L' animale morente

Philip Roth

Traduttore: V. Mantovani
Editore: Einaudi
Collana: Super ET
Anno edizione: 2005
Formato: Tascabile
In commercio dal: 18/01/2005
Pagine: 113 p., Brossura
  • EAN: 9788806174149
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Recensioni dei clienti

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    Raffaele

    21/04/2012 13:02:47

    Anche se, forse, non stiamo parlando di uno dei soliti indimenticabili romanzi cui Roth ci ha abituato, a mio avviso questo racconto non delude poiché è scritto magnificamente e ci spiega come David Kepesh, quindi non un uomo qualunque, affronta una giovane bella donna e come ne viene travolto. L'ideale sarebbe leggere, prima di questo, "Il Professore di desiderio".

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    francois sanders

    18/10/2009 19:48:11

    Per Philip Roth,il protagonista di questo romanzo,David,è un eroe. Non è stato decorato in Vietnam quando aveva ventanni,ne' l'11 Settembre quando ne aveva sessanta,ma ha "capito come affrontare seriamente nell'arco di una vita,i propri modesti privati piaceri". Anche per me,David, è un eroe,non solo per aver riconosciuto,conquistato ed amato Consuela,ma per non aver ceduto alla tentazione della vendetta sommaria quando è stato lasciato. "Naturalmente fu un bene per entrambi che finisse,ma questo non era nei miei piani,e nei giorni che seguirono scoprii di essere disperato.Per quasi tre anni ebbi saltuarie crisi depressive.Tormentato per tutto il tempo che ero stato con lei,cento volte più tormentato per averla perduta". Questo libro non è adatto a chi ha meno di cinquantanni e non conosce i Trii di Haydn,ma soprattutto chi non comprende "La gelosia.L'incertezza.La paura di perderla mentre ero sopra di lei.Ossessioni che in tutta la mia svariata esperienza non avevo mai conosciuto". Come ogni romanzo di Philip Roth,anche questo ha ispirato Woody Allen (Basta che funzioni).

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    luca z.

    03/05/2009 20:28:44

    E' decisamente un Roth minore, ma pur sempre un libro minore di un grandissimo scrittore. A chi non è piaciuto questo libro consiglio di leggere i capolavori del buon vecchio Philip.

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    Benedetta

    28/11/2008 08:42:17

    Eros e Thanatos si rincorrono in questo memoriale un po' disordinato e molto profondo, in cui la necrosi del mondo capitalista accompagna allegoricamente i fasti e l'effimero della bellezza e della salute

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    Francesca

    04/09/2007 10:51:39

    Ho letto con una certa sorpresa le recensioni dei lettori che stroncano il libro, tacciandolo di pochezza e qualunquismo. Può piacere o meno, ma la forza espressiva della scrittura di Roth mi pare indiscutibile. Un'intensità a tratti brutale, proprio nella sua dirompente forza, nel suo scardinare quello che è il pensare comune, borghesamente accettato e posto al vertice della gerarchia. Questo libro racconta di come la vecchiaia corra di pari passo con i desideri, che scaturiscono dalla mente, e che si addolciscono nel cuore. La figura di Consuela riassume la sua dignità di creatura da amare, non solo da possedere, nel momento in cui si mostra a David come una donna ammalata, ammalata di un male che porta alla morte, alla dissoluzione. La stessa che David sente aleggiare sulla sua testa per gli anni che ha sulle spalle. Il sesso, tanto, esplicito, anche crudo nelle sue descrizioni, è solo un mezzo per sfuggire, per non pensare a quella corsa in cui la vecchiaia, e la morte, gareggiano. E vincono. Irrimediabilmente.

