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Narrativa italiana  Moderna e contemporanea (dopo il 1945) 

Santi Flavio - Diario di bordo della rosa

Diario di bordo della rosa TitoloDiario di bordo della rosa
AutoreSanti Flavio
Prezzo € 10,33
Prezzi in altre valute
Dati1999, 156 p.
EditorePequod  (collana Pequod)

Attualmente non disponibile su IBS
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La recensione de L'Indice
Recensione de L'indice


Santi, Flavio, Diario di bordo della rosa, Pequod, 1999
Ficarra, Francesco \ Rimondi, Francesca, La domenica non si lavora, DeriveApprodi, 1999
recensioni di Antonelli, G. L'Indice del 2000, n. 07

Nel suo Occhi sulla graticola, Tiziano Scarpa scrive che "l'area sessuale è il luogo culturale per eccellenza, in essa può accadere qualsiasi sorta di eventi linguistici". Il principio è applicato alla lettera da Flavio Santi, che in questo romanzo d'esordio lo porta anzi alle estreme conseguenze, "tanto la sua prosa rotola folenghianamente sul versante della virulenza, cioè dell'osceno" (come afferma Mari nella bandella). Il cenno alla rosa appare più che altro antifrastico: il personaggio che dice "io" è un giovanotto di un paesino del Friuli, Eugenio Coos (per tutti Ghienio), falegname specializzato in casse da morto. Il suo diario è un elenco di "cose dure e porche", riportate con sguardo allucinato e puntiglio notomizzante ("ho fatto una descrizione fisiologica" dice a un certo punto, da appassionato lettore di Vesalio e dell'enciclomedica). A ogni capitolo corrisponde - di solito - una diversa perversione sessuale, quasi sempre sperimentata in prima persona: necrofilia (L'amore dei morti), zoofilia (L'amore in stalla), coprofilia (La carriera della merda), pedofilia (L'amore dei bambini), gerontofilia (La madre del professore), incesto (La mamma Dora).
Il catalogo è questo, integrato da buone dosi di sadismo e masochismo, da un'insana passione per la tonaca (L'amore dei preti) e dall'onnipresente onanismo (il cinquedita non è il gimme five di Jovanotti...). Tra tutte le malattie che si possono contrarre seguendo una simile condotta, la gozzaniana tabe letteraria non è certo la più grave; eppure - stando alle indicazioni che il protagonista ci fornisce - sembra che proprio lì vada ricercata l'eziologia di questa patologica morbosità. Il trauma originario scaturisce infatti dall'incontro di Ghienio con la biblioteca del fu professor Oreste, dalla sua identificazione col superuomo di Niezze e dall'ingorda lettura di una collana di libri erotici ("una lettura osé oinc oinc"). E d'ascendente freudiano e letterario è anche il finale del libro: una truculenta autoevirazione che fa culminare la storia in un trasgender casereccio e chiude in perfetta climax l'orgia scatologica e sanguinolenta con una scena molto simile a quella descritta da Aldo Nove nel suo racconto per Gioventù cannibale.
Quello di Santi è, d'altra
parte, un amarcord - amhardcore? - rustico e ostentatamente provinciale; preindustriale in un'epoca di narrativa post- (forse più che postumo, posticcio). Quando, sette anni fa, ha cominciato a scrivere il romanzo era ancora un under 25, ma il suo raggrumato impasto linguistico risulta attestato sulla retroguardia: come scrive ancora Mari, "solo un ingenuo può includere Flavio Santi nel novero degli sperimentalisti". Non si può dimenticare, infatti, che linea-Folengo è sinonimo di linea-Gadda, ovvero di quel filone espressionista e dialettale della nostra tradizione letteraria messo in risalto da Contini. Un filone che oggi - stando alle stimolanti letture di Ottonieri (La plastica della lingua) e di Pezzarossa (C'era una volta il pulp) - sembra trovare nuova linfa nella produzione di cannibali e dintorni. Ma il pulp di Santi è arcaico e archetipico; la sua scrittura quella di un epigono; il suo stile - ivi compreso il massiccio ricorso al dialetto - un idioletto alienato, nel senso duplice di "straniato" e di "passato di proprietà".
