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Narrativa italiana  Moderna e contemporanea (dopo il 1945) 

Pizzuto Antonio - Sinfonia (1927)

Sinfonia (1927) TitoloSinfonia (1927)
AutorePizzuto Antonio
Prezzo
Sconto 15%
€ 12,75
(Prezzo di copertina € 15,00 Risparmio € 2,25)
Dati2010, 148 p.
EditoreLavieri  (collana Arno)

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La recensione de L'Indice
Recensione de L'indice
Nel 1966 Antonio Pizzuto pubblicava presso l'editore Lerici il suo nuovo libro: Sinfonia, una raccolta di episodi narrativi ispirati a uno stile nuovo, sorprendente forse, teso alla restituzione dei fatti come oggetti che si tramutano in altri oggetti. Passando da uno stato di pausa (momentanea) a un altro stato di pausa (altrettanto momentanea), vedendo uno stato trasfigurarsi in un altro (qui era la tensione e la novità), il lettore procedeva per ellissi, salti, come lungo un ponte di legno da cui fossero cadute delle centine; come una scala cui mancasse qualche piolo. Il passaggio appariva più arduo del solito, ma in compenso il lettore aveva la sensazione come di un nuovo tono muscolare, un'elasticità prodotta dal procedere lungo un percorso diverso dal consueto scivolamento lungo un tragitto prefissato.
Nel 1923, a trent'anni suonati, Pizzuto terminava il suo primo libro, composto da quindici sezioni narrative concluse da una Coda. L'opera restava chiusa nel cassetto dell'autore, forse insoddisfatto per i risultati conseguiti, forse reso cauto dalla sua professione di commissario di polizia. Il titolo era Sinfonia.
Nel 1929 Antonio Pizzuto affidava a Salvatore Spinelli, nella speranza di una possibile mediazione presso Mondadori, un manoscritto contenente una nuova opera, Sinfonia, costituita da quattro tempi e una Coda. Il manoscritto, rimasto inedito per otto decenni, giunge adesso alla pubblicazione, con il titolo Sinfonia (1927), presso la benemerita collana "Arno" dell'editore Lavieri per le cure di Antonio Pane, forse il più instancabile tra gli studiosi che negli ultimi venti anni hanno scavato con erudizione e pazienza tra le carte dello scrittore siciliano.
La ripresa dopo quarant'anni di un titolo non è un fatto consueto nell'officina pizzutiana, e tanto più nel caso di un'allusione segreta. A beneficio di chi il 1966 ricordava il 1923? Si trattava di un risarcimento privato o era uno scherzo tirato ai futuri filologi?
È difficile dare una risposta sicura, anche se lo stesso Pane, nell'introduzione a Sinfonia (1923), da lui curato per la messinese Mesogea nel 2005, ricorda l'auspicio formulato dall'anziano autore che tutti i suoi lavori fossero considerati "sotto il profilo di continuità creativa". Pizzuto si riferiva alla necessità di leggere in progressione i suoi testi, a partire da Signorina Rosina (1956) fino alle Pagelle della metà degli anni settanta e a Ultime e penultime (1978), un progresso che mostrava l'assestamento nel tempo di un piano espressivo e di un progetto estetico, formulato con chiarezza nei Paragrafi sul raccontare (1963).
La speleologia filologica di Pane ci permette adesso di retrodatare, se non le formule divenute celebri di quei Paragrafi, almeno lo spirito di ricerca che le animò. "Ho scritto un libro sul quale confido (…), un libro che dovrebbe fare grande rumore, un libro d'arte, forse il primo saggio di una vera arte fascista", così si apre la lettera che annunzia all'amico Spinelli la conclusione di Sinfonia (1927). Un libro d'arte e un saggio di arte fascista: nell'agosto 1929, data della lettera, doveva essere improbabile aspettarsi dalla dittatura (che quell'anno giungeva al Concordato) un rinnovamento spirituale, ma che Pizzuto si sentisse impegnato in un'arte nuova lo si capisce da alcuni suoi appunti adesso pubblicati: "La persona dell'autore scompare nell'arte fascista"; o ancora: "L'arte fascista non si preoccupa del contenuto ma soltanto dello spirito delle cose".
Al di là dell'ossequio, forse di prammatica, queste affermazioni ci fanno cogliere uno scrittore che sente di appartenere a un movimento sperimentale di respiro europeo, negli anni in cui appaiono l'Ulysses di Joyce e la Recherche di Proust, mentre si apre lo squarcio postumo dell'opera di Kafka e i successivi lavori di Musil e poi Beckett sono alle porte. Allo "spirito delle cose" si era intanto indirizzato in Italia Federigo Tozzi, del quale uscivano postumi nel 1927 i Ricordi di un impiegato, e Gadda, che aveva tra le mani il cantiere dell'Adalgisa (il più giovane Elio Vittorini avrebbe messo a frutto la tecnica del monologo interiore in alcuni racconti di Piccola borghesia, 1931). È in questo ampio contesto, al tempo stesso provinciale e internazionale, che si spiega la baldanza di chi proponeva una estroflessione della scrittura: non contenuti, cioè trame coerenti e motivi psicologici, ma "spirito delle cose". Da quel lontano 1929, a Sinfonia finita, Pizzuto si sarebbe affacciato sulla seconda metà del secolo con una più chiara consapevolezza dei propri mezzi, ma con quel senso di continuità, di persistenza di un progetto, che fa di lui, per riprendere una celebre formula di Debenedetti, uno scrittore "senza conversione". Le tre "sinfonie", pur tra loro così diverse, ci mostrano questo cammino. Giancarlo Alfano

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