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    Mimmo

    15/02/2007 17:48:04

    Pretendere di capire Philip Roth da questo libro è un errore(forse perchè è il più breve e incute meno paura quindi viene letto per primo),paragonare un autore complesso come Roth a Murakami(bravo ma niente di imperdibile per uno che ha più di trent'anni)definendolo più ambizioso e volgare mi sembra altrettanto sbagliato.Roth ha scritto capolavori,capolavori che avrebbero dovuto fargli vincere il Nobel a mani basse,Nobel che non vincerà mai,perchè libri come "Il teatro di Sabbath","La macchia umana"o "L'animale morente"non piacciono agli uomini di Stoccolma,troppo scorretti,troppo veri,arrivano fino alle viscere ed hanno una grande umanità.E'vero,questo libro forse è inferiore al resto della sua produzione,ma la capacità che ha questo vecchietto di descrivere l'animo umano resta a mio parere unica e,comunque,considerando che in poco più di cento pagine è riuscito a parlare(alla sua maniera) di sesso,amore,morte,del'68 e dell'America di oggi mi sembra che un giudizio positivo lo meriti.

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    Francesco

    14/02/2007 16:26:24

    Il destinatario di questo romanzo è la seconda persona dell'autore medesimo. Si rivolge a se stesso facendo le veci del protagonista; insomma si racconta, "raccontandoci"(concettualmente è una storia prevedibile per chiunque esuberi al punto da rendere imprevedibile la storia...)quello che non avrebbe mai negato a noi, quantunque risaputo rimanga il fatto che, seppure a noi l'avesse negato, gli avrebbe tetimoniato contro il suo Io; quello che ha funto da autore. Ma non lo avrebbe comunque negato, così come non ha negato il suo amore sunto dagli ipertrofici seni con cui la pratogonista, Consuela, mediava fra l'Io poppante e il Tu ultrasessantenne, alias Roth. Un Ego che, in entrambe le mediazioni, non perde l'ancestrale veemenza alla vita. Egli possiede la vita tra lombi di quella donna, la quale, gli ha riconosciuto dall'impeto, con cui crede di trattare la vita sia bacinale sia esistenziale, una malcelata puerilità che riaffonda inconsciamente e retrospettivamente nel suo amore di fanciullo, che apprende l'erotismo da un'esigenza, per così dire, alimentare.- Sarebbe cresciuto troppo in fretta a cagione dell'ordinarietà familistica e terziaria con cui si allevava e a causa della quale sarebbe stato costretto a rimandare alle delizie di una fanciulezza deabilitata per i motivi dianzi citati, se non avesse incontrato Consuela; avvenente come il sogno cubano, dalla cui incarnazione è dipesa la trasformazione o meglio, l'involuzione che lo ha ricondotto alla primizia, stagionata dal sole che presto si spegnerà, afflosciandosi nel crepuscolo dei suoi cancerosi seni; primizie che un tempo dagli stessi era sbocciata, e dei quali non resteranno che turistiche fotografie che ripercorreranno, come nella mente del viaggiatore, momenti di appasionato pathos, ormai appassita passione.Il libro non è sessualmente impertinente.I fatti non sono descritti, ma avvengono con onorevole consapevolezza: il sesso è un anticipo della morte: lo si subodora senza ritegno; ma proprio perchè se ne ha la consapevolezza, farlo è come sfidarlo.

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    Andrea

    04/10/2006 11:16:36

    Chi è David Kepesh? O meglio cos’è? Un’enorme mammella, la metafora incarnata del perituro, del transeunte, di ciò che siamo o vorremmo essere: aliti senza controllo e direzione che fanno di tutto per lasciare un segno, uno strappo; cuccioli pretenziosi che spisciettano su ciò che credono gli appartenga, istrioni che recitano parti più o meno belle, più o meno comiche… oppure, quando davvero, alla sera, nudi, spogli, privati dalla notte dei post-it che indossiamo sui corpi al mattino con su scritti i sogni sui pensieri dell’attimo prima del sonno, siamo ridotti a quello che siamo… cos’è che ci resta? Cosa che ci salva? Cos’è che è vero, che pulsa senza premeditazione? Ciò che abbiamo fra le gambe? Il sesso?... sì il sesso: “perché solo quando scopi riesci a vendicarti, anche se solo per un momento, di tutto ciò che non ami nella vita e di tutte le cose che nella vita ti hanno sconfitto. Solo allora sei più nettamente vivo e più nettamente te stesso... Sì, anche il sesso ha un potere limitato. So benissimo quanto è limitato. Ma dimmi, quale potere è più grande?” Il sesso è la nostra più grande ancora, la nostra più sofisticata illusione di salvezza, non solo perché perpetua la specie, ma perché quel momento esclude dal tempo, ha un altro ritmo… il ritmo della carne, che non è il tic tac dell’orologio, ma il riconoscimento della morte ed al tempo stesso la sua sfida; ed ecco d’improvviso caduta quella che Kepesh chiama l’”illusione del metronomo”: “è crollata l’illusione, l’illusione del metronomo, il pensiero consolante che, tic tac, ogni cosa accadrà al momento giusto… la più bella favola infantile è che tutto si svolge ordinatamente. I nonni se ne vanno molto prima dei genitori, e i genitori se ne vanno molto prima di te. Se sei fortunato, la situazione può essere questa, con le persone che invecchiano e muoiono ordinatamente... Non rende l’estinzione meno mostruosa ma è il trucco al quale ricorriamo per mantenere intatta l’illusione metronomica ”: perché il sesso è come la morte

