Categorie

Maynard Solomon

Curatore: G. Pestelli
Traduttore: N. Polo
Editore: Marsilio
Collana: Tascabili. Saggi
Edizione: 2
Anno edizione: 2002
Formato: Tascabile
Pagine: 420 p.
  • EAN: 9788831763462

(recensione pubblicata per l'edizione del 1986)
recensione di Baricco, A., L'Indice 1987, n. 2

La prima buona ragione per leggere questo libro è elementare, e puntualmente l'annota Giorgio Pestelli nell'introduzione: quasi non esistono in lingua italiana altri testi biografici dedicati a Beethoven. La circostanza, quanto meno curiosa, rende doverosa una grata accoglienza al lavoro di Solomon, ma sono poi certe sue anomalie di carattere metodologico e contenutistico a fargli meritare qualcosa di più che un'attenzione obbligata: qualcosa che ha a che vedere con l'ammirazione, con la sorpresa, con la fascinazione. Perché questa non è semplicemente una biografia utile, esauriente e autorevole. È una biografia anomala: che alle coordinate istituzionalizzate del genere biografico imprime sorprendenti correzioni, ricevendo in cambio il privilegio di seducenti scoperte. Sì che al lettore l'indagine condotta da Solomon intorno al personaggio Beethoven sembra a ogni passo custodire in filigrana una più generale riflessione sull'atto stesso dell'indagare, e su certe sue interessanti variabili. Una biografia che è in nuce un saggio sull'arte della biografia. Quasi due libri in uno. Resta l'ironica libertà di scegliere quale recensire.
Costruito, con ogni probabilità, attraverso la composizione di lavori parziali collezionati nel tempo, il libro di Solomon sfoggia una diversità non facilmente riassumibile con un'unica formula, e piuttosto avvicinabile mediante un sintetico censimento di suggestioni e anomalie diverse: prima fra tutte quella, tra tutte, più evidente: Solomon non è soltanto un musicologo, ma anche uno psicoanalista. Il lettore non si aspetti, con ciò, di assistere a una lunga seduta con Beethoven sul divano e una ridda di fantasmi intorno a lui, rubati all'oblio e al segreto. In realtà Solomon usa l'arma psicoanalitica con una misura e una prudenza che sorprendono, evitando di adottarla come unica e tirannica griglia interpretativa, e riservandola piuttosto per le incrinature più enigmatiche della personalità beethoveniana. Tra i frutti più convincenti di tale utilizzazione piace citare la ricostruzione dell'ambigua vicenda che segn• gli ultimi dodici anni della vita di Beethoven: la lotta sostenuta contro la cognata Johanna per la tutela del nipote Karl. Paradossale, per certi versi incomprensibile e a tratti grottesca, tale vicenda si arricchisce nel resoconto di Solomon di implicazioni psicologiche inattese e affascinanti che vedono intrecciarsi egoismi, amori inconfessati, odi violenti, nevrosi, meschinità e generosità come in una sorta di spettacolare psicodramma: in fine raccolto, e in certo modo spiegato, nell'immagine (chissà se vera, comunque bella) di un Beethoven che spinto dalla bruciante sperimentazione delle sue ultime opere sulla soglia di un'"esperienza patologica irreversibile", viene conservato alla vita e alla consapevolezza da quel mare idiota di carte bollate e processi, e riconsegnato a se stesso dalla figura antagonista di Johanna, "che reggeva davanti a lui lo specchio della realtà".
Al di là di simili, convincenti risultati, resta comunque l'impressione che la vocazione psicoanalitica di Solomon risulti decisiva non tanto nell'esercizio effettivo delle sue funzioni, quanto nel segno che lascia sull'impostazione generale dell'analisi dello studioso americano. Un segno che è riassumibile in due notazioni: la disponibilità a pensare il personaggio studiato come un personaggio irrisolto, e la capacità di interpretare come indizi non solo i fatti, ma anche i non-fatti, le assenze, i silenzi, certi inspiegabili buchi neri. La presa di distanza dal biografismo convenzionale diventa qui tangibile. Sembra scontato che il compito di una biografia debba essere quello di portare a unità il molteplice di una vita. Solomon, al contrario, sembra lavorare a scomporre l'unità di una vita in una molteplicità di personaggi e di logiche diverse imprigionate in un nome solo. La dolorosa coesistenza di una simile molteplicità è ciò che può sottrarre il personaggio studiato alla coerente unità che da lui pretende il biografismo tradizionale; è ciò che ne fa un'opera aperta, irrisolta. Come tale Solomon tende ad analizzarlo, consapevolmente o meno. Ed è in questo contesto che i non-fatti, gli spazi bianchi della vita di Beethoven, acquisiscono la pregnanza del segno, dell'indizio. Nella sua accurata lettura del testamento di Heiligenstadt, Solomon a un certo punto si arresta su un'inezia e si china a interpretarla: il fatto che per tre volte la penna di Beethoven, al momento di scrivere il nome del fratello, lascia inspiegabilmente uno spazio bianco e continua oltre, tacendolo. Un po' come cercare il segreto di una foto studiando il suo negativo. È un minuscolo esempio che tradisce una tendenza comune a moltissime pagine di Solomon.
