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Recensioni 1 - 20 di 21 recensioni presenti. Media Voto: 3.95 / 5 (12-05-2003) Libro - Ferito a morte - La Capria Raffaele Mi indusse a questo libro la debordante passione d'un tal «Carlo del '54, che a 19 anni si innamorò di Ferito a morte», e che da allora - a quanto egli stesso con qualche imbarazzo d'innamorato ne racconta ad Antonio D'Orrico di Sette - lo ha riletto altre dodici o tredici volte, e continuerà ancora a farlo.
Della bravura di La Capria sono rimasto abbagliato, sbalordito immediatamente, anche se subito mi sono accorto che il suo stile di scrittura, così rotto, e rapsodico, metaforico e joyciano, s'adattava alla mia sensibilità di lettore come delle pasticche di exctasy ad un pallido bibliotecario.
Tuttavia attratto dalla luce più che una falena ho perseverato a leggere. A trent'anni ci si può permettere il lusso di riporre nello scaffale, con una scrollatina di spalle, Joyce e Volponi facendosi presuntuosamente forti di una loro incapacità a farsi capire. Non più, purtroppo, a cinquanta e passa anni. Dovevo capire perché a quel ragazzo Ferito a morte fosse piaciuto così tanto da fargli dire, e ripetere, tutte e tutte le volte che lo rilegge, «Non avrò altro libro all'infuori di te».
Non l'ho capito. Cioè non l'ho capito come si suole, non l'ho capito cerebralmente, mentalmente. La storia è tutto un raccontare disarticolato, una giostra di tempi lunghi e corti, tutti fratti, dove la testa gira e non si raccapezza. Un'idea di unità narrativa me la sono fatta tramite le note di copertina, ché leggevo a bocca aperta e al di là della bellezza ammaliante delle parole e della dolorosa precisione delle frasi nulla capivo. Però direi istintivamente, direi sensualmente - sì, sensualmente, sensualmente è la parola giusta - il libro mi ha incantato.
Io sono legato ad un modo di scrivere che se non più aristotelico è ancora pienamente manniano, cioè lento, piano, descrittorio. Pacato, filtrato. Già a leggere Proust mi pare d'immergere la punta dell'alluce nel più vasto e profondo degli oceani. Ma La Capria, che abita agli antipodi di dove abita Thomas Mann, mi ha abbacinato come abbacina il sole negli occhi. La sua scrit Voto: 5 / 5 |  |  |  |
(27-03-2003) Libro - Io non ho paura - Ammaniti Niccolò Non amo i ragazzini, né li capisco, però so che vanno forte. Soprattutto negli scaffali dei supermercati. Ammanniti ammicca a Stephen King, e dipana il gomitolo narrativo con molta destrezza. Con uno stile coinvolgente e scorrevole conferisce alla lettura una semplicità coerente con le aperture mentali (credo, mi pare) del piccolo Michele. E dà alla storia, come il buon King comanda, la esatta struttura di una sceneggiatura da film.
Basterà che trovino gli interpreti giusti (ce ne sono a centinaia) e per un paio d'anni non ce lo togliamo più dai piedi, né noi e né gli alunni delle scuole di ogni ordine e grado.
25/3/03
Voto: 2 / 5 |  |  |  |
(20-02-2003) Libro - La strada di Swann - Proust Marcel Nel periodo de l'Impressionismo gli artisti pretesero di rappresentare i fatti non com'erano ma come gli apparivano, cercando di descrivere le impressioni che glie ne derivava (da qui il nome). Esprimendosi - così me li figuro, faccio l'espressionista anch'io - con una mano con la quale tenevano la penna o il pennello e con l'altra che si tenevano la testa nello sforzo struggente di interiorizzare la realtà rappresentandone meticolosamente le suggestioni. Furono i cantori di una società vecchia, sazia e sfinita che da lì a poco sarebbe stata spazzata via. Estenuato, estetizzante, privo di nerbo e chiuso in se stesso, l'Impressionismo porterà la poesia a morire nell'ermetismo, la pittura a impazzire nell'astrattismo e la musica colta a liquefarsi nella atonalità. Nella pittura gli artisti più rappresentativi furono Degas, Monet, Cortot e Renoir, nella musica colta Debussy, Satie e Ravel, fra i poeti Verlaine, Baudelaire e Mallarmé mentre Marcel Proust lo sopra gli scrittori. Pur se frutto della cultura del tempo, la Ricerca proustiana è un capolavoro assoluto, un modello letterario originalissimo e un'opera inimitabile. Tutto questo non soltanto perché oggi non è neanche immaginabile che uno possa accingersi a un'opera tanto monumentale (è in otto libri, o sette quando, come nel volume che ho appena finito di leggere, i primi due, Dal lato di casa Swann e Un amore di Swann, vengono accorpati), quanto perché si tratta di una 'riflessione' che è il ritratto attento, completo, minuzioso e profondo - in quanto filtrato dalle impressioni dell'artista - dell'essenza di un'epoca. Per visione di vita, pulsioni e modo di scrivere lontanissimi sono l'uno dall'altro Proust e Balzac. I due che provenivano da situazioni familiari assai diverse vissero in periodi storici differenti. Quanto Balzac è ruvido, sanguigno e popolaresco tanto Proust è aristocratico, sottile e raffinato, tuttavia la Ricerca richiama l'imponente vastità della Comedie Humaine, e in entrambe le opere i personaggi, che sia qui che lì vivono con tutti i seg Voto: 4 / 5 |  |  |  |
(14-11-2002) Libro - La grande storia della prima guerra mondiale - Gilbert Martin Sì, è inglese e le cose le vede da inglese; però ce le racconta con una chiarezza che è un piacere leggerlo. Non come avviene con i nostri esimi accademici che più che divulgatori sembrano massoni, tanto s'esprimono tortuosamente. «Tra di loro si scrivono e tra di loro si leggono» - diceva Indro Montanelli - «Non per la platea dei lettori, di cui non si curano affatto».
