L' arte bizantina e l'Occidente

Otto Demus

Traduttore: M. Virdis
Curatore: F. Crivello
Editore: Einaudi
Anno edizione: 2008
Pagine: XXXIV-300 p., ill. , Brossura
  • EAN: 9788806191153
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Nonostante il progresso degli studi e la graduale messa in discussione dell'impostazione idealistica, spesso tradottasi in un anacronistico strumento di definizione dell'identità nazionale, della storia dell'arte otto-novecentesca, ancora oggi fanno di tanto in tanto capolino, in particolare in certe sintesi generali a uso di scuole e università, pregiudizi sorprendenti nei confronti dell'arte prodotta nel corso del medioevo nei territori dell'antico impero d'Oriente: in generale, non è del tutto scomparsa la tendenza a negare all'arte bizantina un'autonoma vitalità e, di conseguenza, anche la capacità di servire da stimolo, grazie agli innegabili e frequenti contatti culturali, allo sviluppo di nuove sperimentazioni e correnti nel mondo occidentale. Il discredito espresso da Vasari nei confronti della "maniera greca" toscana del secolo XIII, esteso impropriamente a tutte le manifestazioni figurative del Mediterraneo orientale, continua a esercitare, seppur stancamente, ancora un certo impatto sulla percezione generale.
In questo senso non si può che condividere la decisione della casa editrice Einaudi di proporre al pubblico italiano una traduzione dell'elegante e classico volume che raccoglie il testo delle sei conferenze dedicate all'Arte bizantina e l'Occidente che un grande storico dell'arte e bizantinista viennese, Otto Demus, pronunciò al Metropolitan Museum di New York nel 1966, per poi pubblicarle con una ricca scelta di illustrazioni e un efficace apparato di note presso la New York University nel 1970. In queste proponeva, con uno stile asciutto e distaccato e con un'ammirevole capacità di sintesi, una lettura della storia dell'arte occidentale dalla tarda antichità fino a Giotto (con alcune illuminanti aperture verso Tintoretto ed El Greco) da una prospettiva inconsueta, quella dei contatti e delle relazioni ininterrotte con la produzione artistica bizantina. Dopo un capitolo iniziale, in cui venivano indagate le modalità di trasmissione di modelli stilistici orientali attraverso le scarse testimonianze sui viaggi di artisti e la conoscenza di libri di disegni, manoscritti, icone e oggetti preziosi, si indagava il fenomeno del bizantinismo nella produzione carolingia, quindi l'apporto fornito dalla pittura orientale allo sviluppo dell'arte figurativa in età romanica; si proseguiva poi con un'analisi piuttosto minuziosa di contesti particolari come la Sicilia normanna o la Venezia del XII e XIII secolo, viste come centri propulsori di produzione artistica bizantina in seno al mondo latino, per poi dedicarsi al complesso e affascinante problema del contributo dello stile dinamico tardocomneno alla genesi del gotico e di quello che più tardi fu definito "stile 1200". L'ultimo capitolo si interrogava poi sugli stimoli che gli artisti della seconda metà del Duecento e degli inizi del Trecento (nella fattispecie Duccio, Cimabue e Giotto) potevano aver tratto dalla nuova tendenza classicheggiante e morbidamente pittorica della pittura della prima età paleologa.
Il volume di Demus mantiene ancor oggi un suo fascino ed è utile soprattutto in quanto permette di rovesciare il punto di vista tradizionale e apprezzare l'intensità del contributo bizantino allo sviluppo dell'arte occidentale, intendendolo non certo come un rapporto di filiazione o derivazione, bensì come una forma dinamica di interazione culturale e come un complesso processo di appropriazione e rielaborazione di modelli formali a cui fa seguito lo sviluppo di manifestazioni artistiche originali e innovative; in altre parole, la tesi fondamentale è che lo studio della pittura bizantina sia servito agli artisti occidentali come strumento per la riscoperta e la valorizzazione delle tendenze naturalistiche e classicheggianti mai interamente sopite nell'arte dell'antico impero d'Oriente. D'altra parte, il lettore deve essere anche consapevole, come avverte Fabrizio Crivello nella presentazione, dei limiti che immancabilmente rendono quest'opera un po' datata rispetto alle problematiche del dibattito scientifico attuale: si registra infatti la tendenza a considerare Bisanzio e l'Occidente come due organismi compatti, che interagiscono soltanto in un movimento da est a ovest, mentre oggi si tende a porre piuttosto l'accento sulla circolazione mediterranea di modelli culturali e artistici e a mettere in campo un maggior numero di "attori", tra cui il mondo islamico, gli Armeni, le comunità cristiane non ortodosse del Levante e, dal XII secolo in poi, anche l'apporto dei Latini insediatisi in Palestina, a Cipro e altrove a seguito delle Crociate.
Michele Bacci