Arte e cerimoniale nell'antichità

Sabine G. McCormack

Editore: Einaudi
Anno edizione: 1995
Pagine: XVI-438 p., ill.
  • EAN: 9788806130985
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MALTESE, ENRICO V., Dimensioni bizantine, Scriptorium, 1995
MACCORMACK, SABINE, Arte e cerimoniale nell'antichità, Einaudi, 1995
recensione di Gallina, M., L'Indice 1995, n. 9

Il cerimoniale di corte, assai più che altri elementi, distingue con nettezza gli imperatori della tarda antichità e di Bisanzio dai loro predecessori di età classica. Se in molti ambiti infatti è possibile individuare con correttezza il persistere di tradizioni classiche, laddove si affronti il tema fondamentale della glorificazione, sacralizzata e simbolica, del sovrano autocratore la discontinuità rispetto alla tradizione prevale sino a divenire dominante. Con Augusto invero, e ancora al tempo degli Antonini, l'imperatore si presentava formalmente come il garante mondano, seppur rivestito di alti postulati etici, della libertà e della prosperità della 'res publica Romana'. In seguito al regno di Diocleziano, tuttavia, i resti della coscienza repubblicana vennero meno, sempre più sostituiti dalla concezione ellenistica della divinità imperiale destinata a proteggere i governanti con una sorta di tabù sacro.
Come mostra Sabine MacCormack nel corso di uno studio magistrale (sulla traduzione italiana cfr. l'articolo di Amneris Roselli in questa pagina), decisivo fu per tale mutamento di prospettiva il ruolo svolto dal cerimoniale di corte a cui toccò, nel nuovo e rarefatto clima politico instauratosi con la tetrarchia, scandire il ritmo di vita delle grandi città dell'impero e i rituali della nascente chiesa cristiana. Sicché già Edward Gibbon, alla fine del secolo XVIII scriveva che "un osservatore filosofo potrebbe scambiare il sistema di governo romano con uno splendido teatro". Un "teatro" che si perpetuava con ieratica solennità e assoluto rigore formale, ma non senza significative varianti, al fine di propagandare, in funzione normativa e didascalica, i momenti salienti della vita di un imperatore: l'arrivo, le esequie con il conseguente processo di divinizzazione, l'ascesa al trono. Temi fondamentali nel cerimoniale della tarda antichità dato che offrivano "l'opportunità per rispondere sempre allo stesso interrogativo": quale fosse la relazione fra l'umano e il divino, quale il senso del mondo circostante. Temi altresì di continuo interagenti tra loro: le cerimonie funebri con la connessa divinizzazione del sovrano defunto erano parte integrante dell'accessione al trono del successore; non diversamente da come il solenne evento della visita imperiale non di rado poteva trasformarsi, nel caso in cui il potere del nuovo principe non fosse ancora ben saldo, in potente strumento di legittimazione e di espressione del favore popolare.
Inseparabile dal cerimoniale di corte - scandito da studiate cadenze, interventi gestuali, apparati scenici - era il panegirico, discorso celebrativo per eccellenza, rigidamente codificato, ricco certo di luoghi comuni il cui accesso c. è quasi precluso, e tuttavia destinato a giocare un ruolo cruciale nell'organizzazione del consenso. Dietro l'apparente codificazione la retorica si mostrò infatti capace di interpretare le situazioni contingenti e in primo luogo i cambiamenti verificatisi nel trapasso "da un mondo pagano classico a un mondo cristiano e post-classico e, infine, medievale". Così, per limitarci a un esempio, se nella cerimonia delle esequie la divinizzazione dell'imperatore fu sostituita da un rituale di impronta cristiana, per converso i motivi celebrativi dell''adventus' pagano furono assimilati dalla nuova fede che li adattò all'arrivo dei vescovi o li utilizzò, nelle arti figurative, quale modello per rappresentare l'ingresso di Cristo a Gerusalemme.
