Armi, acciaio e malattie. Breve storia del mondo negli ultimi tredicimila anni

Jared Diamond

Editore: Einaudi
Collana: Saggi
Anno edizione: 1998
In commercio dal: 01/01/1996
Pagine: XI-366 p.
  • EAN: 9788806148096

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recensioni di Piazza, A. L'Indice del 1999, n. 04

Dal titolo un po’ sibillino, ma con sottotitolo meno ambizioso e impegnativo di quello originale – "i destini delle società umane  – il volume di Jared Diamond (professore di fisiologia all’Università di Los Angeles e ornitologo apprezzato soprattutto per le sue indagini sul campo in Nuova Guinea) disegna una storia della nostra specie particolarmente avvincente sia per la vivacità della scrittura (molto ben resa anche nella traduzione italiana) sia per la passione con cui affronta di petto il nodo cruciale dell’evoluzione della nostra società: per quali ragioni gli Europei e, in parte, gli Asiatici hanno finito per dominare tutto il pianeta, mentre le popolazioni degli altri continenti – Africa, America, Oceania – hanno subìto il destino opposto, quello dei dominati?

"La sfida – afferma l’autore – è quella di trattare la storia dell’umanità come una scienza, al pari di scienze a carattere storico come l’astronomia, la geologia e l’evoluzione biologica": il primo passo per affrontare la sfida è quello di chiarire perché lo strumento quantitativo applicato (quando lo è) alle "scienze" storiche possa risultare insoddisfacente. La risposta è che la successione di eventi che costituisce lo sviluppo storico è irripetibile, perciò non riproducibile, perciò non suscettibile di controllo sperimentale. L’unico modo per saggiare ipotesi evolutive è il confronto tra aspetti diversi dell’evoluzione dell’umanità, per esempio saggiando la congruenza di cambiamenti biologici, culturali, archeologici, linguistici, ecc.

In altre parole, l’interdisciplinarità diventa lo strumento metodologico necessario per capire la storia della nostra specie e saggiare la validità dei modelli culturali che intendono interpretarla. Vi sono almeno tre ulteriori ragioni per cui, secondo l’autore, le scienze che si occupano della storia dell’uomo hanno avuto uno sviluppo separato da quello delle scienze cosiddette "hard" (la fisica, la chimica, la matematica, ecc.): prima di tutto la complessità, nel senso che i sistemi evolutivi, siano essi storici o biologici, sono caratterizzati da un numero assai alto di variabili correlate tra loro in modo non lineare, per cui non è al momento disponibile una matematica adeguata che non si limiti alla formulazione di tendenze statistiche medie, quasi sempre di scarso valore conoscitivo; quindi una scarsa capacità predittiva, che è una conseguenza della complessità; infine il meccanismo a catena di cause ed effetti, giacché le scienze evolutive si preoccupano di trovare non solo le cause prossime, ma anche le cause remote dei fenomeni.

Il libro di Diamond ha inizio con una parte introduttiva intitolata Dall’Eden a Cajamarca. Si tratta di una succinta esposizione della preistoria della nostra specie, dall’origine sino alla fine dell’ultima glaciazione, circa 13.000 anni fa, e della esemplificazione paradigmatica di due situazioni storiche reali: la diffusione dei Polinesiani nelle isole del Pacifico 3200 anni fa con insediamenti in ambienti ecologici assai differenziati, e l’invasione europea del continente americano da parte dei 168 conquistadores spagnoli di Pizarro (1533). La ben nota vicenda serve a Diamond per rispondere a una domanda che, mutati gli attori, i tempi, le circostanze, percorre tutta la nostra storia: perché non fu invece Atahualpa a sbarcare alla conquista della Spagna e a prendere prigioniero il sovrano spagnolo Carlo V? Le cause "prossime" sono facilmente identificabili: la superiorità militare basata sulle armi da fuoco, l’introduzione in America di epidemie di malattie infettive endemiche; la tecnologia navale, l’organizzazione politica tipica degli Stati europei, l’uso della scrittura; in altre parole: armi, acciaio e malattie, come recita il titolo del libro.

Ma "perché l’Europa aveva tutti questi vantaggi, e non il Nuovo Mondo? Il resto del libro è dedicato all’esame di queste cause "remote", individuando nella produzione del cibo mediante l’allevamento di animali e la coltivazione di piante (cioè nella diffusione dell’agricoltura) il fattore tecnologico cruciale dal quale, direttamente o indirettamente, sono derivati molti altri cambiamenti radicali nella nostra storia: l’origine di malattie caratteristiche delle popolazioni a contatto con animali domestici e ad alta densità; l’invenzione della scrittura avvenuta indipendentemente in poche aree geografiche ma sempre in quelle dove la produzione di cibo si era già radicata; il sorgere di innovazioni tecnologiche là dove il surplus alimentare ha permesso la formazione di tecnici specialisti dediti non solo alla produzione di cibo; l’introduzione di una organizzazione politica adatta alle esigenze di società agricole sedentarie e densamente popolate, con la stratificazione in caste preposte a funzioni diverse e con l’istituzione della burocrazia, mediante la quale si esercitano poteri di governo e di difesa del territorio. Ogni capitolo si riferisce a un fatto storico concreto localizzato in una realtà geografica diversa ma la domanda di fondo non cambia.

