Alle radici dell'architettura contemporanea

Roberto Gabetti,Carlo Olmo

Editore: Einaudi
Collana: Saggi
Anno edizione: 1989
Pagine: XIII-251 p., ill.
  • EAN: 9788806116026

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recensione di Scalvini, M.L., L'Indice 1990, n. 3

Alla cultura del Settecento la storiografia architettonica ha guardato, a partire dagli anni trenta, secondo una duplice ottica: da un lato, quella dell'attenzione per il secolo dei Lumi 'en tant que tel'; dall'altro, quella del riconoscimento al suo interno - e più particolarmente nel decennio che si apre con la nascita, nel 1747, della parigina Ècole des Ponts et Chaussées - del possibile aprirsi della vicenda dell'architettura moderna, secondo una linea interpretativa inaugurata, nel 1929, dall'allora giovanissimo Henry-Russell Hitchcock nel suo "Modern Architecture; Romanticism and Reintegration*. Coniugare queste due linee storiografiche, sembra essere uno degli obiettivi del lavoro di Gabetti e Olmo, incentrato soprattutto sulla seconda metà del secolo; uno scandaglio nel quale gli autori intrecciano, a loro volta, le diverse competenze derivanti dalle rispettive formazioni originarie di storico nel caso di Olmo, di architetto in quello di Gabetti.
Il titolo del volume stimola dunque già di per sé alcune riflessioni, anche per quel termine "contemporanea" che vi compare, e che la storiografia architettonica recente ha prevalentemente riferito ad un arco temporale a noi assai più prossimo. Le ricerche specialistiche quanto al primo manifestarsi di un atteggiamento "moderno" in ambito architettonico (e penso in particolare all'eccellente monografia di Wolfang Hermann, "The Theory of Claude Perrault", apparsa nel 1973 ma tuttora fondamentale come conferma il recentissimo "Claude Perrault ou la curiosité d'un classique" di Antoine Picon) hanno segnato da qualche tempo una sorta di processo 'à rebours', che non ha mancato di far sentire i propri riflessi anche su opere di carattere e destinazione differenti. Così, ad esempio, in "Modrn Architecture; A critical history" di Kenneth Frampton (1980), le origini della "modernità" vengono ricondotte ad un arco temporale che si chiude con il 1747, aprendosi con la critica a Vitruvio che Claude Perrault formula già nella "Préface" e in alcune note di commento alla prima edizione (1673) della traduzione del Trattato affidatagli da Colbert (di cui il più celebre degli altri fratelli Perrault, Charles, era come si sa fra i più prossimi collaboratori); una critica reiterata poi nell'"Ordonnance des Cinq Espèces de Colonnes selon la Méthode des Anciens" (1683) e nella seconda edizione del Vitruvio, apparsa nel 1684. Siamo dunque agli anni della 'querelle des anciens et des modernes', anni in cui Claude si attira gli strali tanto di letterati come Boileau (i cui vecchi motivi di rancore nei confronti del "médecin-architecte", così intessuti di private motivazioni, sono stati assai ben ricostruiti da Marc Soriano), quanto di esponenti dell'Académie Royale d'Architecture come fra tutti FranÞois Blondel; questi com'è noto non ha remore nel polemizzare con il pur tanto autorevole membro dell'Académie des Sciences, in una vicenda che, ancora ad un secolo di distanza, sarà ben presente a Boullée allorché stenderà il manoscritto, rimasto tale sino al 1953, del suo "Architecture. Essai sur l'Art".
Questo sfondo tutto seicentesco, com'è giusto, non risulta certo dimenticato nel volume di Gabetti e Olmo, e ciò rafforza le inevitabili perplessità quanto al termine "contemporanea" di cui al titolo, anche se è il secondo Settecento a costituire l'oggetto prevalente della loro attenzione. Ancora, v'è da chiedersi sino a che punto si giustifichi la formula editoriale del volume articolato in sei capitoli; forse quella, alternativa, di una raccolta di saggi sarebbe stata più aderente non solo alle diverse personalità scientifiche degli autori - che inevitabilmente comportano un differente taglio analitico - ma altresì alla pluralità tematico-temporale che caratterizza il volume nel suo complesso. Non a caso, nella loro stimolante introduzione gli autori stessi parlano di "una scrittura anche volutamente disomogenea", e di diseguaglianza degli 'incipit'. D'altronde, la tesi delle "molte storie" con altrettanti propri "inizi" era già stata autorevolmente affermata da Tanfuri e Dal Co - se pure con riferimento a tutt'altro momento storico - nel loro "Architettura contemporanea" del 1976, e non è certo casuale che appunto Tafuri, e Wolfgang Herrmann, siano fra gli autori espressamente citati da Gabetti e Olmo nella nota corrispondente agli 'Acknowledgements' di rito.