Questo libro lo si legge bene, a patto che gli si tolga quel palmo di tara che all'autore discende dall'essere inglese. Ovviamente non possono farlo il giovane o il lettore digiuno di storia, ma io posso. Effettuerò - prendendo ad esempio quel che scrive a pagina 21 - una sinossi di quanto, sulle ragioni di attrito tra la Germania e la Gran Bretagna, ci dice lui e quel che avrei scritto io:
Versione di Gilbert:
«Gli imperi co-loniali di Francia e Gran Bretagna suscitavano l'invidia e l'indignazione della Germania, che pure annoverava fra i suoi territori imperiali d'oltremare grandi regioni africane e ampie zone dell'Oceano Pacifico, in nessuna delle quali aveva però attuato né insediamenti né forme di sfruttamento commerciale. Più che offrire una possibilità si-gnificativa di sviluppo per le imprese e la prosperità nazionali, le co-lonie costituivano per la Germania un simbolo di potere.
Fra Germania e Gran Bretagna c'era anche un altro motivo di frizione, esacerbato dagli ultranazionalisti sull'una e sull'altra sponda del Mare del Nord: il desiderio del Kaiser di rivaleggiare con gli inglesi sul piano della potenza navale, benché per i suoi possedimenti d'oltremare non gli occorresse una marina di quella portata. Nel 1912 la Germania varò una legge - la quarta in dodici anni - che aumentava di 15.000 uomini, tra ufficiali e marinai, la sua forza navale, già consistente. Il ministro della Marina britannico, Sir Winston Churchill, propose che i due paesi si accordassero per una tregua nel riarmo navale, ma la sua offerta fu rifiutata dalla Germania. Quando Churchill sostenne che una flotta potente era una necessità per la Gran Bretagna, ma un Voto: 4 / 5 |  |  |  |
(20-08-2002)
La scrittrice Margaret Mazzantini - recita la noterella in terza di copertina - è nata a Dublino e vive a Roma. Aggiungo io che è sposata con l'attore Sergio Castellitto, ha un bel nome, un bel cognome, lo sguardo intelligente e un viso interessante. Gode nell'ambiente letterario di buona considerazione e, per buona misura, suo marito non soltanto è un bravo e simpatico attore, ma ha dato sempre la sensazione d'essere una persona seria. Ce n'era quanto bastava perché desiderassi conoscerla. Per cui, dopo che ho riposto nella scansia quel Quel che resta del giorno che con albionica misura s'era fatto portavoce del muto soffrire del molto dignitoso mister Stevens, mi sono accinto con l'animo (il più possibile) sgombro da pregiudizi a questo Non ti muovere sul quale in IBS avevo contato ben 35 recensioni (su 39) del tutto favorevoli se non encomiastiche.
Ma il libro non mi è piaciuto, non l'ho finito, m'ha molto deluso. Perché alle pagine 11, 12, 13 e 14 (poco dopo mi sono fermato) ho trovato delle situazioni che ho reputato molto pregiudizievoli in senso negativo.
A pagina 11, là dove il protagonista ci parla della dottoressa Ada, anestesista rianimatrice nell'ospedale dove gli hanno portato la figlioletta in fin di vita, la Mazzantini ha scritto: "Prima di passare in rianimazione è stata una delle migliori anestesiste dell'ospedale, ha soffiato il protossito di azoto dentro molti miei pazienti".
Sì, "ha soffiato il protossito di azoto dentro molti miei pazienti". Non so se chi mi legge ne converrà, ma a me l'espressione è sembrata estremamente inelegante, e volgare l'aver voluto ridurre tutta la decantata perizia della dottoressa in un fatto pneumomeccanico.
Volto pagina e leggo del protagonista, che sta lasciando la sala chirurgica e ad un collega il paziente che stava ricucendo, che dice: "Finisci tu - ho detto ad un mio assistente. La ferrista gli ha passato il portaghi. Ho sentito il rumore del ferro che sbatteva sulla mano inguantata, un suono sordo che è risalito nelle mie orecchie amplificato".