L'impressione è quella di uno scrittore che, tramite un attento studio della tradizione, abbia approntato a proprio uso e consumo una sorta di manuale della lingua degli espressionisti. Gli ingredienti ci sono tutti: i verbi parasintetici ("spupillargliele a pelle nuda", "questo brodo che sento insughire").I nomi astratti in "-ìo" ("un urlìo, un vibrillìo a inzuccherare la gola") e gli aggettivi in "-oso" ("attacatoso", "celeroso" "gridoso"). E poi ancora le onomatopee ("un gnegné era un panno gnaulante"), che contribuiscono a creare figure di suono ("L'aria diventa arrossata, spigolosa, come della soda: saltellante, sfrigolante, fisicamente fastidiosa, quasi solida"), a loro volta basate spesso su figure etimologiche ("Era una bella vaccazza, vaccosa, figlia di bella vacca, vaccuta con vacche di poppe, tettone, vacche di vacche e tette") e disposte in una sintassi elencatoria. Oltre a sfruttare tutta la carica blasfema e disfemistica del dialetto e della lingua, Santi neologizza ("era tutto un sussopra di conseguenze"), più spesso univerba due parole (tra gli altri casi - pour cause - "suggiù" e "vantindietro"). È insomma uno "stressaparaule" che ha letto bene le auctoritates: quando deve descrivere cieli e nuvole riecheggia le note cromatiche di un'alba del Pasticciaccio; quando gioca sul nome della rosa richiama l'attacco di Retablo; a tratti segue l'andamento classificatorio di un'Hilarotragoedia o riprende il gusto per l'etimologia popolare alla Libera nos a malo ("A l'è un omosessuàl, tò: om osessuà, è un om osèss").
Rivolti ad altri numi e lontanissimi da questa rimozione della modernità sono invece Ficarra e Rimondi (rispettivamente classe '72 e '74).Il loro esordio - un racconto piacevole, costruito su un'accorta sequenza di flashback e sul gioco a due voci dei protagonisti, il giovane accusato d'omicidio e il suo avvocato - è immerso nella realtà metropolitana e imbevuto di modi colloquiali ("dentro 'sta cella monoposto", "mi stava alle costole come un cataplasma, mi stava"), regionali ("il rusco", l'immondizia), giovanili ("un pacco", una fregatura). Tuttavia, è proprio questo elemento giovanilistico che finisce col prevalere, dando vita a esiti che ricordano troppo il ginnasialismo alla Brizzi (non a caso i due sono bolognesi): "il leggendario Zoom, eroe di mille battaglie", "reclutammo un congruo numero di giovani pirati e fanciulle in fiore". Il gioco linguistico è a volte un po' ingenuo ("Così è la sorte, mi dicevo, a uno arride, un altro lo irride"), così come l'ostentazione scherzosa di alcune facili marche di letterarietà, da ricondursi in gran parte alla "vocazione poetica" del protagonista: varianti auliche ("ero ancor giovine e inesperto"), qualche rima ("bastava che anch'io, come il german mio, mi trovassi un lavoro"), il vezzo di posporre il verbo ("questa gente che tante domande mi fa", "molte canzoni sentii cantare, e qualcuna forse cantai anch'io").
Su tutto questo s'innesta l'elemento di genere, piuttosto invadente, sia pure giocato sul filo dell'ironia metaespressiva ("Non c'era dubbio, io preferivo i noir"), insistendo sul confronto codificato realtà-finzione (l'avvocato che dichiara di non aver mai visto i telefilm di Perry Mason, il presunto assassino che evoca il "poliziotto intelligentissimo dei film (...) che incastra il criminale e lo costringe a confessare"). E di genere sono anche i personaggi: da un lato il ragazzo difficile (e idealista) per cui il rifiuto della realtà familiare piccolo borghese e della prospettiva modaiola dei tipi da aperitivo si traduce in una scelta nichilista: "Tutto mi verrà a noia, perché il tedio non è in ciò che fai, ma nella forma che assume quando diventa lavoro.Forse bisognerebbe darsi al crimine".Dall'altro l'avvocato in piena crisi di mezza età, costretto a riflettere sulla propria professione e sulla propria vita: "non si può rimanere ragazzi in eterno" gli dice a un certo punto un collega, che sta sgobbando per pagarsi una casetta in campagna dove passare i fine settimana, "che non si lavora mica, di domenica". Così, quando quel collega muore d'infarto, un cerchio un po' troppo perfetto si chiude, saldando le insopportabili domeniche fuori porta dell'infanzia con le lunghe ore del carcere, in cui tutto il tempo assume "la forma di una interminabile domenica pomeriggio".La domenica della vita, insomma, non è cosa da uomini e bisogna lasciarla a chi, dal settimo giorno "non fece più nulla per il resto dell'eternità, né aveva fatto nulla nell'eternità precedente", perché, scritture alla mano, "è chiaro che Dio lavora sei giorni in tutto, sei soli giorni in tutto il tempo infinito".

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