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    • Paola Barbato
      Libri
      Rizzoli
      2008
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      • 07/02/2009 11.22.06
      • Il pugnazzo che adorna la copertina se lo meriterebbe in faccia chi alla Rizzoli ha avuto la brillante idea di cercare di far passare il secondo romanzo di Paola Barbato per una specie di Fight Club italiano. Errore doppiamente madornale perché non solo sembra che ti stai buttando con appena dieci anni di ritardo a copiare gli ammerigani, ma perché vai a pure ad attizzare il peggio luogo comune che chi potenzialmente conosce già la Barbato, vale a dire i lettori di fumetti, ha presente sugli autori Bonelli (e di Dylan Dog in particolare), quello che “copiano“. Peccato, perché il romanzo ha finito con l'avere una visibilità troppo inferiore a quella che avrebbe meritato. Se il precedente Bilico era un thriller scritto con tutti i crismi del caso (e un piacevole twist a metà libro), questo è un romanzo meno incasellabile in un genere: come atmosfera e filosofia di fondo è un noir, forse. Perché è una lunga discesa all'inferno, dalla quale non c'è alcuna uscita. Arrivi in fondo e, come Batiza, pensi di essere diventato abbastanza forte ed esperto da sopravvivere e invece scopri che hai sbagliato tutto. Non ci sono concessioni all'ironia, alla spettacolarità della violenza, alla morbosità. Anche se parla di combattimenti clandestini, è lontanissimo da Palahniuk. Sia per trama che per concezione di fondo. I combattimenti del Fight Club servivano a rendere i partecipanti più liberi, a farli riappropriare della propria vita. Qui è l'esatto opposto. Non c'è scopo, non c'è redenzione, non c'è possibilità di salvezza. Arrivi in fondo, e ci arrivi in fretta, perché la Barbato sa scrivere e sa raccontare una storia (anche se qualche dialogo forse suona un po' troppo “scritto per sembrare parlato“, se capite che voglio dire) e ti sembra che ti abbiano preso a pugni per una settimana. E per un attimo ti domandi se la Barbato si è inventata tutto o se si è appoggiata a qualche dato reale. Poi decidi che preferisci non pensarci.

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