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Marcello Carmagnani

Editore: Einaudi
Anno edizione: 2003
Pagine: XIV-452 p.
  • EAN: 9788806164706

La pubblicistica italiana sull'America Latina dipende molto dalle congiunture politiche e delle mode culturali, anche perché gli autori quasi mai sono specialisti dell'area. Il libro di Carmagnani é dunque un piccolo ma importante evento editoriale perché l'autore, oltre a essere il maggior storico italiano della materia, da sempre si batte contro le spiegazioni semplicistiche che affollano il mercato.

La questione principale a cui il libro risponde potrebbe essere così formulata: quali sono stati i reali (e dunque mutevoli) rapporti tra l'America Latina e il resto del mondo occidentale nel corso degli ultimi cinque secoli? Uno stereotipo di molto successo insiste sul fatto che le opportunità umane del subcontinente sarebbero state compromesse da fattori esterni, a cominciare dalla colonizzazione spagnola, cui sarebbero seguiti altri tipi di dominazione, più indirette ma non meno letali. Carmagnani ovviamente non vuole sostituire una leggenda nera con una rosa, la sua ricostruzione storica mira piuttosto a riscattare la pluralità delle forze e dei processi che, nel bene e nel male, hanno consentito ai territori latinoamericani di partecipare attivamente alle vicende dell'età moderna, che non a caso iniziano con la scoperta del Nuovo mondo. Il termine "altro Occidente" non è solo una metafora, serve piuttosto a costruire una prospettiva storica policentrica, dove la diversità identitaria non necessariamente significa esclusione o passività storica, come vorrebbe lo stereotipo tradizionale. Dunque, che cosa vuol dire "altro Occidente" secondo Carmagnani? La risposta è nei processi analizzati: mentre prima si studiava come l'America Latina sia diventata occidentale, come dunque sia stata integrata e subordinata a un ordine monocentrico (che poteva poi essere giudicato buono o cattivo ma restava sempre identico a sé stesso), questo libro studia invece come quella parte di America abbia inventato un suo percorso per avvicinarsi autonomamente al modo di vivere occidentale.

La posta in gioco è dunque alta. In definitiva l'autore ci propone di modificare lo stesso termine di "Occidente", o quanto meno di sganciarlo dalla servitù concettuale creata nell'età moderna dagli apparati culturali incentrati sul principio di potenza. Al suo posto Carmagnani impiega "occidentalizzazione", termine preso in prestito all'antropologia ma qui praticato in modo del tutto originale per mettere a fuoco quei processi di convergenza che sul lungo periodo hanno progressivamente avvicinato le due sponde dell'Atlantico. L'Occidente non sarebbe dunque un modello identificabile in base al principio di unicità identitaria, che poi è la faccia gentile della potenza, ma sarebbe, per l'appunto, un processo di convergenze, convergenze originate però da libere scelte degli attori.

C'è un'idea di libertà nascosta tra le pagine di questo libro che, con un paradosso solo apparente, ha una sua classicità per niente disdicevole e certamente provocatoria, di cui è un ottimo esempio il primo capitolo, dove si tratta degli effetti dell'invasione europea che scatenano la prima occidentalizzazione. Dire, come usualmente si dice, che la conquista sia stata una catastrofe umanitaria senza precedenti per le popolazioni autoctone è certamente affermare un'indiscutibile verità storica, che però diventa una non verità quando la si usa per ricostruire la storia successiva, una storia di collaborazione e di scambi, e non solo di conflitti, tra culture diverse che nemmeno è stata sempre e solo asimmetrica, e su questo punto Carmagnani ha ragioni da spendere. Negare questo dato suffragato ormai da una quantità impressionante di ricerche empiriche internazionali (sistematicamente escluse dal mercato editoriale italiano) è molto più facile che accettarlo, ma non aiuta a capire la forte coesione sociale del sottocontinente nell'epoca moderna, senza la quale i territori nati dalla conquista non sarebbero semplicemente sopravvissuti a sé stessi.

Se dunque l'occidentalizzazione è un insieme di processi aperti e non lineari, il tempo storico sarà definito non dalla unilateralità ma dalla multilateralità. Qui sta forse la prima e più importante innovazione del libro. La cronologia per così dire "classica" si definiva in base alle forma mutevoli della dipendenza, prima dalla Spagna, poi dall'Inghilterra e infine dagli Stati Uniti. In questo libro i tempi delle convergenze sono più numerosi e complessi, ma anche, per l'appunto, diversi per misura e natura da quelli del vecchio Occidente. Il secolo XVI è una fase di transizione e non di fondazione, impresa che avviene solo tra il secolo XVII e la prima metà del XVIII, mentre un nuovo e altro secolo, tra la seconda metà del XVIII e la prima del XIX, articola la dissoluzione dell'impero spagnolo con la modernizzazione dell'Europa, offrendo all'America Latina la possibilità di un più intenso riavvicinamento con gli altri paesi sviluppati. Il risultato di questi processi è che solo tra la seconda metà del secolo XIX e il primo terzo del XX si vive l'unico periodo di sincronia tra le due sponde dell'Atlantico, cioè di crescita e di maturazione di tutte le componenti del "mondo euro-americano". I decenni successivi creano una situazione di grande difficoltà per l'America Latina, forse il peggior momento della sua storia, perché per la prima volta essa deve far fronte al disordine internazionale, alla mutevolezza delle congiunture e delle ricette dell'economia e della politica. Carmagnani rifugge dall'usare la parola "crisi", facile e inflazionata nell'area, e accetta la sfida non certo facile di indagare in positivo, cioè di cercare nella discontinuità a volte drammatica i vettori (come li definisce) che stanno portando quei paesi verso una democrazia accettabile, senza più i pesi delle esperienze populiste che hanno favorito in passato l'ascesa dei militari.

Insomma, questo è un libro di storia internazionale dell'America Latina, che è cosa diversa dalla storia delle relazioni internazionali, e che ha nell'equilibrio tra le sue varie e numerose componenti uno dei pregi maggiori. Per la sua originalità dovrebbe far discutere perché è un'opera scritta per far pensare in positivo, ma senza la comodità delle denunce e dei manicheismi che affliggono il mercato. Va bene per gli studenti, come indica la collocazione editoriale, ma anche per chiunque sia interessato a capire.

Recensioni dei clienti

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    Riccardo

    27/05/2013 21.32.46

    Testo complicato e di non facilissima lettura, ma preciso e ben documentato; non è una storia, bensì una analisi sulla politica e sull'economia, sul tessuto sociale e civile dell'America Latina dall'arrivo dei conquistadores ad oggi. Per chiunque abbia già una valida conoscenza sull'argomento.

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