A pa Voto: 1 / 5 |  |  |  |
(31-07-2002)
Protagonista della trama - come sempre in J. Roth, mesto cantore della Finis Austriae, - è il solito tenentino del regio-imperial esercito asburgico. Solo che questo libro di non molte pagine, ma difficile, lungo e spesso non comprensibile, non si inserisce nel contesto (dolorosamente familiare, anzi familiarmente doloroso) del declinare di quel mondo. Ma inaspettatamente - inaspettatamente in Roth che qui vuole rischiare il triplice salto mortale senza rete - si incentra sul "dopo". Sul nuovo, tragico, disorientante, facile e nello stesso tempo difficile "dopo" che in Europa il collasso degli imperi centrali aveva aperto, anzi squarciato.
Nel 1916, in Galizia, il tenente Franz Tunda, protagonista del racconto, viene catturato dai russi e deportato in Siberia. Circondato dalla taiga e del tutto separato dal consorzio sociale, per diversi anni nulla egli sa degli esiti della guerra, né della caduta dello zar e della presa del potere da parte dei bolscevichi, così come nulla sapeva della cruentissima guerra civile che proprio in quel periodo stava mettendo tutto sottosopra. Ritenendo che si trattasse di faccende che riguardavano la sola Russia e che fuori di essa invece tutto fosse rimasto immutato, Tunda decide di abbandonare il lontano rifugio per fare ritorno, con ogni mezzo che potesse capitargli, a Vienna, dove era rimasta ad attenderlo, secondo lui immutabilmente innamorata e infallibilmente fedele, la sua fidanzata Irene ("amava - sintetizza Roth nel suo modo conciso e preciso - i sacrifici che erano necessari per raggiungere la fidanzata e la vanità di quei sacrifici"). Costei era il virgulto naturale di quella ricca e operosa borghesia viennese che insieme con la nobiltà di più antico lignaggio dava lustro a quell'appellativo di "felix" che alla vecchia Austria il resto del mondo invidiava ("Il vecchio - il padre della ragazza, citiamo ancora Roth - era nato in quei tempi in cui una volontà determinava la qualità e si guadagnava ancora con i principi etici"). Ma ad un certo punto di quel suo viaggio a rit Voto: 4 / 5 |  |  |  |
(31-07-2002)
Tanto di cappello alla maestria narrativa di Tolstoj, essa non ha bisogno né di propagandisti e né di banditori, e meno che mai di ciarlatani che la decantino esprimendo concetti falsi. Dico questo perché, per esclusivi fini mercantili, di questo libro - e qui, lo ripeto, Tolstoj non c'entra perché non può entrarci - s'è fatta una impudica opera di mistificazione. A meno che il signor prefattore non sappia la differenza passa tra la morte e il morire.
Ecco cosa ne scrive nella prefazione: "La morte, il morire, non è esperienza che possiamo fare e conseguentemente trasmettere, perché nel momento in cui si muore irreversibilmente cessa il nostro stato di essere umani. Ci si può avvicinare alla morte, al morire, ma la soglia che segna il punto di non ritorno non è attraversabile se non dopo la vita. Un mistero irrisolvibile e il più terrificante tra quelli che ci è dato subire. […] Tanti scrittori, con esiti diversi, hanno preteso di raccontare la morte, il morire. […] Tanti scrittori, ma uno solo, spinto dal genio tormentato, spinto dalla straziante ispirazione che si fece delirio profetico, si è accostato alla verità della morte, del morire: Lev Nikolaevic Tolstoj […]. "E' così che parlerebbe la vita se parlasse" scrisse di Guerra e Pace Charles du Bos; frase, questa, che a Carlo Bo ne ispirò un'altra di uguale precisione ed efficacia, a proposito del racconto che ha per protagonista Ivan Il'ic: "Se la morte parlasse questa sarebbe la sua voce". E non ci pare di poter dire di più e meglio…" eccetera eccetera eccetera.
Ecco, il punto è esattamente questo: io mi attendevo che il grande Tolstoj ci descrivesse come si muore, l'atto del morire, il trapasso, l'avvicinarsi allo spirare e lo spirare. Occorre possedere, per poterlo fare, una grande immaginazione, oltre che una forte spiritualità. Perché chiunque ci sia passato, per quella porta, se possiamo chiamarla porta, non ha mai potuto tornare indietro per darcene conto. Io pensavo che Tolstoj, il grande Tolstoj, uno degli uomini di più for Voto: 3 / 5 |  |  |  |
(31-07-2002)
Sarà che troppo spesso m'entusiasmo di quel che leggo (e quando non me ne entusiasmo m'infoio a distruggere), ma questo libro, se lo intendiamo come opera letteraria, dico come prodotto della mano e della mente, io l'ho trovato bello e significativo quanto pochi. Innanzitutto per la capacità che ha l'autore di cogliere e rendere efficacemente l'umano e il canino sentire. Poi per lo stile, piano e descrittivo. Nonché originale nei suoi lunghissimi periodi che una quasi totale mancanza di punteggiatura, e quella totale del virgolettato e degli "a capo", rendono quasi infiniti, anche se mai la logica ordinativa e la disciplina del racconto ne risentono. Il così detto "messaggio", giacché ora si pretende che con la letteratura debba educarsi il popolo, tra i motivi di compiacimento io lo pongo a terzo posto. Perché questo del messaggio, che con ogni probabilità è il punto di più forte penetrazione del libro, è, secondo me e per un mio molto complesso ragionamento, il suo punto debole. Vedrò di spiegarmi.
