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Biografie  Biografie e autobiografie 

Gawande Atul - Salvo complicazioni. Appunti di un chirurgo americano su una scienza...

Salvo complicazioni. Appunti di un chirurgo americano su una scienza imperfetta TitoloSalvo complicazioni. Appunti di un chirurgo americano su una scienza imperfetta
AutoreGawande Atul
Prezzo € 15,00
Dati2005, 286 p.
TraduttoreTortorella B.
EditoreFusi Orari   

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Descrizione
Questo è il libro di un giovane chirurgo statunitense, Atul Gawande, che attraverso il racconto di casi veri, spesso vissuti in prima persona, esplora il potere, i dubbi e i limiti della professione medica, rivelandone gli aspetti più profondi. L'autore getta uno sguardo coraggioso e senza reticenze sulla chirurgia, una scienza in continua evoluzione ma soprattutto un'attività umana, che si basa su informazioni imprecise e su individui che possono sbagliare proprio quando la vita della persona è più in pericolo, durante una tracheotomia come di fronte al devastante "batterio divoracarne".

La recensione de L'Indice
Recensione de L'indice
Di errori se ne commettono tanti. Nella vita quotidiana, nella vita professionale. Per incapacità talvolta, ma più spesso per distrazione, fretta, imprecisione. È più facile accorgerci di quelli degli altri che riconoscere quelli commessi da noi stessi. Moltissimi sono ininfluenti (partire in macchina con la retromarcia invece che con la prima, se dietro non c'è nessuno), altri rimediabili (dimenticarsi di mettere il sale nell'acqua della pasta), pochi possono provocare qualche danno a se stessi (non assicurarsi che la scala sia correttamente aperta prima di salirci sopra) o agli altri (travolgere un passante con la macchina parcheggiata in una strada in salita senza freno a mano) e, infine, raramente possono creare lesioni o la morte. Anche in medicina, negli ambulatori, nelle corsie, nelle sale operatorie si commettono molti errori: ininfluenti, rimediabili, dannosi o mortali. Siccome si tratta di interventi su soggetti umani, maggiore è il rischio che gli errori possono provocare lesioni. Oggi "La Stampa" pubblica un lungo articolo su Venice (la spiaggia alternativa di Los Angeles) corredata da una cartina della Florida invece che della California: un errore che si limita a una butta figura. Scambiare un farmaco con un altro, il frutto di un'analoga distrazione, può essere del tutto ininfluente, ma può anche provocare il decesso del paziente.
C'è da stupirsi che solo da una decina di anni, dopo la pubblicazione del libro di Linda T. Kohn, Janet M. Corrigan e Molla S. Donaldson, To Err is Human. Building a safer health system (National Academy Press, 1999 ) , sia stata avviata una riflessione sull'errore in medicina. Da decenni l'aviazione internazionale dispone di un programma di monitoraggio, verifica, controllo di tutti gli errori che vengono commessi in qualunque volo, indipendentemente dal fatto che siano seguiti da un incidente. Viene aperta un'inchiesta, valutati tutti i fattori che hanno preceduto l'errore, individuata una procedura per evitarlo. I manuali di volo contengono centinaia di regole che devono essere scrupolosamente seguite. In medicina invece il ritardo è abissale, dovuto in parte alla difficoltà di scalfire l'Io di molti medici e chirurghi che si sentono infallibili e derubricano ogni insuccesso come una fatalità, in parte per il timore di prestare il fianco a faide interne e, infine, per il rischio di offrire materiale probatorio per denunce e rivalse da parte dei pazienti o dei loro parenti.
In molti ospedali americani vengono organizzate settimanalmente riunioni di tutto il personale medico di un intero dipartimento ( M&M , Morbidity and mortality conferences ) per discutere i casi che "sono andati storti". Si cerca di capire collettivamente cosa sia successo per individuare gli snodi critici da correggere. Da noi invece manca completamente la cultura dell'errore come stimolo per migliorare il proprio lavoro: negli ospedali vengono svolte riunioni per vantarsi dei propri successi, per mostrare il caso brillantemente risolto, una casistica con dati sorprendentemente positivi: tutti applaudono e nessuno impara alcunché. Nei programmi televisivi, radiofonici, nelle rubriche di medicina di quotidiani e rotocalchi i medici parlano sempre dei loro buoni risultati. Si diffonde l'idea che la medicina non abbia più frontiere, che sia infallibile, che possa risolvere ogni caso, anche il più insolito e il più strano. Non viene mai sollevato il dubbio che qualcosa possa non andare per il verso giusto: se poi un paziente in un qualunque ospedale muore, la colpa ricade sui medici che l'hanno avuto in cura. Con un trattamento adeguato, prescritto da medici competenti si sarebbe potuto salvare.
