Da bambino la madre picchiava il piccolo Zlatan con un cucchiaio di legno, rompendoglielo in testa. Lui si consolava rubando biciclette e lasciando a bocca aperta i ragazzi più grandi con il pallone tra i piedi. All'Ajax lo accusarono di aver causato di proposito l'infortunio di un compagno che gli toglieva spazio. Nell'agosto del 2006 scandalizzò l'Italia lasciando la Juventus per l'Inter in piena Calciopoli. Tre anni e altrettanti scudetti dopo volò verso la squadra dei suoi sogni, il Barcellona, ma con Guardiola il rapporto non decollò. Dietro l'angolo c'era l'ennesimo colpo di teatro e il ritorno a Milano, stavolta con la maglia rossonera... In "Solo Dio può giudicarmi" - dichiarazione tatuata sul suo fianco sinistro - Zlatan Ibrahimovic racconta per la prima volta i suoi numeri fuori e dentro il campo, gioie e follie di una vita sempre sopra le righe.
Un libro molto scorrevole e, se mi permettete il termine, sincero. Ibrahimovic racconta la sua storia in modo pulito e limpido senza tralasciare le pagine più amare della sua storia. La chiusura del libro,probabilmente, la parte più emozionante in assoluto. Francamente mi è piaciuto molto. Non do punteggio pieno solo perchè scritto con terminologie e vocaboli "semplici" ma, d'altronde, la scelta risulta logica visto che questo libro è stato creato per essere letto da tutti.
Zlatan Ibrahimovic non è certo Mister Simpatia, né lui desidera esserlo. Figlio di profughi dell'ex Jugoslavia, cresce nel quartiere ghetto degli immigrati di Stoccolma, con una madre maltrattata che picchia i figli, un padre ubriacone e violento, fratelli e fratellastri drogati che presto lasciano la famiglia. Da ragazzino ruba biciclette e al supermercato, ma soprattutto gioca a calcio nei campetti di periferia. E comincia la sua ascesa: il Malmoe, l'Ajax, la Juventus, l'Inter, il Barcellona, il Milan. Con un solo obiettivo: vincere, dimostrare a tutti di essere il più bravo. E guadagnare tanti soldi, comprare auto veloci e oggetti di lusso. Rissoso, irascibile, vendicativo, senza distinzione con avversari, compagni, allenatori, ha simpatie e antipatie totali: stima Mourinho e Capello, considera suo migliore amico il procuratore Raiola, detesta Pep Guardiola, suo allenatore al Barcellona. Di lui si ricordano gol strepitosi e risse furibonde, innumerevoli trofei e plateali espulsioni. Un duro, come ripete ossessivamente nel suo libro, a cui piace mettersi in mostra x vendicarsi di chi non lo stima. Un ego immenso che nulla riesce ad appagare. Ma una qualità emerge su tutto: la sincerità. Nel libro come nella vita rifugge le parole di circostanza tanto abusate nello sport. Apprezzo soprattutto la frase evidenziata nella seconda pagina di copertina: "Si può togliere il ragazzo dal ghetto, ma non il ghetto dal ragazzo". Perché è vera, e forse tutti conosciamo qualcuno a cui applicarla. Dalla biografia di un atleta non ci si aspetta certo un capolavoro letterario, ma il linguaggio colloquiale rende piacevole la lettura.
La personalità di Ibra andava raccontata: un ragazzo nato nei sobborghi multirazziali (che - dice - non potrà mai levare dalla sua vita, nel bene o nel male) e che è asceso alle realtà più alte del calcio mondiale.
Un bell'esempio di "volere-potere" condito con tanti episodi di cretinate giovanilistiche, che oggi anche lui ora riconosce...
Forse non sarà il miglior giocatore al mondo, di certo è uno dei più schietti.
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