Io che nacqui nella prima metà del secolo scorso, mi vedo, al riguardo di come stanno andando le cose del mondo, - ma forse ho già avuto modo di raccontarlo - come uno che abbia una gamba radicata sopra una zolla e l'altra sopra di un'altra, le quali due zolle il fiume del tempo che vi passa in mezzo ogni giorno impercettibilmente ma inesorabilmente divarica, con le conseguenze che potranno derivarne.
Una di queste due zolle è quella delle antiche tradizioni della Sicilia contadina, o - se si vuole - dell'Italietta lieta e frugale di dopo la guerra, dove nacqui e vissi i primi anni della mia vita. Quella Sicilia e quell'Italia nella quale si nasceva e si moriva in casa, le case erano piene di bambini e di animali, il pane lo facevano le nostre mamme, ai bambini si passavano gli indumenti dei più grandi, e i grandi i loro se li si rivoltavano e se li adattavano, e il clima, il clima, lo si indovinava fiutando il vento.
L'altra mia gamba invece è cementificata in un modernismo votato ad una globalizzazione made Voto: 4 / 5 |  |  |  |
(21-05-2002)
S'usava molti anni fa' nel mio paese, paese che in linea d'aria non dista più di una cinquantina di chilometri da quello di Camilleri, in quelle feste tradizionali che la laicità e il progresso hanno purtroppo cancellato, che ogni 19 marzo (festa di san Giuseppe), s'invitava il povero più povero del paese (allora ce n'erano, oggi l'assistenzialismo di Stato li ha uccisi tutti) ad una sorta di mensa della Bontà Collettiva dove i commercianti arricchiti, i borghesi benpensanti e i nobili dietro le persiane dei loro palazzi, al termine di una rappresentazione religiosa ("biniditta 'a cena, biniditta 'a maddalena, biniditti tutti quanti, u patri, u figghiu e o spirdu santu") lo rimpinzavano d'ogni ben di Dio, come se il poveraccio, che nella singolar tenzone si muoveva con gesti misurati e con una sbalorditiva mesta compunzione, anziché dar da matto e far gesti d'allegrezza come in cuor suo il pubblico s'aspettava, potesse recuperarvi il perduto d'un anno e d'una vita intiera. E il pio popolo ai piedi del palco d'addivertiva di cuore nel vedergli fagocitare le diverse pietanze. E io, piccolo, per poter vedere, levato in alto da mio padre, mi raccapricciavo nell'accorgermi che tutto, e cioè tre o quattro piattoni di pastasciutta, l'immancabile minestrazza infarcita di tenerume e d'ogni sorta di legumi, diverse varietà di cacciagione e polli e capponi, due o tre metri di salsiccia, sarde a beccafico, uova sode e intere varietà di frittate, le pignolate, i dolciumi e quant'altro, gli venivano apparecchiati - ahilui! - tutti nello stessa enorme scodellazza, senza neanche aspettare che finisse di far fuori quel che stava mangiando. Cosicché, dinanzi alla povera bestia affamata, a poco a poco veniva a montare una tale varietà e confusione di cibi che, all'origine indubbiamente gustosissimi, lì e in quel particolare clima quasi da corrida finivano per confondersi in un mel polting di gusti e di sapori che faceva rabbrividire le mie delicate inappetenze (d'allora) e, forse, credo, non lo so, - ma così io pensavo -, l'antico Voto: 3 / 5 |  |  |  |
(26-03-2002)
Quando lessi L’isola del giorno prima di Eco m’accesi di viva curiosità sul problema dell’esatta determinazione del punto esatto dove si trovassero i velieri sul vasto mare. I libri di Eco oltre che istruttivi e dilettevoli a leggersi sono dei grandi stimolatori d’intelligenze. E così, da appassionato di cartografia, e pieno d’interesse per le vicende nautiche come sono, rinvenuto questo libretto sulla longitudine, l’ho preso.
Ben me ne incorso perché alla lettura è risultato essere buon libro, esauriente e chiaro anche alle menti più chiuse; scritto con una così amabile partecipazione che ne rende la lettura accattivante.
