Editore: Feltrinelli
Collana: I canguri
Edizione: 2
Anno edizione: 1994
Pagine: 132 p.
  • EAN: 9788807700538
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scheda di Papuzzi, A., L'Indice 1994, n. 9

Un marito siciliano e una moglie svizzera, nella prima metà degli anni sessanta. Un figlio, Claudio, morto di leucemia a cinque anni. Lo sfatto e disperato silenzio in cui la morte del bambino precipita la coppia. Il ricordo di un viaggio, compiuto dal padre, dal nord al sud, con la piccola bara. L'uomo sopravvive a se stesso. La donna scompare fra i barboni. Ritornerà soltanto quando il marito, bruciata ogni riserva di energia, è prossimo a morire, vittima di un colpo: legge le lettere che lui, emigrato, scriveva ai genitori, messe religiosamente da parte dopo la loro morte. Proprio mentre lo sta perdendo, comincia a scoprire chi fosse suo marito. Ecco i fatti su cui è costruito il romanzo d'esordio di Paolo Di Stefano, giornalista culturale del "Corriere della Sera". La malattia e la morte del bambino vi hanno una parte preponderante, con pagine dense di uno straziante realismo. Perciò si è scritto che questo è un romanzo sul dolore e sulla morte: "Baci nell'onda calda delle lacrime", diceva il titolo del "Corriere della Sera". In realtà questo non è un romanzo sulla morte, se non nel senso che la morte vi compare, con la sua ombra incombente e avvolgente: ogni atto, ogni cosa, ne vengono contaminati, come da una polvere che si depositi irreparabilmente su tutto ciò che ci circonda. Ma "Baci da non ripetere" mette in scena la crudeltà della vita. Non perché ci ricorda che la vita include la morte. Né perché ciò appaia un arbitrio del destino. La vita è semplicemente crudele in sé, eterna diaspora tra coscienza ed esistenza, e questo pessimismo è la sorgente della narrazione, che quanto più si allontana dalla morte di Claudio tanto più lascia affiorare una desolazione patetica che è il cuore della sofferenza: in fondo la morte, com'è pudicamente e teneramente descritta in queste pagine, ci emoziona e ci commuove, ma sotto il suo occhio freddo quella che avrebbe dovuto essere la vita si rivela un corrosivo compromesso, una sfibrante finzione. Potrebbe sembrare che sia la fine del figlio a separare i due protagonisti. Ma da che cosa erano realmente uniti? L'uomo è prigioniero di una nostalgia meridionale ancorata al dovere di riscattare la terra d'origine e la famiglia da una violenza traumatica che lo segna con la forza di una colpa ancestrale. La donna è svuotata da una ribellione ai genitori che è il muto rifiuto di un'altra violenza, religiosa questa, nutrita di pregiudizi culturali, intrisa di ossessioni razziste. La distanza che separa il marito e la moglie non viene esibita drammaticamente ma viene alla luce gradualmente: mi verrebbe da dire quasi dolcemente, piccoli passi ciechi verso l'orlo del precipizio. Non sono nemici, i due personaggi: vorrebbero amarsi con la forza dei disperati, ciascuno fingendo che l'altro sia ciò che non può essere. S'intuisce che il bambino, finché vive, è la fragile passerella che li mette in comunicazione. Ma il loro non sarà un dolore catartico: riusciranno a comunicare e comprendersi soltanto quando non potranno più parlarsi.