L' abbandono. Una storia eritrea

Erminia Dell'Oro

Editore: Einaudi
Collana: Nuovi Coralli
Anno edizione: 1991
Pagine: 277 p.
  • EAN: 9788806125660
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recensione di Cutrufelli, M.R., L'Indice 1992, n. 2

Una storia dimenticata, sepolta nell'inconscio collettivo di una nazione: questo sembra essere, oggi, il sogno imperiale dell'Italia nel corno d'Africa. Una guerra subito cancellata e coperta da altre guerre e che forse anche per questo ha lasciato pochi traumi, poche ferite, poche tracce nella nostra cultura, poche suggestioni nella prosa dei nostri narratori. A parte quell'eccezionale, inquietante romanzo che è "Tempo di uccidere" di Ennio Flaiano. Non mi sorprenderebbe quindi se del libro di Erminia Dell'Oro non si cogliesse proprio questo dato singolare: il ritorno di una fantasia creativa a un passato mal conosciuto, per narrare una vicenda quanto mai attuale nella sua drammaticità, in quell'impossibile incontro di due culture, di due vite radicalmente diverse.
Rispetto a "Tempo di uccidere" l'ottica di questo romanzo è completamente rovesciata. Protagonista non è il conquistatore-maschio con i suoi oscuri sensi di colpa, ma una donna - Sellass, nata ad Ada Ugri, sull'altipiano eritreo - doppiamente conquistata. E quando la ferita nasce da un sentimento d'amore (quindi di fiducia) non è più rimarginabile non c'è fierezza, non c'è conquista di autonomia che possa lenire il dolore e salvare da un senso di perdita totale di sé e del mondo.
Narrare con voce interna una cultura e una realtà che non appartengono all'autore, è operazione coraggiosa non esente da rischi. Così sembra talvolta di ondeggiare, nel romanzo di Erminia Dell'Oro, fra due stili e due fantasie giustapposte più che fuse, fra una visione mitica e allegorica della realtà, propria della cultura africana, e una narrazione realistica, più distaccata e oggettiva (amalgama difficile e complesso, perfettamente riuscito a Flaiano anche in virtù, ho il sospetto, dell'ottica prescelta).
Duro e doloroso è dunque il destino di Sellass che se ne va dal suo villaggio sull'altipiano per cercare un futuro e una speranza laggiù, verso il mare e la bianca Massaua. Mentre sta per partire, la sorella più vecchia l'ammonisce: "Non diventare mai la serva dei bianchi. Questo paese è nostro e noi non dobbiamo servirli". Così quando l'indovina Mariam le predice che diventerà la donna di uno straniero, Sellass risponde orgogliosamente: "Io non servirò mai gli uomini bianchi". E la vecchia la rassicura: "Tu sarai la sua donna, non la sua serva". Parole incaute, che renderanno più crudele perché incomprensibile l'abbandono dell'uomo, così teneramente innamorato, all'apparenza, di lei e dei loro due figli. Dura, fiera, ostinata, Sellass tuttavia vivrà nel dolore ossessivo di non poter comprendere il senso, il perché di quel rifiuto, di quell'improvviso e sconvolgente distacco.
In questo secondo romanzo di Erminia Dell'Oro (il primo, "Asmara addio", è del 1988) la memoria, il ricordo della terra dell'infanzia (la scrittrice è nata all'Asmara) perde ogni carattere di semplice rievocazione per diventare sostegno e sostanza di una storia emblematica e crudele. La storia, che sembra non aver mai fine dell'incomprensione e del pregiudizio razziale, della rapina dei sentimenti, dell'umiliazione dell'altro. Due figure di donna occupano tutto il romanzo: Sellass e la figlia Marianna, in lotta con il mondo (e tra di loro) per mantenere un difficile rispetto di sé, per non perdere la volontà di uscire dal chiuso di un sentimento che le può distruggere in modo forse più definitivo della povertà in cui sono costrette a vivere. Resta invece nell'ombra, più nascosta la figura dell'uomo che è la causa di tanta sofferenza: un giovane italiano approdato in terra d'Africa alla ricerca di lavoro e di fortuna, ma anche di una parvenza di stabilità e d'amore. E tuttavia incapace di far fronte alle sue responsabilità.
Solo dopo molto tempo, dopo aver attraversato un'intera vita, Sellass riesce a seppellire il dolore dell'abbandono con un suggestivo atto simbolico. Strappa l'attestato di paternità dei suoi figli che l'uomo le aveva lasciato prima di andarsene e lo sotterra nel cortile della capanna dove aveva a lungo vissuto, in estrema miseria. Poi alza lo sguardo, come a cercare "un segno per poter suggellare per sempre il distacco" da quella grande sofferenza che le aveva occupato la vita. E scorge, nel cielo, l'arcobaleno che, secondo le antiche leggende dell'altipiano, ogni tanto attraversa il cosmo per lenire la pena della sua solitudine. E la solitudine è la minaccia che incombe su quanti, consapevolmente o in tutta innocenza, per la casualità del destino, rompono gli schemi di una società costruita su rigide contrapposizioni e barriere inviolabili. Una maledizione che non grava soltanto su Sellass, colpevole di aver amato un uomo di diversa razza e cultura e per questo disprezzata dalla stessa sua gente, ma, anche sui suoi figli, mulatti che non appartengono n‚ al mondo del padre n‚ a quello della madre, destinati a vivere in bilico tra i due opposti mondi, sempre ai margini di ciascuno di essi. Gianfranco, il figlio maschio, si difende rifugiandosi in un'apatica malinconia. Marianna invece, come la madre, non vuole rassegnarsi. Ma soprattutto, come la madre, Marianna vuole capire il perché di un abbandono che non può essere spiegato semplicemente col disamore. E scoprirà, che c'è ben poco da capire, se non la viltà di un uomo e la povertà morale ed emotiva di un mondo che riesce a perpetuare soltanto sofferenza e distanza.