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    Cristiano Cant

    31/08/2017 18:01:57

    Un lento cigolio di cancelli antichi che aprono su viali di erba trascurata, un fiato di scirocco isolano appesantito da qualche lontano aroma di zolfo, vecchie ville nobiliari con le loro enormi sale ormai consegnate al ricordo, piazze calme, silenti, dove dei vecchi scrutano da sotto la coppola ogni mossa con ghigno sospettoso, strade e campagne dove l'arcaico è ancora deposito di firme non corrotte, pascoli liberi sotto un coro di nuvole che sembrano ovatta speciale, panchine come testimoni di racconti inventati, favole atroci, lacrime e rabbie; pensieri di onore, di paura, di rarissima poesia nei luoghi che hanno dato i natali a una lingua nazionale, echi di spari e di sussulti, di omissione, reticenza, omertà, echi di delitto. Paesaggi senza tempo, di una bellezza radiosa e sinistra insieme, storie di pastori truci e ragazze corteggiate, storie di famiglie in lotta, di poveri eroi della domenica, di fatica interminabile, di smacco e di ingiustizia. Ma amore, amore smisurato per questa terra, per questo destino, in versi che la vita ha saputo spremere in stille meravigliose, nel senso, nella ricerca, nell'estremo: "Inventario della mia morte: /un letto, una sedia uno specchio,/ un calendario vecchio/ appeso dietro la porta,/sul comodino un bicchiere,/una radio a galena ma è dell’infermiere,/ un termometro cado nel cassetto,/venti mosche che vanno su e giù,/Le grand Meaulnes,/no, l’ho perduto, non l’ho più". Bufalino, un poeta vero, umile e severo con la parola come chi sa davvero cesellarla, come un bardo longevo che non si stanca di flettersi sui gradini della gratitudine alla cultura, alla vita, alla letteratura. Titolo superlativo che da solo vale una riflessione, i tratti del dispiacere nel vento di una sorte annunciata, troppo curvata da arcaiche amarezze, infelice, bastonata: "Diffidate degli ottimisti, sono la claque di Dio". Raccolta eccezionale, un canto alla donna e alla Sicilia, un morire duellato con l'amare. E se questi sono i resti, che gioia!

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