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    Xenia

    27/09/2006 11:21:00

    Un romanzo di cui è difficile comprendere il clamore e il successo suscitato. La solita trita situazione erotico/amorosa con sfondo morboso, qualche descrizione di sesso fatta ad uso e consumo soprattutto dell'autore, e qualche parentesi storico/antropologica di cui si poteva fare a meno. Poche emozioni, stile scorrevole (ma si tratta di Roth, dopotutto), ma niente di nuovo o di incisivo. Personaggi poco approfonditi e poco plausibili. Il professore è una specie di maniaco, lei piuttosto insipida. Finale inaspettato ma non per questo soddisfacente.

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    baton

    10/09/2006 20:03:31

    Più che una "penna magistrale" (brrr) Roth mi sembra una specie di Murakami più ambizioso e più volgare, quindi indifendibile.

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    LeggoBene.

    31/05/2006 11:47:20

    quando Genna dice che sono capolavori io non riesco a leggere più di dieci pagine. ammantato di un diffuso pallore.

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    streghetta

    20/03/2006 15:03:29

    In questo libro ho colto due punti fondamentali: una bella, seppur breve, riflessione sulla rivoluzione sessuale degli anni sessanta raccontata e vissuta al maschile e la fase di innamoramento che travolge il professore sessantaduenne. Il sesso come vendicazione "di ciò che non ami nella vita", "di tutte le cose cose che nella vita ti hanno sconfitto", "la vendetta sulla morte", ciò che ti fa sentire "vivo e più nettamente te stesso" . L'amore, forse perchè tardivo, diventa ossessione, sofferenza(quando la persona amata non è presente), soggiogante, annientante... La trama forse un po' debole , fa da sfondo a questi temi scritti, come sempre, con uno stile ineguagliabile.

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    erne

    01/03/2006 09:10:48

    La vecchiaia è un percorso naturale a meno che non ti capiti o non ti impegni a far capitare eventi che possono renderla dolorosa. La solita superba circostanziata scrittura di Roth attraversa riflessioni sulla morte, sull'amore e sulla passione da punti di vista inavvicinabili, quello di David e di Consuela. Un esercizio pericoloso che può costare l'annientamento mentale. Alcuni passi sono da sottolineare.

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    Agnese

    19/09/2005 11:21:17

    Bukowskiano... non mi ha particolarmente emozionata.

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    Stefano A.

    02/08/2005 20:28:50

    Certamente il peggior libro di Roth che abbia letto: quelli che di solito sono i suoi pregi qui diventano difetti e la descrizione delle peripezie sessuali dei protagonisti diventano morbose e fini a se stesse, non sono la manifestazione di una forza liberatrice da un'oppressione come in Portnoy. Tuttavia La classe c'è sempre e non fosse altro che per le pagine sulla rivoluzione sessuale merita il voto che gli ho attribuito.