Questa gioiosa amabilità dell’autrice mi fa apparire un mero sproposito un megacommentone dei soliti miei, o se in qualche modo cercassi di surrogarne gli spunti. Dirò solo che chi ama la storia e la geografia può leggerlo senz’altro. A occhi chiusi.
26 marzo 02
Voto: 5 / 5 |  |  |  |
(08-02-2002)
Se potesse darsi che chi legga per diletto, e per diletto e testarda consuetudine s’ostini a vergare sapienziali giudizi su tutto quanto legge, non debba aver l’obbligo, dico morale, di spiegare, dato il giudizio, le ragioni e i torti dei suoi gusti, io me ne uscirei, chiuso con rammarico, dopo tre mesi, l’ultimo dei tre volumi del Mulino, con l’affermare, coll’esclamare, che “Il Mulino del Po” è il più bel romanzo che io abbia letto. E che è più bello, e più ricco, e più ammaliante, financo di Guerra e Pace.
Ma sarebbe come se, nel vasto cielo, si desse agli uomini un lampo senza il tuono, e giacché è il rombo che convince gli umani del temporale, io mi raccolgo, mi faccio piccolo piccolo, e quasi disperando m’accingo a spiegare perché mi è così tanto piaciuto. La qual cosa – mi creda chi legge - è, per me, impresa non minore di quella che intraprese Bacchelli nel dipanare e nel condurre a termine la sua monumentale opera.
La monumentale opera narra le vicende di una famiglia di mugnai padani, dalla ritirata napoleonica in Russia fino alla battaglia del Piave, ed intende celebrare, attraverso le lotte dei protagonisti con il grande fiume e con le avversità della storia, la resistenza e la tenacia del popolo italiano.
Parte prima (Diotisalvi):
Il racconto inizia con Lazzaro Scacerni, pontiere nel corpo d’Armata del Regno Italico del vicerè Eugenio al tempo della campagna napoleonica di Russia, che dal capitano Mazzacorati, cui egli nel corso della ritirata, in un pericoloso frangente aveva prestato sollecito soccorso, riceve dei beni ecclesiastici sacrilegamente violati.
Al suo ritorno in patria, col realizzo di quelli e con un po’ d’altro danaro avuto in prestito, Lazzaro costruisce un mulino di fiume che chiama “Diotisalvi”, sulla prora del quale devotamente fa dipingere l’immagine salvifica di un San Michele che con la lancia uccide il demonio. Il mulino viene inaugurato, tra tante speranze e molti timori, con Voto: 5 / 5 |  |  |  |
(16-09-2001)
Di Roth, prima di questo romanzo, avevamo letto La cripta dei Cappuccini che molto ci piacque. Ma sbagliammo a prenderlo in mano per primo, giacché per l’ispirazione, la struttura e i tempi, per il suo più ampio respiro - e non soltanto perché scritto dopo - la Marcia lo precede. Tant’è che, pur con tutti i suoi pregi, ora nel confronto la Cripta ci appare essere poco più d’un sommesso idillio, quasi una prece o un requiescat, uno di quei brevi e accorati sospiri che si emettono quando ci si ricorda dei cari morti.
La marcia di Radetzky è un’opera impegnativa e robusta, oltre che un capolavoro assoluto. E’ un affresco storico di grande e forte respiro, e secondo noi sta a Guerra e pace come la sconfitta sta alla vittoria, o come la salute e la vita stanno alla malattia e alla morte. Un’aura di sfacelo e di morte spira in ogni sua pagina, un’oscura potenza grava statica e inesorabile sui personaggi e sugli eventi narrati. Roth con uno stile sobrio, controllato e moderno, eppure non privo di una non distaccata pietà, ci conduce a osservare il lento dissolvimento (un disfacimento mentale, contemporaneamente che fisico) dell’impero asburgico nel corso di quelle che furono le sue ultime fasi, e ci fa vedere come quelle supreme istanze, tragicamente vecchie, inesorabilmente sorpassate, pietosamente fuori dai tempi, pur se sole, pur se deboli, s’opponessero, o cercassero d’opporsi, a quel feroce mutare dei costumi che prepotentemente bussava alle porte e che sarebbe stato, anche al di là dei fatti personalmente vissuti dall’autore, foriero di eventi interminabilmente tragici che chissà se mai finiranno.
La narrazione copre un ampio arco di tempo, andando dal 1859 (la data della battaglia di Solferino, dove impercettibilissimo s’avverte - ma naturalmente nessuno lo avvertì - il primo scricchiolio di cedimento di quella possente struttura che affondava le sue radici e la sua gloria nel Sacro Romano Impero di Carlomagno), per arrestarsi nel 1917, Voto: 5 / 5 |  |  |  |
(05-09-2001)
Qui, lentamente, dolcemente, mestamente si affonda. Si affonda come affonderebbe uno dei non sopravvissuti del Titanic che con quella superba nave affondasse, lentamente affondasse, dolcemente affondasse, mestamente affondasse, e sotto la superficie del grande Oceano sprofondasse, conservando il privilegio di poter tenere gli occhi aperti, e di farsi pertanto tutti e quattro i chilometri di discesa osservando, vedendo e accorgendosi di tutto: posti e situazioni nuove e mai viste prima, pesci nuovi e spaventosi, i colori che a poco a poco si abbuiano, il gelo che cresce. Si declina e si cade, anzi si decade, crudelmente, ingiustamente, ma si decade, ed egli, il viaggiatore nella superba nave, il conte von trotta, senza un grido di protesta (come potrebbe?), consapevole e rassegnato morirà più per le cose nuove e mostruose che nel cadere ha visto, che per il colpo e le ferite riportate.
