Il bipede barcollante. Corpo, cervello, evoluzione umana

Philip V. Tobias

Traduttore: L. Comoglio
Editore: Einaudi
Anno edizione: 1992
Tipo: Libro universitario
Pagine: 185 p., ill.
  • EAN: 9788806130077
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recensione di Ardito, G., L'Indice 1993, n. 3

Tobias certamente non appartiene alla scuola dei paleoantropologi che amano attribuire a tutti i resti fossili da loro scoperti nuovi nomi esotici ed è ben conscio che attribuire comunque un determinato nome scientifico a un resto non significhi descrivere necessariamente una nuova specie. Non si può infatti definire l'appartenenza a specie diverse sulla base delle differenze morfologiche osservate in quanto, al giorno d'oggi, sappiamo che il differenziamento anatomico e la speciazione sono due fenomeni distinti o comunque non necessariamente correlati. Lo stesso concetto di specie, ampiamente dibattuto dai biologi contemporanei, si complica ulteriormente quando, come nel campo della paleontologia , si ha a che fare con specie fossili o "paleospecie" in cui non è possibile verificare l'esistenza o meno di una barriera riproduttiva che sta alla base del concetto stesso di specie, inteso almeno nell'accezione di "specie biologica" del Mayr.
Il lettore non troverà quegli aspetti a cui ci hanno un po' abituati i libri di Johanson su "Lucy" (Mondadori, 1981) o "I figli di Lucy" (Mondadori, 1990), ossia i racconti "in diretta" delle scoperte, con la ricostruzione degli ambienti "tutti calura e polvere" in cui avviene la scoperta stessa, con le citazioni degli scontri tra ricercatori appartenenti a scuole diverse, delle invidie suscitate e talvolta addirittura dei pettegolezzi che sembrano ormai entrati a far parte di una certa letteratura paleoantropologica. Niente di tutto ciò: Tobias si mantiene al di fuori di qualsiasi polemica, privilegiando esclusivamente lo studio dei grandi mutamenti morfologici e funzionali occorsi durante l'evoluzione degli ominidi. Il libro è suddiviso in tre parti, le prime due delle quali costituiscono il testo, ampliato e arricchito, di una conferenza che Tobias tenne all'Università di Sydney nel 1981, in sostituzione dell'allora quasi novantenne Raymond Dart, lo scopritore del
l' "Australopithecus africanus".
Più in particolare, nel primo capitolo vengono prese in considerazione le trasformazioni anatomiche connesse con il processo di acquisizione della postura eretta: trasformazione del capo, della pelvi, della colonna vertebrale, con ampie citazioni bibliografiche (oltre 250 titoli!) ma senza che queste ultime appesantiscano il testo o lo rendano tedioso, anzi facendo comprendere al lettore come le trasformazioni anatomiche dei diversi distretti corporei siano in realtà tutte interconnesse tra loro e l'acquisizione della stazione eretta possa essere vista come il motore primo dell'intera evoluzione del genere umano. Val la pena di citare tra i numerosi aforismi riportati da Tobias quello di Napier sul bipedismo: "La camminata umana è quell'attività distintiva nel corso della quale il corpo, passo dopo passo, vacilla sull'orlo della catastrofe".
Nella seconda parte del libro l'autore affronta uno dei suoi temi preferiti: "L'evoluzione dell'encefalo umano"; vengono descritti non solo i cambiamenti anatomici (aumento della massa cerebrale, evoluzione delle diverse parti, confronti tra i vari resti fossili ecc.) ma anche i risvolti sullo sviluppo dell'intelligenza dei nostri lontani antenati e sulle loro manifestazioni culturali. Il terzo e ultimo capitolo è breve, se confrontato con i due precedenti, ma costituisce la parte più importante del libro in quanto non solo rappresenta un approfondimento e un aggiornamento dei primi due, con dati più recenti sulle capacità endocraniche assolute e relative dei primi ominidi, ma riporta anche gli sviluppi sul dibattito intorno alla comparsa del linguaggio verbale. In base all'analisi dei calchi endocranici Tobias dimostra come il salto "quantitativo e qualitativo" del nostro cervello rispetto a quello delle scimmie antropomorfe si ebbe non a livello dell' "Australopithecus" ma soltanto a partire dall' "Homo habilis". È proprio questo "salto" che permette all'autore di avanzare l'ipotesi che il linguaggio verbale sia comparso sin dall'inizio del processo di ominazione, oltre due milioni di anni fa e non in epoca più recente come sostenuto da altri paleoantropologi.