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Sannelli Massimo - La giustizia. Due poemetti (1993-2003) |
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Titolo | La giustizia. Due poemetti (1993-2003) |
| Autore | Sannelli Massimo | | Prezzo |
€ 5,00 |  | | Dati | 2004, 32 p., brossura | | Curatore | Caridei N. |
| Editore | Edizioni D'If
(collana I miosotis) |
Normalmente disponibile per la spedizione entro 3 settimane | | 
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| Due poemetti: "L'aiuola" e "La giustizia". Nel primo il poeta indaga il rapporto memoria-guerra, non politicamente, ma intimamente, come stato felice aggredito dalla guerra e come reazione a essa. La Giustizia rappresenta lo sfondo di tutto ciò che il poeta ha scritto in dieci anni di ricerca. La giustizia dà a ognuno il suo, con equilibrio: sembra allora che l'amore (anzi Amore, in senso medievale) sia la giustizia per eccellenza. La struttura metrica e il linguaggio, raffinatissimi, ammiccano al 'trobar clus'.
8 recensioni presenti. Media Voto: 4.75 / 5Mario Fancello (28-08-2006) Un testo è un testo, un confronto umano è un umano confronto. Due parenti possono anche somigliarsi fisicamente e non essere in confidenza tra loro. Non sono stato presente alle conversazioni di Massimo Sannelli sulla poesia religiosa, ma non ho difficoltà ad immaginare e a credere che il clima di questo resoconto - per quanto vivo - sia un fortissimo raggelamento del modo che Sannelli ha di porsi di fronte alle persone: a voce bassa, pudica, confidenziale, accompagnata da parole e gesti che evitino accuratamente di ferire o mettere a disagio chicchessia. Massimo sa creare un clima di complicità attorno a sé quando contempla in filigrana i misteri della vita. («Cantarena», 30, 2005) Voto: 5 / 5 |  |  |  |
Chiara Daino (04-07-2006) Quando l'autore non vuole essere né apparire, quando il silenzio è portavoce di ricordi, quando un "dove" diventa un "come", nascono i Sonetti di Massimo Sannelli. Grazia e mestiere nell'architettura poetica esaltano squarci di memoria, fotografie mentali, colori tenui tornati vividi: Sannelli insiste su alcune parole, le evoca, le chiama, le lascia agire e poi le riprende, quasi nel timore di abbandonarle. L'emozione dell'autore diventa lezione: non esiste luogo né tempo quando si Sente. Si scrive tanto (a volte troppo) sul verso, anziché lasciarlo agire liberamente ed ogni verso, scritto in clinica, è la cura di Massimo. Voto: 5 / 5 |  |  |  |
Mario Fresa (21-03-2006) L’ansia vertiginosa e corrosiva dei versi di Massimo Sannelli prepara continuamente, in ogni luogo, un sottile, oscuro, segreto gioco subliminale, teso sempre a ribadire l’indicibilità degli eventi estremi dello spirito, e a ricordare, anche, l’impossibilità di giungere (da parte del poeta e del lettore) ad una qualsiasi ipotesi di “comunicazione”: ed è un gioco superbamente sonoro che, però, non ha nulla a che vedere con la tradizionale e banalizzante “musicalità” di certa scrittura poetica (quella, per intenderci, afflitta dal soporifero effetto-cantilena del ronron).
Il suono alto e maestoso che erompe da questi testi dice tutta l’ampiezza miracolosa di una visione vicina alla soglia dell’estasi e dell’abbandono; e tale stordente visione sa circondare ogni immagine di una musica così acuta da sfiorare l’inascoltabilità: una musica che pitagoricamente appare come un’ accecante, superiore manifestazione dell’Idea stessa del suono. Superato, dunque, il limite dell’egoico e della “personale” visione, spogliato del sé, dolcemente abbracciato dalla Notte dell’abbandono, colto, finalmente, dal buio della perdita e dello smarrimento mistico, il poeta si lascia cadere nella rete immensa di una totale sparizione, contemplando, infine, la meraviglia dell’ Uno e del Tutto. ("Cronache del Mezzogiorno", 2 gennaio 2006)
Voto: 5 / 5 |  |  |  |
Francesco Stella (20-09-2005) Qui la scelta delle parole non indulge apparentemente a elementi dotti o troppo letterari, ma ne fa un uso allusivo [...] e soprattuttto li impiega in una costruzione di senso che fa appello e conoscenze raffinate e citazioni nascoste. Questa è la strada dell'intertestualità cosciente, il ricorso a tracce della tradizione su cui costruire percorsi nuovi. (da *Scrivere poesia*, Audino, Roma 2005, pp. 57-58). Voto: 5 / 5 |  |  |  |
Guido Caserza (02-09-2005) Ultimo della serie, è arrivato in libreria il compendioso libricino di Massimo Sannelli, poeta genovese del 1973, uno dei più interessanti della sua generazione. Si intitola La giustizia (pagg. 30, euro 3,50) e contiene, come da sottotitolo, Due poemetti: il primo, L’aiuola, è un’indagine intima, poetica e non politica, sul rapporto memoria-guerra; il secondo, La Giustizia, è, con le parole di Sannelli, «lo sfondo di tutto quello che il poeta ha scritto in versi, nei dieci anni (1993-2003) a cui si riferisce». I due poemetti formano una trama dialogica, così come fortemente dialogica, rivolta a un tu immaginario, anche se mai nominato, è la sintassi di questa poesia, fortemente franta, affidata al flatus vocis di un io teatralizzato, in bilico tra un sapere colto, ereditato dalla tradizione, e l’incertezza del proprio essere. Così, se da una parte affiorano lacerti di neostilnovismo, brandelli metrici di canzoni e citazioni dotte, dall'altra l’io poetico monologa paradossalmente con le proprie maschere («la guerra priva spinge verso / il mondo intimo»), o si affida all’idea archetipica di una giustizia somma, di derivazione medievale, che coincide, misticamene, con l’idea stessa di amore, come chiarisce l’incipit del secondo poemetto: «centro di Amore è ”o” vuoto e il bianco; ride / l’amore, e pareva il sapore e la pioggia». ("Il Mattino", 30 agosto 2005).