E’ il canto d’amore che accompagna la morte a quell’Austria reale, imperiale e asburgica che fu definita Felix, l’Austria pacifica e operosa di Maria Teresa, quell’Austria della buona amministrazione e della buona musica, quell’Austria cosmopolita, multietnica e poliglotta che per secoli, severamente e nello stesso tempo serenamente era stata la sollecita nutrice di genti e popoli diversi tra di loro; che aveva protetto, che aveva cullato, che aveva nutrito e che aveva istruito facendone dei sudditi civili, anche se un poco corrivi. Prima che subentrasse la crudele miopia dei nazionalismi, che avrebbe contraddistinto, e insanguinato, il nuovo secolo.
Voto: 4 / 5 |  |  |  |
(28-08-2001)
Di questo libro, del quale e di chi lo ha scritto nulla sapevamo, ci ha entusiasmati la strepitosa recensione che Silvia Ronchey, che noi stimiamo molto, ne ha fatto sul supplemento letterario de La Stampa dell’ultimo sabato di luglio. E in tale ambito grandemente ci colpì, per l’originalità e l’arditezza (solo una donna poteva essere capace di tanto trasporto e di tanto coraggio), l’asserzione che esso, “secondo lei, supera Il nome della rosa”.
Avendo letto - son passati già vent’anni - con grandissimo godimento e con piena adesione mentale il libro di Eco, abbiamo subito acquistato In fondo al cuore, eccellenza, fiduciosi che, data l’alta referenza ricevutane, non ne saremmo rimasti delusi.
L’abbiamo letto molto attentamente, procedendo con calcolata lentezza e cautela, ritornando quasi ogni volta sul paragrafo o sulla frase appena letti, ripassandoli per riassaporarli, e continuamente rammaricandoci, mano a mano che procedevamo, che il numero delle pagine che ci rimanevano da leggere (il libro non è ponderoso come i romanzi di Eco), ahimè, andava via via scemando. Ed è stato nonostante tutto un gran leggere, credeteci; ci siamo leccati mille volte i baffi della mente.
La trama è sostenuta da una sapienza narrativa fuori del comune (Maurizio Bettini è un antropologo antichista che insegna filologia all’università di Berkeley, non un guitto qualsiasi e neanche un animale da fiera (letteraria), e al suo complesso snodarsi offre opportuno sostegno e splendida luce una sorta di coro fuori campo che, sapientemente e a bella posta, egli fa scaturire dal diretto, estemporaneo, interloquire del narratore col suo misterioso committente (l’eccellenza, o eccellenza reverendissima, del titolo).
I termini che Bettini usa, eleganti, splendidamente rilucenti, massimamente pertinenti, smaglianti e profondi, si avverte che nascono da un accurato e non facile lavoro di ricerca e di composizione e da un sostrato di erudizione non comune e lungamente assimila Voto: 5 / 5 |  |  |  |
(22-08-2001)
Quasi mai, contrariamente a come si pensa, nello scrivere secchezza e concisione vogliono dire povertà di contenuto e superficialità di stile, sicuramente non in Cesare, il quale narra, descrive, illustra e spiega con una accuratezza e una precisione che mai altri. Gli è solo che egli non si perde in fronzoli, nella sua scrittura tutto è preciso per potere essere essenziale; tutto è perfetto per potere essere chiaro. Cesare scrive come agisce: viene, vede e vince. Solo la percezione diretta, come in un film, può renderne in parte l'intera efficacia della scrittura e la grandezza di storico.
