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Raffaeli Massimo - Sivori, un vizio. E altri scritti di calcio | Gli eccessi del calcio di oggi, la sua stessa invadenza ed ipervisibilità, possono indurre nella tentazione della nostalgia per il gioco di ieri, quando il calcio era uno sport di massa ma non ancora uno spettacolo televisivo esclusivamente sostenuto dal business. Non è la nostalgia ma il recupero ostinato di antiche emozioni a giustificare questo libro che incrocia di continuo il calcio e la letteratura. Il mito di Omar Sivori e degli "angeli dalla faccia sporca", il Grande Torino, l'Inter di Herrera, il Milan di Nereo Rocco e Gianni Rivera, antiche fisionomie di campioni e di oscuri comprimari, qui si legano ai testi di scrittori e giornalisti che nel corso di un secolo, ormai, hanno saputo raccontare il calcio come un luogo cruciale dell'immaginario nazionale e della cosiddetta identità italiana, da Gianni Brera e Mario Soldati a Salvatore Bruno e Giovanni Arpino. Composto a mosaico, scritto in uno stile secco e tagliente, "Sivori, un vizio" rappresenta un omaggio alla duplice passione che è all'origine di una stessa vocazione critica, dove si incontrano in retrospettiva, come si trattasse dei frammenti di un romanzo di formazione, la Juve del grande Omar, la Lazio allo stadio Flaminio, immagini di Luigi Riva e Giacinto Facchetti insieme con le pagine di alcuni fra gli autori più amati, Pier Paolo Pasolini e Vittorio Sereni.
| La recensione de L'Indice |
 Un giovane ginnasiale, una quarantina d'anni fa, prende il coraggio a due mani e scrive una lettera al famoso giornalista sportivo Vladimiro Caminiti, allora rubrichista de "L'Intrepido": chiede all'"ultimo e più raffinato aedo tra gli scrittori del nostro calcio" se fosse legittimo istituire un paragone tra lo juventino Furino, incarnazione di un calcio tutto ruvidezza ed essenzialità, e la poesia virile e tormentata del greco Archiloco. Mittente di quella lettera, inviata con l'improntitudine temeraria che è tipica dell'adolescenza, era Massimo Raffaeli, oggi firma tra le più illustri della critica letteraria nostrana. Felix culpa perché in quelle righe erano già dichiarate esplicitamente alcune fra le passioni irrinunciabili della sua vita. In primis, quella per la vecchia Signora del nostro calcio e i suoi calciatori: non solo gli hors catégorie alla Sivori, ma anche i pedatori più umili e "dialettali", magari pure un po' sbertucciati dalla critica superciliosa privi com'erano di un qualsivoglia sospetto di glamour e di enfasi pedatoria, come per esempio il succitato Furino. Ma in quella lettera si preannunciava anche l'idea che il calcio fosse un fenomeno non banalmente ludico e sportivo e che, per questo, andava letto e interpretato con lo stesso rigore che si riservava a un genere fondante le basi della civiltà occidentale quale l'epica. Questo Sivori è un vizio è costituito da una serie di pezzi scritti in varie occasioni (articoli, introduzioni, prefazioni, note, interviste) e diviso in cinque sezioni che racchiudono l'arco di una frequentazione critica ormai più che decennale: "Gli angeli dalla faccia sporca", "Poeti, aedi", "Due scrittori di calcio", "Memoria", "Passato e presente". In ognuna di queste piccole monografie, sia che si prenda in rassegna la canagliesca genialità di quel "Cyrano scugnizzo" che era Sivori, sia che si occupi della "bellezza fisica, scura ed intransitiva" di uno dei romanzi più belli e dimenticati ambientati nel mondo del calcio, L'allenatore di Salvatore Bruno (Vallecchi 1963, poi Baldini e Castoldi 2003), sia che si dialoghi in un'intervista piccolo capolavoro di malinconia e intelligenza con il compianto Giacinto Facchetti, Raffaeli dimostra, senza bisogno di retorici teoremi persuasivi, quanto scrupolo, quanto furor philologicus, quanta analitica concentrazione meriti il football, la stessa con la quale il critico di "Alias" e di "Tuttolibri" chiosa una poesia di Fortini o cura una nuova edizione di Volponi o di Arpino. Il demonio che va evitato e scongiurato, un demonio che oggi invece è maggioritario e vincente, sia nelle pagine dei quotidiani che nei talk show televisivi, è infatti proprio quello del trionfo della trasandatezza, della superficialità formale e contenutistica, dello schieramento nella tribù vanesia e militarizzata del tifo, non priva di derive xenofobe e identitarie, una sorta di contemporanea "religione secolarizzata e decaduta,(
) vero e proprio fondamentalismo" tra i più beceri del nostro tempo. Raffaeli scrive di calcio rifuggendo da quella povertà espressiva che affligge spesso le pagine delle gazzette sportive e non, da quella scrittura brutale e rozza, spesso derivata dal fatto che i "giornalisti sportivi" sono in cuor loro convinti che si debba usare una lingua-surrogato, di infimo grado, per cui discettano di calcio senza avvertire l'esigenza di intenderne storia e tecnica, di studiarne e coglierne l'originalità e la specificità. Dimenticandosi così, solo per citarne alcuni, di Vittorio Sereni, Mario Soldati, Gianni Brera, Giovanni Arpino, Osvaldo Soriano, Javier Marías che di calcio si sono occupati scrivendo libri, poesie, racconti di incomparabile, magistrale bellezza. Per Raffaeli invece parlare di calcio significa avere un atteggiamento esattamente agli antipodi rispetto a questo malcostume: per lui scrivere di calcio significa "cedere alla passione (a qualsiasi passione) e intanto sanzionarla con lucida razionalità"; le due operazioni "sono infine una cosa sola, ovvero i tramiti di un cimento perpetuo la cui unica posta è l'accesso alla verità individuale, parola temeraria e, dunque, alla lettera, impronunciabile". Non a caso da questo libro costellazione, tramato sia da ritratti che sono dei veri e propri omaggi scritti in punta di penna che da "invettive" intinte invece nell'acido corrosivo della stroncatura, trapela una diffusa aura di nostalgia per ciò che il calcio è stato: un luogo dove i ricordi assumono la potenza tremenda di una "scena primaria, l'equivalente di un rito di passaggio dentro ad un personale romanzo di formazione". In realtà, se di nostalgia si può parlare in questo libro, essa va intesa come una pietra di paragone utile a spiegarvi complessità e stratificazione di un calcio che un tempo, forse, non era necessariamente migliore rispetto a oggi, "ma senz'altro qualcosa di più umano, di meno esoso ed invadente. Di meno finto, meno programmato e, alla lettera, meno dopato". Un calcio che in fondo era, come recita l'inarrivabile definizione di Javier Marías, "il recupero settimanale dell'infanzia". Accorroni |
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