L' autunno della signora Waal

Nico Orengo

Editore: Einaudi
Collana: Supercoralli
Anno edizione: 1995
In commercio dal: 1 gennaio 1997
Pagine: 128 p.
  • EAN: 9788806133955
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Descrizione

Liguria di confine, oggi. Un piccolo paese di voci femminili che parlano di problemi quotidiani, casa, mariti, figli, datori di lavoro. Perno del romanzo è la signora Waal, una anziana olandese arrivata in paese col marito alla fine degli anni Sessanta. Morto il marito, la signora entra in stretto rapporto con le donne del paese che vogliono trattenerla quando decide di tornare in Olanda. Per lei l'Olanda era una terra difficile da quando si era sparsa la voce calunniosa di una collaborazione coi nazisti del marito. Ma questo tormento non era finito nemmeno in Liguria, anzi alla vigilia del ritorno della signora Waal aveva ripreso forza. Voci del presente e voci del passato si incrociano a nascondere piccoli e grandi tradimenti.

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recensione di Bo, R., L'Indice 1996, n. 2

Seguendo la scia di una lieve foglia di eucaliptus che, preda del vento, dischiude e sigilla quest'ultimo, frammentista, romanzo di Orengo, penetriamo la realtà riposta e tutta analizzata al femminile di un paese sbattuto dal vento e arroccato tra Liguria e Francia: paese che osserva da una posizione privilegiata e con atteggiamento benevolo il flusso delle passioni che lo attraversano, coinvolgendo persone e cose provenienti dallo spazio situato oltre il confine.
Protagoniste assolute di queste pagine sono dunque le donne: da un lato il gruppo, variegato per età, condizione, intenti, di coloro che sono nate e vissute in quel luogo, e che espiano con ironia e dolore la propria ontologica condanna all'amore; dall'altro la signora Eveline Waal, una vedova di origine olandese straordinariamente disposta all'ascolto e capace di contenere, come una madre e più ancora, le angosce di queste donne-bambine che trovano in lei uno specchio per riconoscersi e nella sua casa, solare e piena di fascino, biscotti appena sfornati e profumi di infanzia per lenire i propri tormenti. A dispetto delle apparenze, la vita della quieta signora straniera non è completamente serena, n‚ priva di ombre: con il marito Peter, sospettato di tradimento durante l'ultimo conflitto mondiale, aveva abbandonato l'Olanda, tentando di rifarsi una vita al riparo dalle insinuazioni, prima in India e quindi in Italia. Qui Peter era morto, dopo alcuni anni di felicità, portando con sé (ma non del tutto!) il suo terribile segreto: gli strascichi della vicenda la coinvolgeranno ancora, e dolorosamente, in forma di strane visite e telefonate, o addirittura di vandaliche intrusioni nella sua privacy.
Così, nella corrente alternata di un erotismo disperato e ferito, che la signora Waal vive indirettamente attraverso i racconti delle sue giovani amiche e confidenti, e l'infittirsi del mistero legato al marito, l'ormai matura Eveline, a dispetto dei suoi interessi umani, del suo amore per tutte le cose e della sua fine sensibilità, conosce il suo autunno, con la stessa naturalità con cui anche l'estate vi approda ("l'estate, fra mare e collina, è andata ormai in settembre... In autunno ogni pianta si ricarica, s'affanna, si piega nella nuova acqua che torna a scorrere"). Ma è un autunno che velocemente volge verso l'inverno, l'isolamento, il silenzio, l'abbandono, il sonno lungo e appannato simile in qualche modo alla morte. Il suo unico desiderio è quello di partire, tornare ad Amsterdam per riposare accanto al marito: ormai sa che quello che sta ascoltando dentro di sé, quel suo inesorabile allontanarsi da se stessa non è altro che "l'arrivo della propria morte". Riconciliatasi finalmente con Théo, il figlio nato a Peter nel corso del suo primo matrimonio, la "straniera" parte, senza voltarsi indietro, come aveva desiderato, senza addii n‚ lacrime: scriverà una lettera, dice, per le sue "simpatiche e goffe figliole", una volta giunta a casa, in Olanda.
Una scena conviviale chiude il romanzo: nel corso della cena le donne del paese scoprono inavvertitamente qualcosa di molto significativo circa il passato del signor Waal, senza peraltro saperlo interpretare; ma, soprattutto, ricordano insieme Eveline con grande affetto, levando infine i calici a lei che era "madre e sorella... discreta, affettuosa, ferma... un'amica al riparo dei nostri tradimenti".
In questa complessa partitura di personaggi Orengo orchestra con sapienza le voci dure, a volte crudeli o volgari, delle donne del "coro", con quella pacata, enigmatica e spesso salvifica della solista, che sempre più sconfina in un silenzio carico di significati, in un discorso che nelle ultime pagine è fatto di pause evocative più che di parole. È il linguaggio stesso della natura - di una Liguria tanto cara quanto familiare all'autore, e oggi purtroppo sempre più rara - quello che la signora Waal pronuncia, una natura familiare, quotidiana, spicciola ma non per questo meno profondamente poetica (la luna "non... più grande di una lenticchia", i mandarini, le albicocche e le nespole che come piccoli soli stanno appesi sui loro rami, il viola tenero del fiore delle fave e il "cielo azzurro pronto a screpolarsi"). Il tutto contrapposto al "mondo che impazzisce", agli uomini (proprio nel senso di maschi, questa volta) violenti o banali e spesso malati che con un linguaggio impietoso le tante Terese, Luise, Caterine e Francesche evocano sulla scena raccontando le loro "alchimie amorose" vissute "sul filo del burrone". Sono i ritratti di queste ragazze che si sentono "estreme", che girano la notte armate di tirapugni, che vorrebbero uscire dalla gabbia di un paese che "non è un paese, è un orecchio" tanto è piccolo e pettegolo, a rimanere impressi nella nostra memoria, tanto più intensamente quanto più la cornice che li contiene, quella dell'esistenza di Eveline, che ha saputo accettarsi e accettare, è compiuta in se stessa, nelle sue zone di luce come in quelle d'ombra. Una donna che viene definita come una "straniera familiare", con un ossimoro affettuoso e pregnante, che ci piace particolarmente ricordare, perché sembra corrispondere a quello che, in fondo, tutti noi siamo, ai nostri stessi occhi.