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    francesca

    19/07/2005 12:36:40

    E' il primo libro di Roth che leggo e il mio commento non può altro che essere sulla storia e il modo di raccontarla..ho letto nel commento di un ragazzo della ripetitività dei suoi libri.. sicuramente li leggerò per capire se effettivamente è così. personalmente questo libro mi ha affascinato più che per la storia per l'introspezione psicologica semplice e accurata senza troppe ridondanze nelle quali sarebbe comunque facile cadere. Mi è rimasto impresso il modo in cui ha descritto il rapporto con suo figlio che sembrerebbe essere in secondo piano rispetto alla storia tormentata e passionale raccontata nel libro ma a mio parere racchiude la vera originalità della storia. in poche , pochissime righe ha reso a parole questo complicato sentimento 'paterno'e spigato la natura di comportamenti difficili da decifrare....tutto il resto è storia.. l'amore che descrive è narrazione arricchita da un pò di psicologia.

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    Isla

    17/07/2005 20:45:22

    Al racconto di un ossessione erotico-amorosa di un anziano professore per una sua allieva si accompagna il ricordo dei movimentati e sessualmente liberi anni '60 negli USA e la descrizione del difficile rapporto del protagonista col figlio abbandonato a otto anni. Il tutto è arricchito da colte citazioni letterarie. Bella la descrizione dell'agonia del migliore amico. La figura dell'alunna amante Consuela di origine cubana è convincente. Si legge con piacere nonostante la molteplicità dei temi trattati e la "confusione" con cui sono inseriti nella narrazione.Un romanzo breve perfetto per approcciare Roth.

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    eugenio

    10/06/2005 18:59:05

    Il libro può apparire dispersivo, nonostante la brevità, perché la storia principale - la relazione tra un professore di 62 anni e un'alunna di 24 - si intreccia a ricordi di storia americana, alla situazione del figlio del protagonista, al sessantotto. Però nell'insieme il racconto, presentato come un dialogo tra il protagonista e un amico, è avvincente. Lo stile è scorrevole, anche se la traduzione forse talora è un po' faticosa. Storia di sesso ma soprattutto di passione: l'a. evidenzia come l'amore-passione sia qualcosa che non appaga l'uomo, ma lo sconvolge, pur dandogli una dimensione diversa della vita. Il rapporto tra un anziano e una giovane è affrontato con riflessioni moilto acute e vere. Il racconto è anche una relazione sulla realtà americana di oggi. Il finale, decisamente a sorpresa, non conclude e lascia il lettore libero di immaginarsi un seguito, che resta imprevedibile.

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    allorenzon

    02/06/2005 10:15:39

    è il terzo libro di Roth che leggo e vi assicuro che non ne leggero' piu'!!!tanto scrive sempre sullo stesso argomento e sempre le stesse identiche cose;gli ultra sessantenni che amoreggiano con le con le ventenni. Letti 2 libri è come leggerli tutti

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    tessa

    30/05/2005 15:04:58

    Lo stile narrativo è incalzante, ma il pensiero sottostante monocorde e la storia insignificante.

Vedi tutte le 41 recensioni cliente (dalla più recente) Scrivi una recensione

Dopo i tre massicci e diseguali affreschi sociali degli anni novanta (fra cui Pastorale americana, Einaudi, 1998; cfr. "L'Indice", 1998, n. 11), Philip Roth celebra la falsa nascita del millennio (31 dicembre 1999) e l'approssimarsi dei suoi settant'anni (è del 1933) risuscitando un personaggio di professore erotomane, David Kepesh, che tanto tempo fa per troppe letture di Kafka e Gogol si trasformò in gigantesca mammella (nella novella Il seno, 1973), quindi riapparve nei panni di Professore di desiderio (1977; Bompiani, 1978), romanzo di formazione sentimentale, con David diviso fra la normalità dell'affettuosa compagna Claire e la trasgressione rappresentata da alcune figure perverse tra cui la prima moglie vampiresca, che non per nulla si chiama Helen e ha un passato di droga e mafia cinese. E fra tutti questi grattacapi riusciva anche a scrivere un libro sull'amato Cechov (e dettare le pagine più belle di Professore di desiderio intorno al rapporto col padre, alberghiere ebreo, rozzo ingenuo e amatissimo).

