di questo viaggio si ha l’incontro con la meridionalità, considerata spregiativamente dai Paesi ricchi, dal Nord Europa soprattutto, a partire dai cugini francesi, così che Abdul, l’amico afgano, che dà il titolo al libro, incontrato a Parigi e ritrovato a Bangkok, siamo e sono (come suggerisce la stessa copertina, che ritrae un uomo senza volto) tutti i discriminati della Terra, senza alcuna ragione che lo giustifichi, sia essa il colore della pelle, o la propria fisicità, il censo, la provenienza, la religione, le proprie idee, e tutte le altre possibili ingiustizie che sono e saranno. Ma soprattutto discriminati dalla miseria, mentre vi è una parte del mondo “ricco e sprecone, che esibisce in modo osceno la sua opulenza senza riguardo verso chi soffre”. Si tratta di un protagonista speciale, dunque, che non è colpito dalle bellezze paesaggistiche che gli si aprono davanti, ma i suoi occhi sono attenti a cogliere la sofferenza e le umiliazioni che il nostro egoismo occidentale non vuole o non riesce a vedere. È scomparso l’allegro e ironico piglio che contraddistinse la scrittura di Mangano ne “Le lumache non bevono vino”. Qui vi è tutta la rabbia e la delusione per una viltà collettiva che ci ferisce singolarmente, anche se ci rendiamo conto che, pur tentando, nulla si può fare da soli per contrastare l’avidità dei potenti. Vi sono descrizioni agghiaccianti di povertà ridotta agli estremi, in cui perfino percepirla e soffrirla interiormente ci fa sentire ugualmente in colpa di trovarsi lì diversi da loro. Questo è un segno del particolare missaggio (stimolato da “un inconscio senso di colpa p Voto: 4 / 5 |  |  |  |
Annarita di Cerbo annarita.dicerbo@libero.it (30-06-2003)
Una lettura mozzafiato. Ho provato a dosare, a rallentare per cercare di assaporare e metabolizzare la storia, ma "Il mio amico Abdul" è troppo coinvolgente!!
Un libro intenso, che entra nell'anima e che sa dare molto. Di certo non l’ ho solo letto ....ma l’ ho anche vissuto !
Annarita Di Cerbo (Milano) Voto: 5 / 5 |  |  |  |
Patrizia Maltese patriziamaltese@tiscali.it (18-06-2003) Alla fine del film “ La Stanza del Figlio” di Moretti ero l' unica a non versare lacrime e credevo di essere diventata insensibile. Invece mentre guidavo per tornare a casa, ad un tratto mi ero sentita invadere da un grande dolore, di quelli che ti impediscono di piangere, tanta è la disperazione. E appena finito di leggere “ Il mio amico Abdul” ho provato la stessa sensazione: un dolore che ti comprime il petto, che ti dà smarrimento, che ti leva il respiro, in attesa di un pianto liberatorio. Durante la lettura ho viaggiato coi protagonisti, ho immaginato di parlare con loro, ho toccato con mano la disperazione, e ho partecipato alla loro Odissea, da un capo all' altro dell' esistenza. Poi, alla fine, quel dolore acuto. Patrizia Maltese ( Catania)
Voto: 5 / 5 |  |  |  |
Chiara Desiderio chiaradesiderio@virgilio.it (15-06-2003) Il libro tratta temi complessi in modo leggero. In Abdul ho trovato quelle che per me sono le difficoltà "esistenziali" di adesso, eppure non c'é alcun riferimento diretto o didascalico all'oggi. E’ una storia che viene dal passato ma estremamente attuale; e credo che questo sia il modo migliore per descrivere il presente.
Un romanzo scritto in prima persona, ma a tre voci. E tra le voci c'é un rimando continuo. I personaggi non si parlano addosso ma parlano degli altri; direi che parlano di ciò che é di tutti. In loro c’è una sorta di responsabilità dell'esistere: anche se viaggiano e ipotizzano di andarsene, la fuga non é contemplata.
E' un romanzo che da conforto come un abbraccio, o come il tepore del sole.
Chiara Desiderio (Venezia)
Voto: 5 / 5 |  |  |  |
Anna Fiore annafiore@aol.com (12-06-2003) Ho seguito come sospesa in una dimensione irreale il "viaggio" dei protagonisti. Dalle utopie studentesche agli spazi interiori liberi e dilatati dell'oriente, al rientro brusco nel quotidiano, alle tristi consapevolezze di essere solo "statuine di terracotta" . Il dialogo tra chi ha scritto e chi legge, scelto come ossatura del romanzo , e` uno strumento dialettico molto potente. Un ponte continuo che riavvicina, mediandole, dimensioni opposte: il passato ed il presente, l'utopia e la realtà, l'oriente e l'occidente. Questa mediazione si compie seguendo un registro semplice, di scrittura minimalista, che proprio perché tale si carica di un'intensità emotiva molto forte e di un significato altrettanto profondo che esplora le dimensioni del "senso" della vita e del "senso" della morte. Se ne vanno, queste dimensioni, sottobraccio alla fine del libro, segnando il sentiero dell'amicizia, della comunicazione vera e profonda tra esseri umani, dell'energia cosmica che forse tutti ci contiene.......
Anna Fiore (Chicago - Usa) Voto: 5 / 5 |  |  |  |
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