E i giornali quando trattano argomenti di medicina non affrontano mai la questione dell'incertezza insita in ogni decisione clinica, ma sono pronti a soffiare sul fuoco, trasformando una tragedia in uno scandalo. Una ragazza giunge in ospedale con una meningite fulminante (confermata dalla successiva autopsia) e il giorno successivo "La Stampa" titola a cinque colonne Ragazza muore dopo una flebo (in alternativa avrebbero potuto titolare "Ragazza muore in attesa della flebo": l'obiettivo di sollevare un sospetto di malasanità sarebbe stato raggiunto con analoga efficacia da entrambi i titoli). E così i fascicoli aperti dalla magistratura aumentano. Si valuta che in Italia l'80 per cento dei medici venga denunciato almeno una volta nel corso della professione.
Eppure in medicina l'incertezza è la norma: sappiamo cosa succede mediamente ai pazienti affetti da una certa patologia, se scegliamo il trattamento A o quello B: ma cosa succederà a quel soggetto che abbiamo davanti a noi? Gli prescriviamo il trattamento che si è dimostrato più efficace in quasi tutti i pazienti: ma se lui fosse uno di quelli (pochi, pochissimi) per i quali è invece meglio il trattamento alternativo?
Molti studiosi hanno cominciato a indirizzare i loro interessi di ricerca sulla valutazione degli errori in medicina. È stato scoperto che la frequenza con cui si sbaglia è esorbitante, che il problema non consiste nella ripetitività dello stesso errore (sarebbe facile prevenirlo), ma dalla combinazione (talvolta fatale) di negligenze di per sé innocue. Le negligenze possono colpire all'improvviso e in modo imprevedibile in numerosi punti di un sistema decisionale complesso. Dall'analisi di molti casi si può osservare che l'incidente grave avviene quando si è verificata una serie di fattori, ciascuno di quali non potrebbe essere la causa di un evento importante, ma tutti insieme possono creare la catastrofe. È stata coniata la teoria del formaggio svizzero (James Reason, Human error: models and management , "British Medical Journal" 2000, n. 320): solo se una serie di buchi formati dalla fermentazione si ritrovano casualmente sullo stesso asse è possibile con un bastoncino attraversare tutta la forma. Gli esperti sono convinti che sia il processo e non l'individuo a dover essere messo sotto la lente di ingrandimento.
Atul Gawande è un giovane chirurgo. Ha un grande spirito di osservazione, un'insolita capacità autocritica, non ha timori reverenziali e sa scrivere con gusto. Nei suoi anni di formazione rimane allibito dalla frequenza con cui si verificano errori di tutti i generi: gravissimi, imperdonabili, insignificanti, giustificabili, tollerabili, inammissibili. Raccoglie storie di pazienti, di catastrofi evitate, di lesioni inavvertitamente provocate, avvia una rubrica per una rivista online, scrive qualche articolo per il "New Yorker" e poi integra questo materiale di prima mano con un'approfondita analisi delle ricerche sviluppate sull'argomento. Il libro è certamente inquietante per chi non conosce il mondo degli ospedali e non sospetta che uscire vivo dall'ospedale sia anche questione di fortuna, cosa scontata per chi ci vive tutto il giorno. Affronta la questione delicatissima di come coniugare la migliore cura offerta dal migliore chirurgo con il fatto che anche i giovani devono imparare e c'è sempre una prima volta per ognuno. Cambiando gli strumenti e le tecniche, anche il chirurgo esperto si ritrova ad affrontare un nuovo intervento per la prima volta. Spesso quando ci si impadronisce completamente di una tecnica ce n'è già un'altra innovativa da introdurre nella propria pratica: e finché non la si sperimenta e la si utilizza in un certo numero di interventi non si potrà sapere se è migliore o peggiore di quella precedente. Una curva di apprendimento deleteria per i primi pazienti, ma che potrà salvare in seguito molte vite umane. Per i primi pazienti quel chirurgo è uno spavaldo avventuriero (magari da denunciare) e per i successivi è un coraggioso innovatore, a cui essere debitori per il resto della vita.
La strada per un'approfondita riflessione sugli errori medici e per una condivisione dei problemi con colleghi, pazienti e giornalisti è lunga. Gawande l'ha iniziata.

Marco Bobbio

I vostri commenti
giuseppe 74 (31-05-2005)
Emozionante e istruttivo: un libro che dovrebbero leggere tutti i medici e tutti i pazienti.
Voto: 5 / 5

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