Dico dettare perché l'impianto è sempre quello del narratore in prima persona, che fa di nuovo buon servizio nel conciso L'animale morente, accolto con freddezza in America, in realtà più efficace della conclamata trilogia precedente. Il bel titolo è tratto da Byzantium di Yeats: "Consumate via il mio cuore: malato di desiderio / e legato a un animale morente / non sa più cos'è, e accoglietemi / nell'artificio dell'eternità". A Yeats settantenne non andava giù che il cuore fosse destinato a seguire la sorte mortale dell'animale in cui batteva e dunque si augurava paradossalmente l'eternità algida dell'arte. Il professore di Roth, intanto diventato viso noto dei programmi culturali della televisione, sullo scorcio dei sessant'anni esorcizza la mortalità portandosi a letto le studentesse, rigorosamente solo dopo la fine del corso... Il suo passato sia di mammella che di studente Fulbright orgiasta a Londra è scomparso, come l'ombra vampiresca di Helen, in compenso ha acquistato un figlio ormai maturo che non gli conoscevamo, Kenny, che serve un po' meccanicamente da contraltare alla sua scelta di libertà e libertinaggio: Kenny infatti ha moglie e amante, ma questi sono rapporti definitivi, entrambi matrimoniali e opprimenti, e redarguisce il padre per il suo egoismo mostruoso, così anticipando le obiezioni del lettore: "Quando incomincerai ad imbellettarti le guance, Herr Von Aschenbach?".

Come già con Professore di desiderio, cominciamo a leggere annoiati dalle solite cavalcate erotiche del narratore rothiano, ma poi il racconto riesce ad afferrarci e lasciarci qualcosa. Novello Morte a Venezia, L'animale morente è appunto la storia di un amore di anziano intellettuale per una ventenne che è quasi solo corpo e bellezza, che comincia a ossessionarlo più del dovuto, sia durante che dopo la relazione. La narrazione diventa così analisi di un tormento, che non lascia in pace il nostro vecchiardo (il quale dà il buon esempio ai maschi coetanei dividendosi fra l'irresistibile giovane Consuela e la più matura amante in carriera, e masturbandosi nei giorni liberi...). In Roth c'è sempre l'aspetto urologico, le minute evocazioni di organi e pratiche sessuali, che stenta a essere controbilanciato dagli eventi ai piani superiori, tanto più che David ci regala divagazioni sociologiche (ad esempio sulla presunta liberazione sessuale degli anni sessanta) che convincono poco. Qui però fa buon gioco il fatto che le digressioni possono essere del narratore più che dell'autore, e per chi ha stomaco per reggere le soste in urologia L'animale morente finisce col ripagare la lettura con un colpo di scena finale (notte di Capodanno 2000) che sarebbe cattivo definire da soap opera.

Si noterà infatti con quale abilità Roth giochi su anticipazioni e ricapitolazioni nel suo discorrere, sinuoso come il respiro. Tutto il libro si presenta come una confessione a un ascoltatore di cui non sappiamo nulla, e che dice solo una battuta alla fine, con un passaggio dalla narrazione di una storia passata a un momento di scelta presente e aperta. Insomma, la costruzione è magistrale, la traduzione di Mantovani è al solito eccellente, e lo spettacolo di un altro scrittore di talento alle prese con la vecchiaia e la morte vale il biglietto. Forse il limite di Philip-David è indicato dal fatto che l'animale morente del titolo non è dopo tutto lui, ma proprio Tadzo-Consuela. David conserva intatta o quasi l'illusione dell'immortalità, e il romanzo ha pagine in cui apprezziamo (nella mimesi perfetta della vita) l'"artificio dell'eternità".

 


«Riesci a immaginarla, la vecchiaia? Naturalmente no. Io no. Non ci riuscivo. Non avevo idea di che cosa fosse. Non ne avevo neanche un'immagine falsata: non ne avevo alcuna immagine. E non c'è nessuno che abbia voglia di fare previsioni. Nessuno desidera affrontare queste cose prima che venga il momento. Come andrà a finire, tutto? È di rigore l'ottusità.»

