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    Cristiano Cant

    30/01/2018 08:38:33

    L'ozioso Don Marzio, curioso protagonista della vicenda, è un amante della zizzania, dell'insidia, frustrato com'è perché sa e sente in cuor suo d'essere un uomo profondamente infelice. Egli non fa altro che dispensare in un caffè veneziano sussurri e facezie, cattiverie eleganti e sinistri mugugni, divertendosi a instillare in chi lo circonda il seme del dubbio e del pericolo, della diffidenza e del timore. Una doppia morale ben orchestrata all'ascolto, stupenda e magica invenzione che lega lo spettatore a un piano di tranelli e traffici loschi che è davvero un vertice di vera bravura. Tutto questo nelle umane strettoie del particolare, fra gelosie, rimproveri, turbamenti e mezze parole che investono la vita singola di ognuno dei coinvolti. Più in generale il testo è lo sfondo attraverso cui Goldoni mostra i cambiamenti di un tempo, di un mondo, di una società che si apre e che racconta se stessa uscendo dai chiusi interni di un salotto, un tinello, da dialoghi di stanze borghesi e che invece investe anche un paesaggio, uno scorcio, un'ambiente aperto. Come a dire una Venezia realistica, rumorosa e ricca col suo frastuono di passanti e mercanti, con le sue voci di popolo sparse nell'insieme. Non a caso è in pieno Carnevale che si apre la storia. Ma è ancora una volta dal basso che partono le giuste corde della buone azioni, del Bene e delle sue saggie trovate, dell'avvedutezza e del buon consiglio. Un garzone dal nome strepitoso, Trappola, si aggirerà fra i cunicoli della trama col suo piglio sagace, con la sua umanità variopinta ma sana, svelando o facendo capire pian piano le indegnità di un gesto, di un gioco. E' il tema del riscatto sociale che Goldoni esalta ogni volta, quella lezione che arriva dagli ultimi e dagli esclusi e che gradualmente sale nella considerazione e nella stima, livellando una volta per tutte quel divario fra i ricconi virtuosi e i sottomessi vessati. Una stilla di teatro magnifico e eterno, forse la più bella opera del Maestro.

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