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D'Annunzio Gabriele - Favole di Natale | Non c'è stato movimento letterario che D'Annunzio non abbia toccato o precorso, a cominciare dal verismo per finire con la prosa d'arte. E non si può neppure trascurare ciò che di romantico in senso nazional-popolare persiste in lui. Il contatto con le tradizioni popolari e con la poesia dialettale, maestro Cesare De Titta, segna in modo indelebile gli esordi del D'Annunzio narratore, come testimoniano "Terra Vergine" e le "Novelle della Pescara", dove, al di là dell'impianto naturalistico, l'autore solidarizza intimamente con quell'immaginario collettivo svelato da Antonio De Nino e Gennaro Finamore nelle sue "Tradizioni popolari abruzzesi". Rare volte questo D'Annunzio ha toccato le corde del fantastico o, per meglio dire, del meraviglioso puro, e perciò queste "Favole di Natale", tratte da "Parabole e novelle", edite nel 1916 dall'editore Bideri di Napoli, rappresentano un unicum nella sua produzione. Se si fa eccezione per "Un albero in Russia", tutte le "favole" della raccolta attingono a quel patrimonio di fiabe popolari che dopo tanti anni e in un clima letterario tanto mutato furono sottratte all'oblio da Italo Calvino. Si tratta, in particolare, di leggende popolari abruzzesi o rielaborate in terra d'Abruzzi, alcune delle quali conosciute di prima mano. Ma la trascrizione che ne fa D'Annunzio è una ri-creazione. Le sue "favole" recepiscono pienamente la vaghezza della fonte (orale) e sono nello stesso tempo inconfondibilmente dannunziane.
Media Voto: 5 / 5Roberto (05-01-2008) Grazie ad Armaducco ho potuto leggere questo piccolo libro... carinissimo, gradevole, decisamente più leggibile del solito. Voto: 5 / 5 |  |  |  |
Renato Besana (07-12-2007) «Penso ai pescatori della Pescara che partono con le belle paranze dipinte, prima dell’alba, nel vento di maestro, e hanno il gusto del sale in bocca», scrive D’Annunzio in uno dei cartigli che compongono il “Notturno”. È il 1916, un incidente aereo gli ha tolto l’uso di un occhio, costringendolo alla lunga convalescenza durante la quale attende alla sua opera più sofferta. In quei mesi, l’editore Bideri di Napoli gli pubblica “Parabole e novelle”, una raccolta di brevi scritti che appartengono ad altre stagioni della sua vena multiforme, mai davvero abbandonate, come dimostra l’evocazione del mattino sul mare, rivissuto quale patria dello spirito.
Dagli scritti contenuti in quella piccola edizione partenopea, escono le "Favole di Natale", con le quali Solfanelli riapre una sua collana storica, “il Voltaluna”, diretta da Lucio D’Arcangelo, che continua così l’opera di riscoperta per anni condotta in collaborazione con Oreste Del Buono. È, questa, l’occasione per incontrare un D’Annunzio lontano dallo stereotipo dell’esteta prigioniero delle proprie eleganze, tanto da apparire, a una lettura superficiale, non dannunziano, almeno nell’accezione riduttiva, se non caricaturale, che il termine ha finito per assumere. Siamo infatti prossimi alle radici popolari che segnano l’esordio del narratore, testimoniate da “Terra Vergine” e dalle “Novelle della Pescara”.
Come osserva D’Arcangelo nella prefazione, in queste pagine lampeggianti D’Annunzio «racconta il tempo senza tempo della fiaba o ricostruisce, per pura magia verbale, la vita tenera e cruenta di un’antichità ideale». Ha infatti attinto alle leggende contadine della sua terra, l’Abruzzo, trascrivendo di prima mano dalle fonti orali di cui aveva diretta conoscenza, filtrate tuttavia attraverso una sensibilità squisita. Remote sopravvivenza pagane si mescolano così ai sentimenti etico-religiosi del cristianesimo, mentre le pagine si dischiudono ai registri del meraviglioso e del fantastico, che non si riscontrano altrove nella vasta produzione dell’Imaginifico. Voto: 5 / 5 |  |  |  |
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