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Alla follia della distruzione che impera nel lager c'è chi si è adattato e ha accettato di ritardare la propria morte affrettando quella altrui: il kapò. In questo straordinario romanzo Tisma descrive - con potenza letteraria e un rigore documentario- la caparbia vitalità e la forza animalesca che consentono a Vilko Lamian, ebreo battezzato e assimilato, di sopravvivere a Jasenovac e Auschwitz cambiando identità e trasformandosi nel kapò Furfa. Ora, dopo la guerra, tormentato dal ricordo dei suoi misfatti e dal terrore della vendetta postuma della storia, ma soprattutto ossessionato dalla figura di una delle sue vittime, Helena Lifka, si mette sulle tracce della donna, convinto che solo lei possa giudicarlo e magari assolverlo. Tisma indaga qui - sollevandosi nettamente al di sopra di ogni contingenza e con una sensibilità lancinante nel registrare il frantumarsi dell'identità - ciò che resta di un uomo quando è costretto ad attingere alle sue estreme risorse, a scacciar via da sé ogni timore e senso di pietà. E la sua opera è prodigiosamente all'altezza del compito: ferisce, viviseziona, scuote le certezze, ci tiene all'erta contrastando l'oblio.
| La recensione de L'Indice |
 Può accadere nelle terre martoriate da confini contesi e arricchite da pluralismo linguistico e culturale che i toponimi si moltiplichino, si confondano, si rendano irriconoscibili con il passare del tempo. In uno di quei possibili equivoci cade anche Vilko Lamian, ebreo originario di Bjelovar in Croazia, ex kapò ad Auschwitz. Laggiù si è salvato la vita, ma il rimorso per il ruolo che ha coscientemente assunto non lo abbandona neanche molti anni dopo. Lo perseguita il ricordo di una delle sue vittime, la favorita, certo, ma pur sempre una vittima, ridotta a oggetto da cui trarre piacere in cambio di pochi resti di cibo, buono e caldo. È sempre riuscito ad autoassolversi perché lei, Helena Lifka, era una straniera, era diversa da lui, arrivava da una città lontana, dalla periferia estrema di un immaginifico impero: da Szabadka. Pochi anni dopo la fine di tutto, mentre compie un viaggio in autobus, lo sguardo di Lamian cade su un giornale bilingue con una doppia datazione: Szabadka, 1947 június 20 -"Subotica, 20 giugno 1947". Dunque l'esotico nome altro non è che la versione ungherese di Subotica, città della Vojvodina, provincia settentrionale della Serbia, territorio jugoslavo. Helena non solo era ebrea come lui, vittima predestinata, ma anche una connazionale, solo meno abile, meno fortunata, meno crudele di lui. La rivelazione getta Lamian in un senso di sconforto, unito al lacerante senso di colpa che lo accompagna per i successivi anni della sua vita grigia di burocrate del catasto di Banja Luka, in Bosnia. I ricordi del lager si mescolano alla vita quotidiana con stridore sempre più evidente. I vani tentativi di nascondersi, di mascherare la sua identità di ebreo convertito dai genitori al cattolicesimo, non lo hanno salvato dalle crudezze di Jasenovac, dove giunge come vittima, né dall'orrore di Auschwitz, dove giunge sotto mentite spoglie, riciclandosi come kapò. Con il passare degli anni il pensiero di Helena Lifka diventa l'ossessione attraverso cui tentare una disperata forma di redenzione, solo l'incontro con il suo sguardo di sopravvissuta può sciogliere il grumo nero della sua dannata esistenza. In un crescendo di flashback dai campi, di momenti della vita quotidiana che evocano per analogia o contrasto le privazioni del lager e le efferatezze contro gli internati, Lamian si avvicina sempre più all'oggetto del suo disperato desiderio. E più le distanze diminuiscono, più si fanno breccia le memorie delle responsabilità, delle crudeltà compiute per la necessità di salvarsi, per limitare sofferenze inutili, ma anche per il gusto di mostrare il suo misero potere, conquistato con l'inganno. Aleksandar Tima, originario della Vojvodina, di madre ebrea e padre serbo, fortunosamente scampato allo sterminio degli ebrei di Novi Sad, usa un linguaggio asciutto e diretto, utilizza la sovrapposizione di memorie e sensazioni per narrare il passato che non passa, la colpa che non può trovare riscatto. Come sottolinea in una nota la traduttrice Alice Parmeggiani, Tima fa spesso uso di parole in lingua tedesca, abitualmente utilizzate ad Auscwitz per indicare prigionieri e aguzzini, luoghi e oggetti. Molti di quei termini si trovano identici nelle opere di Primo Levi e conferiscono alla narrazione una crudezza e una veridicità non usuali. Donatella Sasso |
andrea (05-04-2011) Assolutamente da leggere.
Incredibile, forte...grande Tisma Voto: 5 / 5 |  |  |  |
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