Il celeberrimo incipit (libro I, cap. I): la rapida descrizione del territorio e delle tribù: "Gallia divisa est in partes tres...: una abitata dai Belgi, un'altra dagli Aquitani, la terza dai popoli chiamati localmente Celti e da noi Galli. Essi differiscono tra di loro per linguaggio, istituzioni e leggi. Il fiume Garonna divide i Galli dagli Aquitani; la Senna e la Marna li dividono dai Belgi. Di questi popoli i più forti sono i Belgi, che sono i più lontani dalla cultura e dalla civiltà della nostra Provincia; molto di rado essi vengono visitati dai mercanti, i quali, perciò, non vi introducono le merci atte ad infiacchire i costumi; confinano con i Germani d'oltre Reno e con essi sono continuamente in guerra. Per questa ragione anche gli Elvezi superano per valore gli altri Galli: anch'essi combattono quasi ogni giorno contro i Germani, sia per tenerli lontani dalle proprie terre, sia perché essi stessi invadono le loro. La parte che abbiamo detto appartenere ai Galli comincia dal fiume Rodano, ha per confine il fiume Garonna, l'Oceano, il territorio dei Belgi, tocca il Reno dalla parte dei Sèquani e degli Elvezi ed è orientata verso nord. Il paese dei Belgi dai più lontani territori della Gallia si estende fino al corso inferiore del Reno ed è rivolto verso nord-est. L'Aquitania si estende dalla Garonna ai Pirenei e a quella parte dell'Oceano che è volta verso la Spagna; guarda verso nord-ovest." Geometrica precisione Voto: 5 / 5 |  |  |  |
(22-08-2001)
E’ velleità, è superbia cercar di recensire un romanzo di Eco. N’est pas possible, il aurait comme le chercher di conferire corporeità all’arte della fuga di Bach o di descrivere il gusto al palato d’un “bordolese” d’alto lignaggio. Eco, al solito, osannato e blandito da tutti sui novedecimi dei brani pensosamente recensori, alla fine, sull’ultimo capoverso, immancabilmente si beccava - almeno quì in Italia, ché per esempio nella douce France, paese dove la narrativa può vantare un ben maggiore lignaggio - la stilettata venefica. Da destra difatti puntualmente gli è arrivata la critica che il suo de la Grive era un personaggio perdente, e pertanto non utile a nessuno, mentre da sinistra gli arrivava l’immancabile accusa di non servire, nello scrivere, causa alcuna. E io che lo difenderò, allora, che sarei, di centro? Passi pure questo, se non si riesce ad uscire dai sillogismi, ma io a leggerlo ci ho provato un gusto quasi sensuale. Il piacere di leggere le pagine, di capire o cercare di capire il significato delle parole, d’appareggiare le similitudini, di scoprire i significati delle parabole, l’avvincenza nel seguire gli sviluppi delle trame, il cercar d’anticipare gli eventi a venire per me è stato piacevole come potrebbe esserlo il mangiare a un desco principesco o il poter spogliare pian piano la figlia del re.
Per rifarci a quello che dicevamo in premessa riporteremo il giudizio di un critico di destra (il facondo Marcello Veneziani), quello di un critico di sinistra (il livido Luca Canali), nonché, avendolo per fortuna trovato, il giudizio d’un critico onesto (Roberto Cotroneo, già Namurio Lancillotto):
1: “Il suo viaggio intellettuale è la metafora di un Masturbatore Colto. Anche sul fatto. Grande, acuto, ma irrimediabilmente masturbatore” (Marcello Veneziani, su L’Italia settimanale del 13.10.94).
2: “Lo trovo di medio livello letterario, di gradevole lettura, sopratutto se si intrattenga con lR Voto: 5 / 5 |  |  |  |
(22-08-2001)
Questo racconto lungo è la vivisezione, la scarnificazione, l’autopsia di chi sa scrivere ma non ha successo, nel confronto quotidiano, diuturno, semprepresente ed ossessivo col collega-amico-rivale che non sa scrivere - è un idiota che non ha un’idea originale, che non sa scrivere - eppure ne ha, ne ha comunque giri, ne ha qualunque cosa dica, ne ha con chiunque qualsiasi cosa faccia.
E’ un lento viaggio al massacro, giacché è l’invidia il più acre dei veleni. Lentamente intossica e tra spasmi atroci inesorabilmente uccide.
Non so dire di più. Io mi sento inadeguato a recensire un libro così bello. Consiglio di leggerlo. Con molta attenzione.
10/08/97
Voto: 5 / 5 |  |  |  |
(19-08-2001)
E’ arcinota la venerazione che Stendhal ebbe per Napoleone, e a chi la condivide e non lo abbia letto questo potrà sembrare il libro giusto sull’uomo giusto. Ma non è così, e nessuno nel vasto e controverso mondo della storiografia sbaglia come chi ciò pensa.
Quest’opera, mai pubblicata dall’autore, e anzi nemmeno mai rifinita, è una furiosa serie d’appunti, e di malscritti e raffazzonati spunti (altro che la mirabile concisione de Il rosso e il nero!) contro l’Imperatore.
Cui Stendhal non risparmia un’accusa che sia una, rimproverandolo d’avere stupidamente sprecato, per scarso ingegno politico, per debolezza caratteriale e per vanità, – lui che poteva! - l’occasione di cambiare il mondo.
Ci è noto quel che possono, nell’animo dei puri, le delusioni d’amore, ma francamente l’innamorato Stendhal ci ha sbalorditi.