Cosa può accadere a un uomo che supera la sessantina, che ha sempre vissuto intensamente e liberamente anche nel privato, e che si trova ad affrontare il declino, la vecchiaia imminente? A David Kepesh avviene un fatto straordinario: scopre la gelosia. Dopo decenni di amore libero, sessualità vissuta senza legami e senza problemi, ecco arrivare sulla sua strada la ventiquattrenne cubana Consuela Castillo. Non che per David sia una novità straordinaria avere una relazione con una donna tanto più giovane di lui: il professore, con il carisma dato dal suo ruolo e dalla partecipazione a trasmissioni televisive di successo, è riuscito a conquistare molte ragazze nei tanti anni d'insegnamento. Ma Consuela ha qualcosa di straordinario che attira morbosamente questo uomo ormai avviato verso la vecchiaia. Una sensualità nascosta dal perbenismo, una femminilità dirompente di cui è consapevole anche se appare ingenuamente indifferente. Consuela è anche il pretesto per ricostruire un'esistenza, per rivedere il proprio passato, dove hanno dominato la sessualità e il rapporto con le donne. La memoria di una vita ricca ma non sempre felice, talvolta insoddisfacente, fatta di menzogne e di qualche meschinità, in cui la sua forza di uomo, la potenza e la voglia di esprimerla verso (contro?) le donne ha preso spesso il sopravvento. E ora? Consuela conduce il gioco, per la prima volta in tutta la sua vita non è più padrone totale dei sentimenti, delle passioni e degli impulsi. Ma dalla semplice storia di un amore nasce il dramma, dalla normalità la tragedia. La vecchiaia incrocia imprevedibilmente la malattia di un corpo giovane, di una donna solare e vitale. L'animale morente, che pensavamo fosse il professore, diventa la sua giovane amante nel gioco crudele e straordinario dell'esistenza. Roth narra magistralmente lo svolgersi degli eventi, la personalità dei protagonisti (anche delle donne che hanno attraversato il passato di David) divertendosi a scoprire le qualità erotiche del suo professore, ma senza dimenticare mai che l'uomo, ormai in declino, vede l'esistenza più come passato che in rapporto a un incerto futuro. Un romanzo tragico che racchiude in un centinaio di pagine tutta l'opera letteraria di Roth, la sua essenza.