Altra anomalia, meno seriosa e più divertente. C'è in tutti i biografi il sottile piacere di sentirsi un po' detectives. Ad esso Solomon aggiunge, con una certa logica, il vezzo di immaginarsi scrittore di polizieschi. Tale aspirazione, celata con una certa compostezza per gran parte del libro, si svela in grande stile quando il testo arriva all'annoso enigma dell'Immortale Amata. Com'è noto, la vera identità della signorina (o signora) in questione e oggetto ormai da decenni di dispute accademiche accesissime. Tutti i più autorevoli biografi beethoveniani hanno detto la loro, regolarmente sbugiardati dagli studi successivi. Solomon, bontà sua, è convinto di avere finalmente trovato la soluzione dell'enigma: e svela il fatidico nome. Ciò che importa qui è come lo svela: con una tecnica tipica da libro giallo e assolutamente estranea al genere biografico. Come il migliore Holmes smonta una ad una le ipotesi formulate dagli altri studiosi (che uno si immagina con la faccia un po' ottusa degli agenti di Scotland Yard), ricostruisce passo passo la genesi della famosa lettera all'Immortale, disegna una bella cartina utile al lettore per raccapezzarsi tra gli spostamenti (fondamentali) di Beethoven, a poco a poco stringe il cerchio delle sospettate e alla fine (solo alla fine) porta il lettore, sull'onda di astute deduzioni, al nome dell'unica donna che Beethoven amò riamato. Trenta pagine in puro stile Conan Doyle. Non è inusuale trovarsi davanti a biografie che romanzano la vita di un artista; quella di Solomon riesce a far di meglio: romanza il lavoro di indagine del biografo. Bisogna riconoscerle una certa spiritosa originalità.
Terza annotazione. Risale al romanticismo il postulato che la vita di un grande artista deve in qualche modo funzionare da certificazione della sua grandezza d'artista. Si sa, gli eroi devono essere giovani e belli: dagli artisti si è sempre preteso almeno un carattere decente, un destino un minimo spettacolare e sotto sotto un animo buono. Col tempo tale ottusa pretesa è sfumata sotto il peso delle insistenti smentite. Ma una certa reticenza verso tutto ciò che sa di negativo ha continuato ad accompagnare sotterraneamente il lavoro dei biografi. In questo contesto il lavoro di Solomon brilla per disincanto e spregiudicatezza: con una ferocia per l'appunto degna di uno psicoanalista egli ci restituisce un Beethoven personaggio assolutamente negativo, lasciando la grandezza dell'artista sospesa sul paradosso di una personalità fondamentalmente mediocre. Dal ritratto fisico ("alcuni suoi contemporanei lo definivano brutto, altri repellente") alla spietata analisi del deplorevole rapporto col nipote negli ultimi anni di vita, scorre l'immagine di un uomo arrogante, prepotente, spesso villano, lunatico, discretamente ignorante (curiosa la sua incapacità di spingere le sue nozioni aritmetiche al di là dell'addizione e della sottrazione), intrigante e dispotico coi parenti, irriconoscente coi benefattori, fanaticamente moralista. Su questo delizioso terreno Solomon riesce, con un gesto che risulta miracolosamente indolore, a innestare la grandezza dell'artista riuscendola a configurare (ed è questa l'ultima annotazione) con una nettezza e precisione di tratto che è rara in un biografo. L'intelligenza critica e la chiarezza con cui in questo libro è tracciata la parabola creativa di Beethoven sono assolutamente ammirevoli. E sorprendente è la conclusione a cui conducono: il ritratto dl un artista ancora interamente legato ai valori e alla sensibilità del settecento illuminista. "Beethoven continuò a sostenere gli ideali dell'Illuminismo, del Classicismo e di un'aristocratica eccellenza persino quando le condizioni storiche li avevano ormai resi anacronistici". È un Beethoven molto diverso dal profeta, dal prometeico esploratore del futuro che viene tramandato dai luoghi comuni della critica: è quasi un genio postumo che abita da esule solitario un ottocento non suo, portando ad estreme conseguenze un'avventura intorno a lui già finita. In uno scenario critico come quello attuale, che riesce a trovare il romanticismo già in Mozart, e che nella sua ansiosa ricerca di geni protoromantici non lascia in pace neppure Rossini, la posizione critica di Solomon sfoggia un'autonomia intellettuale che ha il sapore di una lezione.