Ma soprattutto - ed è elemento di grande interesse - il contributo dei retori all'elaborazione dello spettacolo visivo non fu minore di quello offerto da artisti e da artigiani, impegnati a rappresentare nelle pitture o nei mosaici, sulle monete o negli argenti sapientemente incisi, quegli stessi episodi che il panegirista avrebbe poi descritto per il suo pubblico. Parola e immagine, dotate di una medesima e complementare forza di suggestione tendevano a coincidere e a produrre quel medesimo effetto di "splendido teatro" già avvertito con grande chiarezza da Gibbon. Così a partire dal IV secolo la narrazione degli atti imperiali si dissolse nella descrizione del cerimoniale, artifizio retorico e immagini si sovrapposero annullando qualsiasi gerarchia.
L'approccio "teatrale" ai fatti, dominante costante della vita tardoantica, si perpetuò nell'impero bizantino, sicché non è un caso se con un'analisi dello "spazio scenico" - dell'ippodromo di Costantinopoli, luogo privilegiato e istituzionale del dialogo o dello scontro, spesso marcatamente coreografici, tra imperatore e sudditi, e della chiesa, dove un'esuberante rituale liturgico contribuiva alla "spettacolarizzazione del sacro" - si aprono e si concludono anche le "Dimensioni bizantine" di Enrico Maltese. Una raccolta di saggi che si muovono tutti sul terreno, per Bisanzio ancora in gran parte inesplorato, delle strutture mentali e della psicologia religiosa, minuziosamente indagate entrambe al fine di cogliere, al di là dei diffusi pregiudizi, quale percezione i bizantini avessero di se stessi e quali distanze li separassero dal coevo mondo occidentale.
Il compito era arduo, ma in virtù di un'assoluta padronanza delle fonti originali - senza la quale non è possibile superare la cerimoniosa verbalità di quella civiltà letteraria - Maltese ha saputo addentrarsi nei meandri della mentalità bizantina senza mai perdere di vista l'uomo nel suo duplice rapporto con la storia e con la parola. Il medioevo greco, tanto spesso mal giudicato quanto poco conosciuto per i rilevanti sforzi richiesti dalla lettura delle testimonianze bizantine - "una farragine di fonti ancora troppo spesso inedite o mal edite" -, appare così in una prospettiva nuova, ricchissima di dati e di suggestioni difficilmente compendiabili in definizioni sbrigative giacché, malgrado la varietà dei temi trattati, non siamo in presenza di osservazioni fugaci o di prospettive isolate bensì di immagini armoniche dai contorni ben definiti.
Tra i molti possibili, suggeriamo alcuni percorsi di lettura: innanzi tutto la funzione paradigmatica del segno e del simbolo, evidente nell'ambito "cruciale della comunicazione tra il potere e i sudditi" così come nella sfera, altrettanto decisiva, dei rapporti tra fedeli e chiesa ortodossa. E poi la dicotomia tra trattatistica dotta e letteratura popolare che non implica tuttavia e necessariamente, benché talora lo si affermi, un'irriducibile frattura tra i due campi. Al contrario: talvolta come nel caso della misoginia bizantina, esse sono complementari l'una e l'altra concordi nel negare in base ai rispettivi e tenaci stereotipi - simbolo vivente della tentazione per l'ortodossia; perfidia, lussuria, avarizia nella trattatistica popolare - una positiva valutazione della donna, ridotta sempre e soltanto alla sua funzione procreatrice e mai elevata al ruolo di compagna con cui condividere la vita.
O ancora si rifletta su come il valore ideologico del culto degli angeli non si sia esaurito nella costruzione di una raffinata teologia armonizzante l'ordinamento celeste con le esigenze di legittimazione e di corretto funzionamento del potere autocratico. Ché la devozione per le schiere angeliche - e per converso il timore delle forze demoniache - si impose nella cultura popolare con forme proprie, tali da compromettere insieme all'"intrinseca unità del creato" anche il principio "del centralismo celeste" e con esso la dottrina "dell'unica autorità" politica, ciò che a Bisanzio si configurava alla stregua di una pericolosa e "blasfema eversione". Beninteso, non si tratta che di suggerimenti: altri percorsi il lettore attento saprà sicuramente trovare per conto proprio, affascinato anche dall'eleganza di una scrittura che nulla toglie al rigore dell'elaborazione concettuale.