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Pallavicini Piersandro - Il mostro di Vigevano | Marco Calibani ha un buon lavoro, una fidanzata, parenti e amici. E una sessualità esuberante. Pagina dopo pagina, ci racconta con ascetica minuzia i suoi incontri e le sue frustrazioni rivelandosi pochissimo dotato degli attributi classici della mostruosità. Ma c'è qualcosa di pericoloso nel modo che Calibani ha di parlare di cibo, di corpi, di affetti. La sua mostruosità si nasconde proprio lì: nelle parole con cui nomina e valuta le persone e le cose.
Media Voto: 4.6 / 5Vanina V. vaninafashion@virgilio.it (13-10-2008) L'arte di raccontare senza necessariamente ostentare virtuosismi letterari. Il protagonista è torbido nell'animo, ma non è mai viscido... anche se aspetti il momento (sospetti)in cui potrebbe diventare troppo.. in cui potresti pensare... 'che schifo'.
Grande scoperta. Voto: 5 / 5 |
pablo paolo peretti pablo@casagroup.com (20-01-2007) Il libro (184 pp.), l'ho letto in due sere, è così ben articolato che ti fa perdere la cognizione del tempo.
E' una descrizione ossessiva del sesso vissuta da Marco, un ricercatore universitario, felicemente sposato con Marcella, che al di fuori del canone medio borghese del suo lavoro/vita , si trasforma in maniaco del sesso in tutte le sue sfumature. Dietro la facciata del perbenismo si nascondono anche i suoi amici, tutte persone rispettabili, con gusti sessuali che vanno dalla pedofilia, sino ad accoppiamenti con animali. Secondo il mio punto di vista , Piersandro, con questo romanzo ha preso per i fondelli un sacco di persone/lettori. Morale, siamo tutti alla fin fine dei mostri (vedi il capitolo dove un sacco di gente che si conosce e per bene si ritrova in un sexy shop.) tutti sanno, ma nessuno deve sapere. Il libro è interessante perchè se letto per il giusto verso , ti diverte ed ha la sua morale nella sua immoralitá. Ve lo consiglio sia per distrarvi per sorridere e perchè no riflettere. Un regalo da fare agli amici che amano l'originalità.
Pablo 2007 Voto: 5 / 5 |
Bartolomeo Di Monaco bartolomeo.dimonaco@tin.it (29-03-2003) Il gioco del protagonista, Marco, è scoperto sin dal principio: “soddisfatto dell’imbarazzo creato”, “devo averla davvero irritata”. Che poi la ricerca di queste sensazioni, in quel momento, agisca nei confronti della fidanzata Marcella, ha poca importanza. Il suo carattere è già qui, in un misto di mostruosità psicologica e sessomania. La scrittura, attenta ai particolari, scorrevolissima e limpida, ben trasferisce al lettore quell’atmosfera di nervosismo, dichiarato spesso dai personaggi, che si ha tra persone che devono ancora capire bene l’uno dell’altro, e non solo, ma anche della loro stessa vita. Più che una ricerca stordita del sesso a tutti i costi e a trecentosessanta gradi (gli extracomunitari, maschi e femmine, assumono il ruolo a senso unico di instancabili fornitori di pratiche sessuali), Marco vive l’inquietudine, l’irritazione, se non addirittura la rabbia, che si generano da rapporti sociali vuoti ed egoistici, in cui ciascuno tenta di scaricare sull’altro la propria insicurezza nella vana speranza di sortirne un risultato rassicurante. La fuga facile nella sessualità estrema e provocatoria sembra il rifugio più a portata di mano quando il contatto con gli altri fallisce o è difficoltoso. Colpa di chi? Dei singoli? Della società? Rifugiarsi nella sessomania è una scelta indotta, subdolamente guidata verso la fuga e lo stordimento, come avviene al protagonista e ai suoi amici, che periodicamente non trovano di meglio da fare che riunirsi in video-session, dove proiettare le novità più scioccanti che sono riusciti a reperire