Voto: 5 / 5 |  |  |  |
Marco Merlin (29-08-2005) La poesia di questo giovane genovese (nato nel 1973) reca le graffiature di uno sperimentalismo discreto, che forse sta ulteriormente cicatrizzandosi al contatto con quella maturità artistica di cui ci racconta il testo proposto. E proprio un senso di maturità precoce, talvolta eccessiva, è forse un tratto comune a molti autori attorno ai trent'anni: questa almeno è l'impressione di molti critici, che invece di espressionismi laceranti e di tensioni stilistiche arrischiate trovano una posa saggia, spaventosamente consapevole. (da "Il Domenicale", 2003). Voto: 5 / 5 |  |  |  |
Patrizia Bianchi (06-06-2005) La poesia di Massimo Sannelli mostra una forma pura. Nel suo linguaggio non ci sono né arbitrio né sforzo. Le parole non sono costrette dalla temporalità e nella staticità di un evento, ma ogni volta superano se stesse. C'è una profondità disciplinata, mai esibita, sfrontata o gridata. Ogni verso scorre lento, pacato, per dispiegarsi poi nell'armonia: l'armonia del bello, e quindi del bene. E' una voce universale, che non diventa mai imperiosa, fino a trasmutarsi in canto e visione, fuori e oltre il tempo. Non appare mai la minima sbavatura o disattenzione; ogni verso è scritto con destrezza, germinata dalla passione, dal senso del bello, da una lunga ricerca. Sannelli scaglia le parole doclemente. Ogni sillaba si incastona nella sua luce, e procede (ora singolarmente, ora unendosi ad altre parole) in una metamorfosi continua per giungere - se giunge - al suo significato. Secondo Simone Weil il bello racchiude, fra le altre unità di contrari, quella dell'istantaneo e dell'eterno. O ancora: la bellezza seduce la carne per ottenere il permesso di passare all'anima. Sannelli, attraverso il suo linguaggio poetico, ha interpretato la musica del mondo. Voto: 5 / 5 |  |  |  |
Massimo Sannelli (26-03-2004) Nel 2004 si compiono dieci anni di lavoro umanistico: dalla prima traduzione (da Henri Michaux, sul numero di ottobre 1994 di "Poesia") ad oggi. In questo tempo è ovvio che sia accaduto di tutto: in particolare - l'uomo interiore non può non apparire, anche nella parte pubblica e politica di sé - un'evoluzione che corrisponde all'uscita, graduale e non facile, dalla prima giovinezza, cioè dai venti ai trent'anni. Significa: abbandono, prima di tutto. Poi: conquista di nuove posizioni, attraverso quella serie di perdite, personali e intime, che non sono storia, se non per chi le ha vissute una dopo l'altra. Alcuni punti sono rimasti stabili: autori/autrici (i più candidi e i più selvaggi, i più adoranti e i più autodistruttivi) e termini morali (la carità, il dono, la sincerità, la timidezza: quest'ultima non come posa, ma come limite, da cui è scaturito tutto il resto - appunto è un limite - e che, come limite, stabilisce da dove partire: ad esempio dagli altri e dall'Altro, sempre). Rimane stabile anche il bisogno di giustificare le azioni di altri e le mie rispetto agli altri: e nelle mie forse un eccesso di timore di ferire e la mancanza di vera scelta; ma non scegliere serve ad evitare la violenza (una sola parola di rimprovero da parte di altri è potente e può distruggere; una sola parola buona salva una giornata); non scegliere è una scelta; non si separa il no dal sì, come abbiamo imparato; il coraggio ha forme inconsuete, non sempre riconosciute dal giudizio (c'è stato un periodo in cui il giudizio degli altri rappresentava un problema e un'estasi, se il giudizio era positivo; questo periodo è superato, se Dio vuole); e abbiamo imparato a lavorare, per vedere qualcosa di diverso dal contesto di prima, che non dava la felicità. Il resto è ancora da vedere, perché è il futuro (è anche altre forme e tecniche?). Voto: 3 / 5 |  |  |  |
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