A cura di Wuz.it


Le prime frasi

L'ho conosciuta otto anni fa. Frequentava il mio corso. Io non insegno più a tempo pieno, e se volessi essere preciso dovrei dire che non insegno letteratura: già da molti anni tengo un solo corso, un grande seminario di critica letteraria, per i laureandi, che ho chiamato Practical Criticism. Le mie lezioni attirano un mucchio di studentesse. Per due ragioni. Perché l'argomento presenta un'allettante combinazione di glamour intellettuale e glamour giornalistico; e perché le ragazze mi hanno sentito recensire libri alla radio o visto parlare di cultura alla televisione. Negli ultimi quindici anni fare il critico culturale in un programma televisivo mi ha reso piuttosto popolare, localmente, e per questo il mio corso attira le ragazze. Nei primi tempi non mi ero reso conto che parlare alla Tv per dieci minuti una volta la settimana potesse fare l'effetto che fa a queste studentesse. Ma le ragazze sono irrimediabilmente attratte dalla celebrità, per insignificante che possa essere la mia.
Ora, come sai, io sono molto sensibile alla bellezza femminile. Tutti hanno qualcosa davanti a cui si sentono disarmati, e io ho la bellezza. La vedo e mi acceca, impedendomi di scorgere ogni altra cosa. Queste ragazze vengono al mio corso, e io capisco quasi subito qual è quella che fa per me. C'è un racconto di Mark Twain dove lui scappa, inseguito da un toro, e quando si rifugia sopra un albero il toro alza gli occhi e pensa: "Voi siete la mia preda, signore". Be', quando le vedo in aula quel "signore" si trasforma in "signorina". Sono passati otto anni, dunque: io ne avevo già sessantadue e la ragazza, che si chiama Consuela Castillo, ne aveva ventiquattro. Consuela non è come le altre. Non ha l'aria di una studentessa, non di una comune studentessa, per lo meno. Non è una mezza adolescente, non è una ragazza sbracata, sciatta, pullulante di "cioè". È raffinata nel parlare, misurata, e il suo portamento è perfetto: sembra che sappia qualcosa della vita degli adulti, oltre a stare seduta, stare in piedi e camminare. Come entri nell'aula, capisci che questa ragazza o la sa più lunga delle altre o a questo aspira. Il modo in cui si veste, per esempio. Non è proprio quella che chiameremmo eleganza, la sua, e non ha sicuramente nulla di vistoso, ma, tanto per cominciare, Consuela non è mai in jeans, stirati o gualciti che siano. Veste con cura, sobrietà e buon gusto, gonne, abiti e calzoni su misura. Non per desensualizzarsi, si direbbe, ma per professionalizzarsi, veste come l'attraente segretaria di un prestigioso studio legale. Come la segretaria del presidente di una banca. Ha una camicetta di seta color panna sotto un blazer di buon taglio blu con i bottoni d'oro, una borsetta marrone con la patina della pelle più costosa e un paio di stivaletti alla caviglia intonati alla borsetta, e porta una sottana di maglia grigia un po' elastica che rivela le linee del suo corpo con tutta la malizia che può metterci una sottana come quella. I capelli sono acconciati con naturalezza, ma con cura. Il colorito è pallido, la bocca arcuata, anche se le labbra sono piene, e la fronte è tondeggiante, una fronte levigata di un'eleganza brancusiana. È cubana. I suoi sono prosperi cubani che stanno nel New Jersey, oltre il fiume, nella Bergen County. Ha capelli nerissimi, lustri, ma un po' grossi. Ed è grande. È una ragazzona. La camicetta di seta è slacciata fino al terzo bottone, e questo ti permette di vedere che Consuela ha due seni prepotenti, bellissimi. Noti subito il solco tra i seni. E vedi che lei lo sa. Vedi che, nonostante la compostezza, la meticolosità, lo stile cautamente soigné (o forse proprio per questo), Consuela è cosciente del proprio fascino. Viene alla prima lezione con la giacca abbottonata sopra la camicetta, ma cinque minuti dopo se l'è già tolta. Quando guardo di nuovo dalla sua parte, vedo che se l'è rimessa. In questo modo capisci che è cosciente del suo potere, ma che ancora non sa come usarlo, non sa cosa farne, non sa nemmeno quanto lo desidera. Quel corpo le riesce ancora nuovo, deve ancora metterlo alla prova, ci sta ragionando su, un po' come un ragazzo che cammina per la strada con una pistola carica e deve ancora decidere se andare in giro armato per difendersi o per iniziare una vita di delitti.
Ed è cosciente anche di un'altra cosa, una cosa che non potevo dedurre da quel primo incontro in aula: la cultura è importante, per lei, anche se in un modo antiquato e deferente. Non che sia una cosa da cui voglia trarre il suo sostentamento. Non vuole e non potrebbe — è stata allevata troppo bene e in un modo troppo conforme alla tradizione, per questo —, ma la cultura è importante e meravigliosa come nessun'altra delle cose che conosce. Consuela è la ragazza che trova affascinanti gli impressionisti, ma il Picasso cubista deve guardarlo bene, aguzzando gli occhi (sempre con un senso di fastidiosa perplessità) e mettendocela tutta per cogliere l'idea. Lei sta li, in attesa della nuova e sorprendente sensazione, del nuovo concetto, della nuova emozione, e quando non viene (non viene mai), si accusa di essere inadeguata e priva di... cosa? Si accusa di non riuscire a capire nemmeno che cosa le manca. L'arte che puzza di modernità non la lascia soltanto perplessa, ma anche delusa di sé. Vorrebbe che Picasso contasse di più, che operasse in lei qualche trasformazione, magari, ma teso sulla ribalta del genio c'è un telo trasparente che le offusca la vista e tiene un po' a distanza la sua venerazione. Consuela dà all'arte, a tutte le arti, assai più di quanto ne riceva, una specie di zelo che non manca di un suo fascino struggente.