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Santoro Marco - La voce del padrino. Mafia, cultura, politica |
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Titolo | La voce del padrino. Mafia, cultura, politica |
| Autore | Santoro Marco | Prezzo Sconto 15%
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€ 16,15
(Prezzo di copertina € 19,00 Risparmio € 2,85)
Prezzi in altre valute |  | | Dati | 2007, 223 p., brossura |
| Editore | Ombre Corte
(collana Culture) |
Normalmente disponibile per la spedizione entro 3 settimane | | 
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| I saggi che compongono questo libro presentano altrettante tappe di un'interpretazione "culturale" dell'universo mafioso, del quale mettono in luce, al contempo, anche le specifiche dimensioni politiche. L'idea di fondo dell'autore è che il fenomeno possa essere compreso nella sua complessità solo portando alla luce i codici che strutturano sia il discorso "sulla" mafia sia il discorso "della" mafia, qui rappresentato dalla voce stessa di alcuni mafiosi eccellenti. Perché è solo nella continua e irrisolta tensione fra questi due discorsi che la "mafia", fenomeno di ibridazione culturale ancor prima che sociale, può prendere forma e identità. Usando gli strumenti analitici che hanno accompagnato l'emergere e l'affermarsi degli "studi culturali", e attingendo selettivamente al repertorio classico delle scienze sociali e politiche, il libro cerca così di contribuire alla costruzione di una "sociologia politico-culturale della mafia", insieme critica e riflessiva, che nulla concede alla ragione dello stato per nulla concedere a quella mafia che a esso a volte si oppone e a volte si sovrappone. Diversamente dagli studi, in cui le dimensioni economiche e criminali restano in primo piano, la "mafia" è qui dunque considerata come "sistema culturale" e, insieme, "forma del politico".
| La recensione de L'Indice |
 Codici d'onore, norme e valori, linguaggi, simboli e riti della violenza: siamo abituati a considerare la mafia come un'attività criminale molto caratterizzata in termini culturali. Ma che ruolo giocano questi elementi? Sono costitutivi del fenomeno mafioso, che si presenterebbe così con il carattere di una subcultura? Oppure si tratta di frammenti ideologici, rivestimenti di superficie che nascondono basi strutturali di natura politico-economica? La tesi culturalista, avanzata da alcuni antropologi e sociologi classici, è stata largamente criticata nelle più recenti stagioni di studi. È stata vista come una tesi troppo determinista: dati certi modelli culturali, i comportamenti mafiosi ne sarebbero la quasi naturale conseguenza. Senza contare che insistere sui significati culturali e sul radicamento antropologico della cultura mafiosa può sembrare un modo di giustificarla e persino legittimarla, celandone la reale natura di violenta organizzazione criminale. Si sono al contrario imposti modelli interpretativi basati sulla teoria della scelta razionale, tra i quali il più noto è probabilmente quello di Diego Gambetta: la mafia come industria della protezione, dunque come fenomeno interamente spiegabile in termini economici. In questa chiave, l'intero "folklore" mafioso assumerebbe il senso di una sorta di marchio di fabbrica, di "pubblicità" volta a costruire la reputazione del "prodotto". Tuttavia, gli aspetti più deboli delle vecchie tesi antropologiche erano legati a un concetto di cultura essenzialista e deterministico che è oggi largamente superato. Cosa succede se applichiamo alla mafia analisi culturali più aggiornate e raffinate, sulla scia dell'antropologia interpretativa di Geertz o della teoria delle pratiche di Bourdieu? È il tentativo che con questo libro compie Marco Santoro, studioso poliedrico che innesta in modo assai originale gli strumenti dei cultural studies e delle sociologie di impronta fenomenologica su un solida base di filosofia politica. L'intento del libro è in primo luogo epistemologico. L'autore svolge una serrata critica alle tesi economiciste, dialogando soprattutto, e costantemente, con Gambetta. La teoria della scelta razionale propone un modello esplicativo centrato su un soggetto agente astratto e universale. Presuppone dunque ciò che dovrebbe essere studiato empiricamente: la natura degli interessi perseguiti e la razionalità delle strategie impiegate per raggiungerli. Al contrario, l'analisi interpretativa cerca di comprendere gli attori sociali come soggetti politici costituiti all'interno di specifici contesti storico-culturali. Per capire la mafia non basta allora un modello di razionalità economica: si tratta invece di ricostruire il "mondo sociale mafioso", così come viene prodotto nelle pratiche e nei discorsi dei suoi partecipanti. Un mondo che consiste di valori ("l'omertà, l'onore, il rispetto, l'amicizia o la disponibilità all'uso della forza fisica") così come di "formule organizzative, miti, rituali, cerimonie, meta-narrazioni, (
) forme di classificazione simbolica" che sono in qualche modo peculiari e implicano la "differenza" del fenomeno mafioso. È qui che si apre lo spazio di un'analisi culturale che, studiando le descrizioni della vita interna della mafia, cerca di coglierne l'universo di senso. Naturalmente si pone un problema di fonti, visto che per ottenere questa descrizione dall'interno non si può ricorrere come vorrebbe il metodo interpretativo alla ricerca sul campo. Occorre lavorare in modo indiretto, utilizzando le testimonianze dei pentiti, le autobiografie, i materiali delle indagini giudiziarie. Un capitolo del libro è ad esempio dedicato ai "pizzini", i famosi biglietti scoperti nella casa di Bernardo Provenzano dopo la sua cattura, analizzati come specchio della cultura mafiosa: non tanto per i loro contenuti quanto per la loro struttura formulaica, ritualizzata, tipica di un codice comunicativo "ristretto". Altre sezioni trattano di generi culturali come le cosiddette canzoni della mafia, nonché le autobiografie di mafiosi e pentiti (con una particolare attenzione dedicata alle confessioni di Tommaso Buscetta pubblicate da Arlacchi). Il senso di queste analisi è la ricostruzione delle varie facce di un discorso della e sulla mafia, considerato come costitutivo del fenomeno stesso. Tuttavia, queste aperture di ricerca empirica sono presentate solo come sondaggi, esplorazioni di possibilità nel vasto campo di una cultura in senso lato mafiosa. L'intento del libro resta quello di costruire una cornice teorica di apertura per studi che potrebbero essere assai più sistematici. Temi come i pizzini, le canzoni o i riti di iniziazione non devono d'altra parte far pensare a una folklorizzazione del fenomeno. Il nucleo della proposta di Santoro è ben diverso. La fenomenologia culturale acquista senso solo sulla base del riconoscimento del carattere profondamente politico della mafia, anche se in un'accezione di politica che non si identifica con la struttura formale delle relazioni che fanno capo allo stato. L'autore sintetizza anzi il suo lavoro come tentativo di dar conto della mafia "in una visione (
) meno segnata dalla cornice etica e politica dello Stato". Il che significa collocarla in una dimensione di vincoli relazionali intermedia tra stato e società civile, di natura analoga a quella della fratellanza, del Bund o lega, della professione, in cui hanno risalto forme di rapporti personali dirette, basate non su una struttura di diritto, ma sui legami della fiducia, della fedeltà o anche della coercizione violenta. Forse sono persino troppi gli strumenti interpretativi e i modelli teorici che il libro propone, non tutti ugualmente convincenti. Ma la sua principale importanza sta nel riaprire una discussione che sembrava sopita. È un lavoro che richiama a gran voce le discipline della cultura l'antropologia, forse ancor prima della sociologia a tornare a impegnarsi su un terreno che, forse per paura forse per pigrizia, avevano da tempo abbandonato. Fabio Dei |
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