sul mercato della licenziosità. Sembra assurdo credere che si possa focalizzare in ciò il proprio interesse per la vita. Ne deriva uno smarrimento, pur celato sotto la crosta della ipocrisia, che sconcerta e dà giustappunto il senso di quella mostruosità richiamata nel titolo. Quando Marco Calibani, che fa il ricercatore universitario, entra in un sex shop, che trova affollato, lo sguardo che muove intorno a sé e le sue sottolineature condite di una certa malizia (“ l’ambiente è molto affollato”, “timore di essere riconosciuti”, “la zona animal – la più affollata”) rivelano le tracce di un autore mai assente che vuol fare indossare alla mostruosità del personaggio l’abito dell’irritazione che ciascuno di noi prova per un perbenismo sgangherato, che se ne va alla deriva in questo modo, trascinando con sé una umanità desolata e perduta. Marcella, la fidanzata e convivente di Marco, studentessa universitaria, vive a sua insaputa una lenta, inevitabile, fatalistica, dolorosa contaminazione (“Io lo amo, quel mostro. Lo amo con tutto il cuore”), che avrà il suo effetto devastante nella parte conclusiva, che “il Malefico”, come lei lo chiama nelle lettere che scrive ad un’amica, Rita, contribuisce ad accelerare e a far precipitare con un atteggiamento scostante e freddo (lui dirà spesso frasi del tipo: “non riesco a capire il motivo del suo malumore”). Inquietudine e insicurezza si trasferiscono facilmente sulla pelle della ragazza, che al solo pensiero di un viaggio che Marco deve fare a Manchester, si smarrisce e ne combina anche lei delle sue. In questa storia la vita normale ci passa a fianco, un po’ vaga e sbiadita, irriconoscibile. Forse c’è e non c’è, come se anche questa spiacevole sensazione di incertezza, di stupore e di smarrimento ancora una volta discendesse da quella mostruosità contagiosa, e magari non proprio estranea, che ad un tratto ci prende e ci sconvolge, trascinandoci via da noi stessi, o forse, ancora meglio, svelando quel nostro io nascosto che teniamo a bada per tutta la vita, ma che qualche volta riesce a prendere il sopravvento, a manifestarsi e a coprire col suo manto nero tutto ciò che fino ad allora aveva costituito la nostra normalità. Una normalità sempre minacciata, comunque: “È la tecnica che ho sempre utilizzato. Raccontare una verità approssimata, generare confusione” e talmente fragile che potrebbe non essere così difficile renderla reversibile con la mostruosità. Noi cerchiamo di tranquillizzarci pensando che Marco e Marcella siano una coppia speciale che Pallavicini ci ha messo davanti per una perversa provocazione, per prendersi gioco di noi, insomma, “soddisfatto dell’imbarazzo creato”, ma il romanzo è l’esplosione misteriosa e inconsapevole di uno di questi momenti e l’abilità audace e avvincente dell’autore, che realizza una storia dalla struttura e dallo stile perfetti, sta nel saperlo rappresentare attraverso le cose minime, banali e superflue, che ci stanno intorno. Voto: 4 / 5 |
Giorgio (28-01-2003) Ottimo romanzo sull'ossessione e il vuoto che ti scava. Forse un po' eccessivo il risvolto di copertina. Il protagonista, in realtà fantasma molto e compiccia poco (o meglio: solo con la ragazza ufficiale, ufficialissima, con tanto di pranzetti genitoriali ronf-ronf). Ma la picola voce cinica da provinciale arricchito è davvero appiccicosa, si chiude il libro e si fatica a prendere sonno: tutti un po' mostri, in fondo. Ma non così cinici, domineddio. Un punticino in meno per la lingua: certo, è scialba perché è il protagonista a parlare, però manca un tantino di nerbo. In ogni caso, si arriva in fondo senza fiatare. Voto: 4 / 5 |
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