Traduttore: M. Fortunato
Curatore: V. Gianolio
Editore: Einaudi
Anno edizione: 2000
Formato: Tascabile
  • EAN: 9788806152444
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    omar1982

    10/01/2005 22:53:42

    un capolavoro laconico,lievissimo e struggente.da non perdere,e da avere assolutamente nella propria biblioteca

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recensioni di Bertini, M. L'Indice del 2000, n. 11

Il destino critico di Maupassant somiglia un poco a quello di Colette: entrambi amati molto presto da un pubblico vastissimo, e non solo francese, sono stati ammessi tardivamente in quell'olimpo canonico che è la collezione della "Pléiade" (Maupassant nel '74, Colette dieci anni dopo); per entrambi, inoltre, questa ammissione ha coinciso con il momento in cui i critici si rendevano finalmente conto che la loro opera non era apprezzabile soltanto come trascrizione letteraria immediata ed efficace di una gamma di sensazioni particolarmente ricca. Al Maupassant dunque che Henry James, nel 1888, vedeva come un sublime cane da tartufi, per il quale la vita è un "concerto di odori", o al "poeta" amato da Benedetto Croce, la critica recente ha sostituito l'immagine più complessa e tormentata di un artista essenzialmente moderno, tragicamente segnato (come ben vide, nelle sue straordinarie pagine del 1944, Alberto Savinio) dal coesistere in lui di personalità diverse in conflitto tra loro. È l'immagine che ci trasmette, ad esempio, la monografia di Maria Giulia Longhi, apparsa nel 1994 nella collana Laterza "Gli scrittori".
Boule de suif,
che fu ammirata da Flaubert e che diede al suo autore celebrità e successo, aprendogli la via del giornalismo, appartiene alla produzione giovanile di Maupassant, in cui i tratti più radicali della sua originalità non sono ancora così evidenti. Ma può essere interessante considerarla ugualmente alla luce di questa rinnovata immagine dello scrittore, cui la traduzione accurata e sensibile di Mario Fortunato rende piena giustizia. Ci renderemo conto, in questa prospettiva, che la vicenda della prostituta Boule de suif, rotondetta e battagliera, che per un capriccio patriottico si rifiuta a un tracotante ufficiale prussiano, e dei suoi compagni di viaggio benpensanti, che per amore del quieto vivere la costringono, con mille ipocrite pressioni psicologiche, a ottemperare al suo dovere professionale, non è un innocuo bozzetto naturalista, ma un quadro in cui la realtà è rimaneggiata in un'ottica fortemente personale. Basta rileggere il testo alla luce di una pagina perspicace di Mario Picchi, curatore dell'edizione mondadoriana dei Racconti, scomparso prematuramente nel 1993: "Davanti agli effetti che produce la maniera pittorica di Maupassant, davanti al suo stile visionario che anche raffigurando una semplice sedia comunica un senso tragico, viene in mente il pittore olandese Vincent Van Gogh, del quale egli conobbe probabilmente certe opere come I mangiatori di patate, ma non le grandi e importanti. Un'affinità lega l'opera di Van Gogh con quella di Maupassant: il senso della tragedia incombente, la tecnica deformante che accresce l'effetto, l'uso del colore che agisce sull'occhio e sui sensi. I corvi del famoso quadro di Van Gogh li troviamo varie volte in Maupassant, e sempre come presenza sinistra e foriera di male. Anche l'accoglienza che i due artisti trovano presso il pubblico è dovuta agli stessi motivi: un'arte completa che agisce sul pensiero attraverso i sensi e si comunica in tutti indistintamente".