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Cheever John - Il rumore della pioggia a Roma | Tre racconti, in cui Cheever riflette sulle diverse ragioni di coloro che lasciano il proprio paese per incontrarne uno nuovo. In una Roma vista attraverso gli occhi di immigrati dagli Stati Uniti e quelli di una ragazza giunta dalla provincia per lavorare come donna di servizio, l'autore approfondisce alcuni aspetti delle loro vite, i loro sistemi di valori, punti di riferimento sociali ed emotivi, ricchezze e povertà, solitudine e compromessi. È centrale l'importanza della lingua per riuscire a condividere, a sentirsi integrati e realizzati in un paese straniero. Un altro tema fondamentale è la difficoltà di abbandonare il proprio paese, il rischio di perdere le proprie radici, senza riuscire a piantarne di nuove.
Media Voto: 4.75 / 5Gianni (04-10-2005) Cheever dimostra di essere al centro di una narrativa corta americana che erediteranno solo Carver e (solo in parte e con risultati altalenanti) McInerney. La narrativa corta (novel) per me puo' essere considerata deliziosa se paragonabile a un buon cortometraggio, a un film a episodi (vedi America oggi da Carver) ma soprattutto puo' meritare un esborso di denaro quando raggiunge la grazia effimera e graffiante anche in opere piu' lunghe che la finiscono per assomigliare a vere forme romanzo. E Cheever, anche qui e' stato grande... leggete Un vero Paradiso e Falconer... Voto: 5 / 5 |  |  |  |
kromfel (29-04-2005)
Bello, mi piace come gli americani ci descrivono e giudicano le nostre abitudini ( a volte strane) e la nostra lingua.storie anche bizzarre ma che dimostrano cosa significhi sentirsi solo in terra straniera.
Io lo consiglio Voto: 5 / 5 |  |  |  |
L'aggiornalista laggiornalista@supereva.it (10-03-2005) Qual è la città alla quale apparteniamo? Quella dove nasciamo? Quella in cui viviamo da giovani?
Io penso che la città cui apparteniamo sia quella che ci ruba il cuore. E a rubarmi il cuore, anni e anni fa, è stata Roma.
Nel corso del tempo ci sono tornata tante volte. Di passaggio, in vacanza o per starci per un bel po’. Ho scoperto i bar migliori (spero) per bere un caffè fantastico e ho sperimentato diversi ristorantini. Mi sono fatta viziare dai miei ospiti locali con cene-cenette-pasticcerie-cinema-pub-localacci-pizza bianca e pizza rossa-maritozzi-supplì-vino dei castelli sfuso o in bottiglia, con i “Ti porto allo Zodiaco” da ragazzini e i “Da me o da te?” da grandi. Ho girato Roma a piedi, in tram, in autobus, in scooter, in macchina, di giorno e di notte. Ho visto tanti quartieri, in centro e in periferia. L’ho esplorata: peccato sia enorme, sennò potrei dire di averla vista tutta, angolo per angolo, viuzza per viuzza. Ma per vederla tutta non basterebbe una vita! Cosa mi mancava? L’essere romana. Quello, mai. Non lo sono e non mi ci sento. Molti romani sono simpatici, solari e disponibili. Non tutti sono così ironici come tutti credono invece di essere, e anzi a volte le loro uscite da finti simpaticoni sono veramente irritanti, ma raramente hanno il muso lungo. Però, anche se mangio i loro piatti e un po’ li so anche cucinare, anche se conosco i loro modi di dire, ci divide una distanza enorme, una distanza che un po’ ci mettono loro, orgogliosi di stare nel posto più bello del mondo, e un po’ ovviamente esiste, ed è incolmabile. E quando stai in un posto che adori, ma sei An English man in New York, ci sono giorni nei quali veramente sogni la fuga da quanto ti senti un alieno. E alieni, in qualche modo, si sentono i protagonisti de “Il rumore della pioggia a Roma”. E’ un libro breve, solo tre racconti, ma molto denso, e intenso. Leggerlo senza conoscerne molto mi ha aiutata ad amarlo di più, e per questo mi fermo qui.
Voto: 4 / 5 |  |  |  |
antonio62 (29-01-2005) Eccellente come sempre Cheever quando scrive racconti brevi Voto: 5 / 5 |  |  |  |
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