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I Balbi. Una famiglia genovese fra Spagna e impero

Edoardo Grendi

Editore: Einaudi
Anno edizione: 1997
Pagine: 376 p., ill.
  • EAN: 9788806144869

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recensione di Rocci, F., L'Indice 1997, n. 7

Se non siete genovesi, forse i Balbi non li avete mai neppure sentiti nominare, e anche l'autore, che pure nel capoluogo ligure è docente di storia moderna e che si è occupato con continuità delle vicende di quella terra, sente la necessità di chiedersi "perché i Balbi?". L'importanza del ceto al quale i Balbi appartennero è infatti fuor di dubbio, mentre la predilezione accordata proprio a loro dall'autore non è altrettanto scontata. Meglio conosciuti, anche in ambito locale, sono altri, come i Durazzo o i Brignole, per i quali esiste anche una maggior quantità di documenti disponibili.
Ma proprio per questo Grendi aveva da un lato più interesse nei confronti di un campo d'indagine meno esplorato e dall'altro era intenzionato a dimostrare come anche un gruppo familiare scelto "a caso" risultasse rappresentativo dell'intera fascia sociale di cui faceva parte. Egli nega infatti recisamente che esistesse un peculiare "modello Balbi", come pure un "modello genovese" a sé stante, ma riconosce piuttosto queste famiglie come parte di quel composito nucleo imprenditoriale europeo che estendeva le proprie reti d'affari e le proprie trame di potere sul continente e sino ai confini del mondo esplorato. I Balbi diventano allora rappresentativi della storia complessiva di un ceto. Attraverso la crescita e il declino di questa famiglia Grendi disegna la parabola dei protocapitalisti dell'età moderna, così che nella finale crisi dei Balbi egli può vedere "un salutare correttivo ai luoghi ormai comuni della recente enfasi capitalistica".
Edoardo Grendi, che è stato sinora particolarmente attento alle "microstorie", in parte conferma questi suoi interessi, ma qui in un certo senso si impegna anche a superarli. Se mantiene, infatti, la convinzione che la vicenda singola sia esemplificativa dell'universo più vasto e continua a prediligere la storia sociale e la storia economica, in questo libro egli pone le vicende dei Balbi a confronto con la realtà coeva degli altri centri italiani (Firenze e Venezia, anche se non esclusivamente) e di altre città d'Europa (con un'attenzione particolare a quelle in cui gli imprenditori genovesi furono i più attivi). Il libro affronta, inoltre, un arco cronologico assai esteso, che va dagli inizi del XVI secolo alla fine del Settecento, e temi molteplici: l'analisi economica, che fa da filo rosso delle vicende, si interseca con l'illustrazione degli avvenimenti politici, con l'esame dei rapporti fra i consanguinei e fra le generazioni, degli assi ereditari e delle scelte patrimoniali, sia intese in termini di puro investimento, che come indicatori di prestigio o declino sociale.
Enorme è anche la mole dei documenti, consultati negli archivi italiani, spagnoli, francesi, viennesi, aversani, fra cui si trovano contratti, pagamenti, impegni economici e accordi di collaborazione commerciale, insieme a lettere, testamenti e memorie. Sono spiegate con precisione le complesse relazioni del mondo finanziario, e con pari cura il lettore viene messo a conoscenza dei vari termini del linguaggio economico mercantile genovese dell'epoca, in cui si parlava, oltre che di "compagnie", di "nazione" commerciale o di "fratrie".
Lo spazio dedicato ai diversi temi e periodi varia, in primo luogo, proprio in ragione della disponibilità delle fonti; così la narrazione si concentra soprattutto sul XVII secolo, che, peraltro, fu il momento di massimo fulgore ed espansione della famiglia. Allo stesso modo, nonostante il suo interesse per inventari "post mortem", testamenti e contratti matrimoniali, attraverso cui è possibile ricostruire la consistenza di beni considerati meno "nobili", a causa della maggior quantità di documentazione esistente Grendi finisce per dedicarsi soprattutto all'indagine sulle proprietà immobiliari e sulle opere d'arte, settore in cui si mescolano considerazioni estetiche e politiche, come nel caso della sovrapposizione in un quadro di Van Dyck del volto di un nuovo membro del casato a quello di Giovanni Paolo, caduto in disgrazia.
Il volume segue uno sviluppo cronologico, ma alcuni capitoli si soffermano ad aprire parentesi tematiche. Si incomincia con gli esordi della compagnia nel Cinquecento, quando l'attività principale risiedeva nel commercio di seta e lana, mentre soltanto si affacciavano le prime ipotesi di impegnarsi anche in campo finanziario e si profilavano appena i futuri rapporti d'affari con gli altri imprenditori che operavano sui mercati europei. Si passa quindi al salto verso la grande finanza internazionale fatto dalla famiglia e dalla compagnia, destinate a procedere sempre di più da allora in poi di pari passo. La prima accumulazione di capitali garantì una base per operare su un piano di parità con i principali concorrenti sul continente e per sottoscrivere i titoli del debito pubblico spagnolo. L'autore si sofferma poi a esaminare come mutò fra Cinque e Seicento il rapporto della famiglia con il patriziato genovese, nel quale i Balbi riuscirono infine a essere accettati grazie al loro crescente potere economico, ai complessi accordi familiari e alle oculate strategie matrimoniali.
Vengono analizzate alcune proprietà dei Balbi a metà Seicento - la Biblioteca scientifica di Gerolamo è attentamente vagliata e posta a confronto con quelle coeve dei suoi conterranei - e indagate le strategie immobiliari dei Balbi, indicatore, oltre che delle loro accresciute disponibilità finanziarie, della loro progressiva ascesa sociale. Così il possesso dei dipinti e le opere commissionate ai maggiori artisti dell'epoca, primo fra tutti Van Dyck, furono frutto del gusto e dell'interesse personale di alcuni membri del casato, rappresentarono un investimento, ma ebbero anche la funzione di esemplare l'importanza e il prestigio di un gruppo familiare ormai affrancato dalla semplice qualifica mercantile.
Nella seconda metà del Seicento la crisi della compagnia si aggravò progressivamente fino a non essere più sanabile, anche se questo non rappresentò la fine della famiglia. All'inizio del secolo successivo un nuovo ramo, quello dei Balbi-Piovera, subentrò al principale. Questo avvicendamento non fu significativo soltanto sotto l'aspetto delle strategie familiari, ma anche sotto quello imprenditoriale, poiché i Piovera amministravano gli affari con una pragmatica moderazione ben lontana dallo spirito innovativo e dall'intraprendenza che erano stati tipici dei più attivi, ma più sfortunati, membri del casato a metà Seicento.
Il libro riserva l'ultimo capitolo a un omaggio alle donne della casa. Tutte le "ragazze Balbi", figlie, mogli, madri, sorelle, sposate e suore, dotate per il matrimonio o per il loro destino di badesse, sono tenute in grande considerazione da Grendi. Esse furono un elemento importante per stringere legami di parentela con altre famiglie, ma conservavano pure un ruolo di prestigio nei conventi, dove portavano con sé nome e patrimonio di un casato in ascesa. Alle vedove rimaneva l'effettiva tutela dei figli, nonché la responsabilità degli affari della compagnia e il potere di intervenirvi. Infine tutte le ragazze Balbi, sia che uscissero dalla famiglia, sia che rimanessero in casa, conservavano la disponibilità dei propri personali patrimoni, che vennero per lo più investiti negli affari comuni, tanto da rappresentare una delle basi per il successo e la stabilità della compagnia.