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Negri Antonio; Battaglini Raffaella - Settanta | Un uomo e una donna s'incontrano dopo quasi trent'anni, nella città dove tutto è cominciato. Entrambi ritornano dopo una lunga assenza. L'incontro è l'occasione per un appassionato confronto sugli anni della loro militanza politica, la cui storia s'intreccia strettamente con la loro relazione d'amore: tutte e due bruscamente interrotte dalla repressione alla fine degli anni Settanta. Il testo si svolge quindi su due piani temporali che sfumano continuamente l'uno nell'altro, seguendo l'arbitraria cronologia della memoria, mentre i due protagonisti ripercorrono insieme le tappe della loro educazione sentimentale: gli scontri di piazza e il dibattito interno al movimento, l'esperienza dell'arresto e del carcere, il momento del loro incontro e quello della separazione, che coincide con la fine di quella stagione di lotte. Il passato non è solo luogo della memoria, né tantomeno della nostalgia, ma un nucleo forte di esperienza e di pensiero che continua a interrogare il presente, rilanciando in avanti, oltre le dolorose cesure della storia personale e collettiva, l'urgenza dell'agire comune e la necessità della rivolta. Un testo che è rifiuto di ogni pentimento, perché come afferma uno dei protagonisti: "ora sappiamo che la resistenza non viene prima, ma dopo la catastrofe".
| La recensione de L'Indice |
 Un discreto numero di pubblicazioni, racconti, saggi, cronache, oltre a interventi su giornali e rotocalchi, sta riguardando gli anni settanta. Un ultimo libro affronta drammaturgicamente quel decennio, scritto da un'autrice, fra le più interessanti delle nuove tendenze della scrittura teatrale, Raffaella Battaglini, e da un cosiddetto cattivo maestro, Toni Negri. Il testo fa la spola fra il 1977, e dintorni, e l'oggi: due scene vengono illuminate alternativamente a raccontare l'uno e l'altro. Va da sé che qui non ci si pente di nulla, al contrario la scrittura oppone la "pesantezza del controllo" che dominava l'Italia fino agli inizi degli anni sessanta e la festa che la "ribellione" porta seco; nondimeno, i due protagonisti, Margherita e Andrea, che dopo un lungo silenzio si ritrovano per fare un bilancio del loro comune passato, politico e sentimentale, non tacciono le incongruenze e le zone d'ombra di quel periodo, più lei che lui, che espone un ottimismo della volontà e un pessimismo della ragione (rovesciamento del celebre motto gramsciano, altrove formulato dal coautore). Margherita ha elaborato il passato in chiave di sconfitta del movimento rispetto al potere e a se stesso, soprattutto rispetto all'esperimento femminista e vive il presente con un pessimismo temperato da una consapevolezza critica. Il rovello di Andrea sembra invece ruotare sostanzialmente su una questione: in che misura la sovversione spontanea, da lui teorizzata e praticata, sia stata compresa dagli antagonisti. Una figura centrale del testo è quella dell'Intruso. Questi entra subito in scena, chiedendo ospitalità per la notte in casa dei due; trattasi di un militarista del movimento, con il quale Andrea ha un pessimo rapporto politico e personale (non sa trattenere l'irritazione, quando gli vede indosso il proprio accappatoio). Rappresenta infatti il deragliamento della spontaneità sovversiva verso la lotta armata. Il testo fila una parola asciutta e rigorosa. Il racconto dei giorni del carcere e della ribellione, sedata brutalmente dalle forze dell'ordine, è di particolare efficacia, ma non lo è meno quello dell'arresto di Andrea, dove il magistrato esibisce già tutta la qualità coattiva che lo stato metterà in moto nei riguardi di coloro che hanno tematizzato la sovversione spontanea, equiparandola a un reato; questi scorge sul tavolo un libro di Pascal e si mostra senz'altro sorpreso che un filosofo, da lui verosimilmente ritenuto devoto agli apparati egemonici di (ogni) stato, possa costituire oggetto di interesse per un terrorista come egli ritiene sia Andrea: da qui si adduce il teorema accusatorio pensato dagli inquirenti, non solo, anche dagli opinionisti e da larga parte dello schieramento politico. Sta di fatto che il magistrato trascura del tutto l'Intruso, a lui interessa esclusivamente misurarsi con Andrea, dal momento che si sente compreso del proprio compito di dipanare la connessione teoretica che istruisce il terrorismo politico. E la chiave del testo è a pagina 74, nelle parole di Andrea: "A volte / il mio genio maligno / mi dice che è stato meglio così / mi dice / che bisognava uscire da quella situazione / e uscirne / mantenendo la nostra differenza". Con ciò egli rivendica la potenza espressiva di un passato collettivo: "Il tempo ha dimostrato / quanto noi fossimo vivi e loro morti". Clio Pizzingrilli |
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