E a M.me De Stael e ai conservatori che anche ora che nella polvere di Sant’Elena quel Grande, impotente e disperato, giace lo demonizzano, risponde:
- dite che Napoleone fu un tiranno, un despota sanguinario? No, egli fu solo un pusillanime cui mancò sempre il coraggio di osare;
- sostenete che mise a ferro e a fuoco l’intera Europa? Al contrario; egli non iniziò mai una guerra e quando mosse i suoi eserciti lo fece solo per difendersi. E quando avrebbe potuto distruggere l’Austria e la Russia molti inopportuni scrupoli lo colsero e con le paci di Campoformio e di Tilsit irragionevolmente rinunciò a mettere la parola fine alla storia della vecchia Europa;
- lo calunniate dicendo che fu spietato con i realisti, i nobili e i fuoriusciti? Mentite sapendo di mentire; egli si rovinò con le sue stesse mani usando loro una eccessiva indulgenza, e mai risolvendosi ad estirpare la malapianta che rigogliosa gli cresceva intorno e più e più volte attentò alla sua vita.
- lo criticate dicendo che fu un autocrate che soffocò il respiro democratico del Paese? E’ vero solo il contrario, giacché fu propr Voto: 4 / 5 |  |  |  |
(19-08-2001)
Desiderando accostarmi a Bernhard, del quale col Soccombente qualche anno fà avevo gustato il sapore forte di un buon amaro, sono stato in dubbio se prendere Estinzione o questi Mangia a poco. Mal guidato da un mai soddisfatto interesse per la fisionomica, che le note di copertina promettevano vi si trattasse, inopportunamente mi risolsi ad acquistar questo, e ora, dopo averlo pazientemente letto fino all’ultima delle sue (per fortuna solo) 118 pagine, mi accingo a scriverne male.
Giacché il dipanarsi del racconto (ma si può chiamare racconto un continuo rimurginare?) è solo un chiuso, tetro, ostinato, concentrico e furibondo procedere verso un Disperato Nulla (in Estinzione - che da quel poco che ne so ne è la naturale evoluzione - il percorso narrativo procede dall’agonia ad una morte senza speranza).
Qui, analogamente, e tetramente, il testo si dipana, dall’inizio sino alla fine, senza un punto, senza una virgola, senza un accapo, senza un minimo spazio per un respiro, monocordemente, con una ripetività di termini e di concetti mai vista prima. Ripetività che definire ossessiva, o allucinante, o maniacale mi sembra poco; che ha un ritmo di processione simile a quel passo lugubre che hanno le voci dei notai quando leggono i testamenti. E che un po’ m’è parso come il girare per il tetro budello dell’Inferno giù giù fino ai ghiacci di Caina.
La trama è esile e non vale la pena di parlarne, di fisionomica c’è meno di niente. C’è solo, io ho visto solo (salvo che, come può facilmente essere, io di Bernhard non abbia capito niente), l’eterna ostinazione di Bernhard a far del male alla sua Austria Infelix, terra sordida di sordidi pensionati, di piccoli affaristi che non ridono mai, di gente mentalmente tarata.
Non lo so, non so cosa dire. Bernhard mi angustia e nello stesso tempo mi affascina. Sono pentito di avere puntato 22 mila lire su questo libro anziché su un altro, però Estinzione vorrei leggerlo.
Perché sono certo che mi piacerà come un Ferne Voto: 2 / 5 |  |  |  |
(14-07-2001)
I DELITTI DI VIA MEDINA – SIDONIA DI Santo Piazzese (1996) – Sellerio editore.
Nota di recensione: E’ l’opera prima di uno scrittore dilettante e come tale porta i vizi delle applicazioni eccessivamente pensate. Vi risalta, nel complesso, un eccesso di cerebralismo, di elaborazione, di ricercatezza nonché una insopprimibile tendenza dell’autore all’autoreferenzialità (che comunque non nuoce alla simpatia del protagonista) e un eccesso (affatto gradevole) di citazioni colte che rendono il prodotto, da buona opera prima d’un dilettante, un po’ barocca. Tuttavia la storia la si legge bene, la trama la si segue senza difficoltà e quando lo si deve posare, il libro, lo si posa mal volentieri. E il congegno narrativo (si tratta di un classico giallo dove il colpevole come nei vecchi gialli d’una volta lo si scopre solo nelle battute finali, raccogliendo, i lettori più attenti e il nostro intraprendente epigono di philiph marlowe, indizi di leggero spessore che l’autore ha qui e lì con consumato mestiere disseminato), e la stessa trama, in uno scenario non consueto situato ai margini del mondo accademico, non ci è apparso né banale e nemmeno troppo improbabile. Un ultimo pregio, massimamente rimarchevole nei tempi che corrono, è che da nessuna parte vi spira, nelle volute della articolata narrazione, il fastidioso olezzo della pornografia, egregiamente sostituita da una mediterranea e pur gentile (o per questo gentile, comunque suggestiva) sensualità per il piacere del bon vivre, del bon mangèr, del bon pènser che fa del protagonista un personaggio che vorremmo volentieri rivedere.
29/6/2001
Voto: 4 / 5 |  |  |  | Recensioni 1 - 20 Recensioni 21 - 21 |