Analizzando le cifre riportate da Diamond constatiamo che: (a) delle 56 specie erbacee selvatiche a seme più grande (sono le più redditizie, ma costituiscono meno dell’1% di tutte le specie erbacee) ben 33 si trovano nell’area temperata del Mediterraneo; (b) tra gli animali mammiferi selvatici possibili candidati all’allevamento (che siano cioè terrestri, erbivori od onnivori, di taglia relativamente grossa) ne sono stati contati 72 in Eurasia, 51 nell’Africa subsahariana, 24 nelle Americhe e uno in Australia: di tutte queste solo 14 specie sono state addomesticate, 13 in Eurasia e una sola nelle Ande americane; (c) è molto probabile che le malattie infettive tipiche della nostra specie siano state causate da virus e batteri mutanti di patogeni già presenti negli animali domestici a contatto con l’uomo da molto tempo: cosicché insieme all’agricoltura gli Europei avevano la potenzialità di esportare molte più malattie di quante ne potessero importare; (d) le motivazioni "remote" che hanno guidato l’espansione delle lingue o delle famiglie linguistiche sono la produzione del cibo e/o il pastoralismo basato sul cavallo addomesticato per il trasporto. La conclusione è radicalmente semplice: non è stata la biologia a discriminare il mondo in vincitori e vinti, ricchi e poveri, Europei ed Asiatici rispetto a tutti gli altri, bensì la geografia, o meglio la diversa ecologia delle terre dove le popolazioni si sono originariamente insediate.

Naturalmente il paradigma ammette eccezioni, e una delle più interessanti è costituita dalla storia della Cina. Nell’epilogo l’autore si domanda perché la Cina abbia perso la sua ben nota supremazia tecnologica, documentata fino al quindicesimo secolo, bruciando l’enorme vantaggio accumulato nei confronti dell’Europa. La causa viene individuata (paradossalmente) nell’estrema compattezza politica, per cui la decisione di un despota e dei suoi cortigiani ha potuto cambiare il corso della tecnologia. Altrettanto paradossalmente l’Europa si ritrovò divisa in decine di Stati indipendenti in continua competizione, ma costretti ad accettare le innovazioni per poter sopravvivere: le barriere geografiche erano sufficienti a impedire l’unificazione politica, ma non la circolazione delle idee.

L’opera di Diamond è unica sia per l’ambizione del disegno, sia per la perentorietà della tesi di fondo: l’idea che siano state le innovazioni culturali a indurre la variabilità genetica è data per scontata e si va oltre, per argomentare che le innovazioni culturali non capitano in un luogo piuttosto che in un altro per caso: la natura del territorio, il clima, la fauna, la flora, addirittura il disegno più o meno frastagliato delle coste di un continente sono elementi determinanti nel fissare il destino di una popolazione, indipendentemente e a dispetto delle qualità culturali e intellettuali dei singoli individui che la compongono.

Mi è difficile dare un giudizio conclusivo su quest’opera. Ho soprattutto apprezzato la chiarezza dell’esposizione e la sicurezza della documentazione, efficaci nel dimostrare come la diversità umana sia il risultato di un processo storico nel contesto di una geografia che cambia nel tempo e soprattutto nello spazio: dunque un libro profondamente ostile a ogni forma di razzismo basato sulla pretesa differenza d’intelligenza tra popolazioni di diversa origine geografica. Si tratta anche di un appello agli studiosi di discipline diverse affinché integrino le competenze per rispondere a domande globali, senza il timore di affrontare problemi al di sopra delle proprie forze, in quanto l’approccio interdisciplinare dovrebbe permettere una capacità di soluzione e di controllo maggiore di quella propria di ogni disciplina presa singolarmente. Quanto tale metodologia possa essere applicata a problemi più particolari – per esempio di storia europea – non riesco ancora a prefigurarmi. Ho l’impressione che lo studio della variabilità genetica locale possa rispondere a un problema che il libro non affronta esplicitamente: le innovazioni culturali derivate dall’invenzione dell’agricoltura costituiscono la causa delle grandi migrazioni che hanno percorso la storia dell’umanità o sono indipendenti da esse? Probabilmente la risposta varia da situazione a situazione, e un’analisi della variabilità genetica con risoluzione adeguata di alcuni insediamenti critici potrebbe essere lo strumento quantitativo in grado di discriminare le due ipotesi.

Di fronte al tentativo di spiegare la superiorità scientifica e tecnologica degli occidentali tirando in ballo gli uomini e le loro presunte attitudini, Diamond reagisce non solo opponendosi all'idea in quanto razzista, ma soprattutto in quanto sbagliata, che non regge a un esame scientifico. La teoria dell'autore infatti si basa sul presupposto che le diversità culturali affondano le loro radici in diversità che sono sostanzialmente imputabili al caso: la posizione geografica e i fattori ad essa legati quali l'ambiente, il clima, il territorio.
Tredicimila anni fa alcune società iniziarono a coltivare piante e ad allevare animali. Fu un passo fondamentale nella storia del genere umano, che diede origine a una catena inarrestabile di eventi quali la formazione delle strutture pubbliche, la nascita della scrittura e della tecnologia. Per un caso fatale, tutte queste società pioniere si trovavano in Eurasia, dove per vari motivi biologici ed evolutivi viveva la quasi totalità delle specie adatte per essere coltivate o allevate. Armato di queste teorie Diamond riesce a convincerci "del perché gli occidentali siano riusciti a conquistare il resto del mondo, e non viceversa".