Letti come saggi autonomi, tanto i tre scritti di Olmo (I, "La costruzione della città e i suoi valori"; II, "Uno spazio per costruire, uno spazio per resistere"; V, "I molti cantieri dell'architetto") quanto quelli di Gabetti (III, "Una eredità per l'Ottocento; l'eclettismo nell'Encyclopédie"; IV, "Imitazione e misura"; VI, "Il giardino luogo di sperimentazione") offrono una testimonianza molto articolata, e ricca di motivi di specifico interesse, sulle ricerche condotte dagli autori quanto ai temi rispettivamente loro più congeniali; mentre la sequenza in cui sono posti nel volume non appare sorretta da una logica interna tale da non ammettere varianti. D'altronde, nessuno oggi crede più alla possibilità di una presentazione unitaria di problemi storiograficamente complessi, tali imprese restando piuttosto tipiche di prodotti editoriali di sintesi, e di conclamata vocazione manualistica: legittimi certo, ma che ben altra cosa sono rispetto a quella ricerca specialistica cui il lavoro di entrambi gli autori con ogni evidenza intende ispirarsi.
Fra i molti temi storiografici che nel volume si intrecciano, sullo sfondo di un quadro tutto europeo ma in cui Francia e Inghilterra giuocano, come si intuisce, un ruolo nettamente dominante, due in particolare si segnalano per la loro più spiccata incidenza: da una parte, quello di una ricognizione ad ampio raggio sui fattori, i meccanismi, e le figure professionali che rimodellano le città di 'Ancien Régime', ponendo le premesse delle successive e ancor più radicali trasformazioni ottocentesche; dall'altra, quello di un'analisi incentrata sulla messa in crisi della figura dell'architetto classicamente intesa. E se è vero che, in certa qual misura, è il primo 'Leitmotiv' a prevalere nei testi di Olmo e il secondo in quelli di Gabetti, va purtuttavia osservato come l'intreccio dei due temi fra loro, e con gli altri più specifici volta a volta attraversati nei singoli saggi, si traduca in uno dei più significativi motivi di interesse del volume nel suo complesso. Fra gli altri, e non certo minore, è da citare il ricorso ad una pluralità di fonti eterogenee, che includono sia quelle tradizionalmente tipiche della storiografia architettonica - come i "Procès verbaux" dell'Académie Royale d'Architecture - sia quelle suggerite da più recenti orientamenti disciplinari - e ricorderò qui, con le parole degli stessi autori, ""Le travail des limites de la ville de Paris",.. magnifica fonte di storia urbana, l'"Enceinte des Fermiers Généraux", una fotografia, tra le poche della 'banlieue' parigina prima della Rivoluzione".
Ancora, vorrei segnalare gli spunti originali che, ne "I molti cantieri dell'architetto", Olmo propone alla nostra riflessione quanto ai legami fra sapere scientifico e concreto operare (non a caso, vi si parte dal "cantiere del libro" per giungere agli aspetti che contrassegnano l'agire di una "élite tra professionalità e liberalità"), e la sapiente attenzione dedicata da Gabetti all'"Encyclopédie" autentico testo-chiave per la comprensione della cultura di quel secolo e del successivo: non a caso già nel 1965, nel suo "Changing Ideals in Modern Architecture 1750-1950", Peter Collins richiamava, facendola propria, la definizione di Diderot del termine "éclectisme"; una voce che con altre di pari risolutiva importanza, è ampiamente trattata appunto da Gabetti in "Un'eredità per l'Ottocento".
Nell'insieme il volume, per l'interesse e la varietà dei temi affrontati, può attrarre l'attenzione di un pubblico virtualmente molto vasto: anche per questo dispiace infine - ma sarebbe impossibile non farvi cenno - dover rilevare come ad un lavoro per così tanti versi stimolante faccia torto una cura editoriale palesemente inadeguata: il numero e la natura delle inesattezze e dei refusi che costellano il testo, le note, e le stesse didascalie delle immagini, lasciano davvero rammaricati, e si può solo sperare in un'edizione debitamente rivista - anche con l'indispensabile collaborazione degli stessi autori - nonché corredata di quell'indice dei nomi di cui molto si avverte la mancanza.