Traduttore: L. Pieri
Editore: Einaudi
Anno edizione: 2004
Pagine: 138 p., Brossura
  • EAN: 9788806169268
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Recensioni dei clienti

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    Barnaba

    06/11/2004 23:56:29

    Difficile giudicare: a tratti geniale, a tratti noioso. Ma nel complesso sono contento di averlo letto.

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    Lucio

    01/09/2004 11:55:01

    Mi aspettavo molto da questo libro, invece sono rimasto molto deluso. Le prime 10 pagine sono gustosissime e spassosissime, tanto da farmi credere che avevo per le mani il "Woody Allen islamico"!! Poi il libro diventa pedante e noioso. Lo stile totalmente sgrammaticato rende la lettura fastidiosa, così come il fatto che ci sia un'interruzione di paragrafo ogni 5 pagine. Va bene, è scritto nel linguaggio parlato, ma io non sto ascoltando, sto leggendo! Poteva essere un gran libro ed un'occasione per far conoscere la cultura islamica, spesso rovinata dagli stereotipi, ed invece è un buco nell'acqua. Però le notizie storiche che si riesce a tirar fuori dal guazzabuglio sgrammaticato sono interessanti. Per finire, il prezzo è assolutamente sproporzionato al valore del libro!!!

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    lemonhead

    18/06/2004 17:26:36

    non mi è piaciuto molto, pensavo fosse più divertente..peccato

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    viol.

    07/06/2004 23:34:36

    mi ha catturato la frase sulla bellissima copertina rosa fluo, il libro è a tratti davvero spassosissimo, sembra partire da un'idea geniale ma poi si perde in vane elucubrazioni e peripezie del personaggio principale, peccato...

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    Federica

    01/06/2004 10:12:04

    Noioso. Lo stile dell'autore non mi è piciuto, anzi l'ho trovato un tantino irritante. Sorry

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    Paolo

    28/05/2004 18:41:15

    davvero formidabile!

Vedi tutte le 6 recensioni cliente (dalla più recente) Scrivi una recensione

Caso letterario dello scorso autunno in Francia, che ha diviso appassionatamente critica e lettori, entra ora nell'einaudiana serie "Stile libero Big" questo titolo ammiccante fin dalla lustra sovraimpressione in oro su copertina color fucsia, veste grafica quanto mai postmoderna su misura di un "romanzo post-post coloniale".

Chi racconta la sua storia è Kamel Hassani, un giovane musulmano niente affatto ortodosso delle periferie parigine che aspira a diventare una star dello spettacolo, nome d'arte Kamel Léon (occhio al gioco di parole!), ma, visto che "per gli Arabi è più facile entrare a Al-Qaeda che alla televisione" e se hai la pelle scura hai poche alternative: "o fai paura o fai ridere", decide di giocare su entrambi i tasti e si inventa la parte del comico-kamikaze. La sigla Y. B. è quella adottata dall'autore, Yassir Benmiloud - algerino oggi trentaseienne rifugiato in Francia - fin da quando firmava nel suo paese le cronache su "El Watan" che gli valsero censure e persecuzioni poliziesche, di cui ha raccontato in un precedente romanzo (L'explication, 1999). Di sé dice: "Non credo né in Dio né nell'uomo, ma mi va di scrivere". Nessuna coincidenza immediata dunque fra scrittore e personaggio, se non nel disincantato e irridente nichilismo che è la cifra comunicativa di entrambi e con cui Kamel Léon (che pensa che "l'Algeria è il genere di Paese che hai più voglia di morire per lui che di viverci dentro, tipo la Cecenia o che so io") si prepara a calcare la scena munito di un total look mujahidin, "barba finta, turbante nero, tuta militare, Nike Air, trecento euro Iva inclusa". Riesce ad attirare contro di sé una fatwa ("niente di meglio per diventare subito di moda") e approdare all'Olympia, in un crescendo fusionale di vita e spettacolo culminante in un finale esplosivo.

Ma non è la trama che conta né i personaggi di contorno, poco più che esili comparse. La tenuta narrativa è tutta affidata a un ininterrotto monologare affabulatorio, dove si mescolano fino a confondersi il personaggio e la sua maschera in uno scatenato one-man-show che sfida ogni regola del politicamente corretto senza salvare nulla e nessuno del paesaggio globale: razzisti e fondamentalisti ("l'islam è Dio che si serve degli uomini, l'islamismo è il contrario"), francesi doc e repubbliche islamiche, Le Pen e Bin Laden, intellettuali televisivi e Grande fratello, Arté e Salman Rushdie, comunitari e integrati. Di qui un vorticoso e torrenziale profluvio di comicità dell'assurdo e del paradosso sempre sull'orlo di essere inghiottito nel tritatutto mediatico che vuole denunciare, su un piano inclinato di doppi sensi e stereotipi giocati con l'arma provocatoria del cattivo gusto, come nel caso ricorrente della giudeofobia, fino al rischio di appiattirsi davvero sull'ambigua figura del "buffone arabo per la corte dei bianchi". Un felice contrappunto alle retoriche identitarie è pur sempre nella sua filosofia per cui ciò che gli interessa "non sono le radici, sono i rami che comunque crescono".

Il testo, più copione e parodia da cabaret etnico che romanzo, dà il meglio di sé in alcune folgoranti battute e veri e propri sketch alla Woodie Allen, mito dichiarato e citato insieme all'insuperato Jamel Debbouze, vero idolo degli attuali adolescenti d'oltralpe. Ciò che si perde in traduzione è indubbiamente il registro del parlato banlieusard, misto di argot-verlan-franglais-rapper dell'ambiente beur parigino di cui, nonostante le apprezzabili acrobazie plurigergali della curatrice, non possiamo che intuire una pallida eco. Che riesce tuttavia a trasmetterci, di questa generazione ai margini e in bilico fra due culture, la frenetica voglia di protagonismo meticcio di sapore anche Mecca-cola.