Recensioni dei clienti

Ordina per
  • User Icon

    Fabio Menchetti

    01/12/2007 00.37.15

    Premesso che nonostante la passione e lo studio quotidiano ritengo i libri di musica tra i più noiosi ed inconcludenti che vi siano, quest'opera di Solomon si presenta interessante. La figura di Beethoven è delineata, se pur a volte attraverso una linea investigativa discutibile, con competenza e lo stile ed i contenuti ne rendono accessibile la lettura anche ai meno esperti. Seguendo una struttura cronologica, l'autore ripercorre l'intera vita di Beethoven, contestualizzandola storicamente e cercando (forse insistentemente) cause e origini del carattere beethoveniano nella realtà psicologica del compositore, con parallelismi alle opere da lui scritte. Intento pregevole e realizzato con assoluta discrezione, ma ciò che ne risulta in parte danneggiata è proprio la parte musicale: l'autore evita giustamente di addentrarsi in sterili ed inopportune analisi, ma quell'inquadramento che realizza tanto bene in ambito storico e psicologico non trova un corrispettivo nella parte musicale; le pagine dedicate alle composizioni alla fine di ogni capitolo sembrano essere a volte una semplice formalità da sbrigare. Solomon è leale col lettore e chiarisce subito di voler impostare l'argomento dal punto di vista sopra descritto ma forse, data la professionalità, si poteva azzardare uno spazio ed un coraggio maggiore per l'opera beethoveniana. Alcuni capitoli, come quello iniziale, sono molto avvicenti e spicca particolarmente quello relativo al periodo eroico, che inquadra e spiega perfettamente i nodi cruciali di una questione sempre rimasta indefinita: in queste pagine Solomon trasforma la profondità dell'argomento in assoluta leggerezza, lasciando sbalordito il lettore. Altri capitoli però, come quello sull'amata immortale, sembrano appartenere più all'amatore che allo studioso e, ribadendo infinite volte gli stessi concetti, ci si chiede se la materia e il modo di affrontarla siano poi così interessanti per chi studi il musicista. Nonostante questa difformità e alcune mancanze, è un buon libro che vale la pena di leggere

Scrivi una recensione