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Sannelli Massimo - Nome, nome |
Media Voto: 4.75 / 5Matteo Fantuzzi (16-10-2008) Sempre più vicino alla lezione di Amelia Rosselli è Massimo Sannelli che ha pubblicato “Nome, nome” per le Edizioni Il crocicchio. Il lavoro in questo caso risente della necessità privata di comprendere l’infanzia (la propria infanzia) e di comprendere altresì il proprio rapporto nei confronti della madre in un alternarsi che passa da fisico a spirituale mantenendo una certa forma privata, quasi che Sannelli voglia tenere una parte della questione per sé e arrivi a raccontare solo un’immagine (esemplificativa certo, ma sempre solo un’immagine, una figura) pubblica per poi spostare il resto delle vicende, quelle più strettamente personali, sul terreno mistico ripercorrendo anche qui schemi già visti nell’opera di Sannelli, in particolare in Santa Cecilia e l’angelo, uscito per le ed. Atelier. Voto: 4 / 5 |  |  |  |
Patrizia Bianchi (23-05-2008) È una disciplina che si legge – e che legge se stessa – in solitudine. Ma oralmente assume una personalità, perché la voce di Massimo la rende più umana e reale. Voce calma ma ferma.
Siamo abituati a letture facili con un impatto ravvicinato. Pensiamo: «se mi emoziona, è poesia». E non riusciamo a distinguere. Poesia è il non detto, il non dire, il non entrare nel pettegolezzo; o è un colloquiare tra stanza e stanza. La poesia è appartarsi e dire in silenzio, senza mediazione o intervento. Non ha bisogno di un interlocutore (l’altro è se stesso, che si riflette nello specchio). La parola è un tempio e lì resta isolata, chiusa. La si può guardare da vicino o da lontano, ma nessuno entra, perché non c’è porta; non si spiega ciò che non ha nulla da spiegare. Essere o sentirsi poetici non vuol dire essere poeti. Essere poeta significa costruire senza rompere la parola; rendere udibile la parola senza rimandare le voci a nessuno. Questo è il linguaggio puro. Un poeta ha questa voce universale. Massimo Sannelli fa poesia perché è un poeta sia quando scrive sia nella vita di tutti i giorni: senza distinzione tra quello che scrive e come vive. La sua grazia non è molle, ma rompe le catene di una presunta libertà. Chi è sordo, è sordo in ogni caso: non sentirà né l’urlo né il soffio. [da Farapoesia] Voto: 5 / 5 |  |  |  |
Francesco Marotta (22-05-2008) Nomade è chi depone il suo nome dentro un calice – e nel vuoto che frantuma il respiro, chiude la falla col sangue mendicato alle stelle. E’ a quella bocca che tende il segno – la sete taciuta – quando si libera dalla spina che il suo ventre muto ha germogliato. Una distesa aperta al vento – per respirare anche senza parole.
L’infanzia della voce, sorvegliata epigrafe di suoni, ha un solo nome per tutti i nomi che la luce accende al suo apparire. Minuscola luna che si ritaglia onde tra le sabbie – e cielo, tra le grate di lettere costrette nel mare murato del ritorno.
[da Lpels] Voto: 5 / 5 |  |  |  |
Marina Pizzi (19-05-2008) L’apparente esilità dei versi non tragga in inganno: la pavimentazione è davvero solida, data, costrutta sapientemente: voce angelicata, corpo di terra, estremo desiderio di cielo e di altri, negli altri, percorsi. La magnificenza della vita o del possibile s’intuisce quale fonte amata amante di speranza nonostante il rischio del divino sia quasi accanto, un po’ più vicino.
L’erotismo si muta mentre accade: è quasi tangibile perché qui è visuale dell’aura dai versi: di coinvolgente bellezza l’azzardo: «da tutti penetrare “io sono”».
L’oscurità del candore dora il lieve vincolo del fatto di punta con furti all’enigma nella marea dell’ordinato soqquadro che scaturisce poesia: «è baldanza l’equilibrio, nel / suo peso»; illuminazioni scorte e date per semplicità naturale: congenita semplicità perché può la madre?
[dalla prefazione] Voto: 5 / 5 |  |  |  |
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