Bouvard e Pécuchet

Gustave Flaubert

Traduttore: C. Sbarbaro, M. Rago
Editore: Einaudi
Anno edizione: 1996
Formato: Tascabile
Pagine: XIX-367 p.
  • EAN: 9788806139681
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    Bartolomeo Di Monaco

    09/02/2003 16:24:07

    Il celibe Pécuchet e il vedovo Bouvard s'incontrano per caso sedendosi contemporaneamente sulla stessa panchina. Ciò che facilita l'avvio del-la conversazione è il fatto che, posando i loro cappelli a lato, si accor-gono che hanno avuto entrambi la stessa idea di scrivere all'interno della "calotta" i propri nomi. Se ne deduce, quindi, la loro diffidenza nei confronti del mondo. La divertente circostanza mi ha fatto ricordare che anche a me capitò d'incontrare nella mia vita lavorativa un collega che legava alla scrivania con una cordicella la propria penna a sfera, nel timore che gliela rubassero. Non siamo fuori della realtà, dunque, e l'osservazione di Flaubert è assai perspicace e accusatoria. Il feeling tra i due è immediato. Entrambi sono impiegati: "Ognuno, ascoltando l'al-tro, ritrovava un aspetto di sé dimenticato" e la conversazione spazia subito su molti campi. Difficile trovare un fulminea e simpatica intesa come questa: "Per venti volte si erano alzati, si erano riseduti e aveva-no percorso il boulevard dalla chiusa a monte fino alla chiusa a valle col proposito di separarsi, ogni volta privi della forza necessaria, trattenuti da un incantesimo." Bouvard, più alto di Pécuchet, "camminava col cappello all'indietro, il panciotto sbottonato e la cravatta in mano", Pécuchet, più piccolo, "spariva dentro a una finanziera marrone, procedeva a testa bassa sot-to un berretto dalla visiera appuntita." Li accomuna anche il fatto di essere copisti, Bouvard in una ditta commerciale e Pécuchet presso il Ministero della Marina, e di amare lo studio. Mai combinazione più pro-pizia pare essersi incontrata sotto il nostro cielo: simili e complementa-ri, perfino nella risata: "Anche le loro piccole debolezze si compensava-no a vicenda." E tre nomi di battesimo ciascuno, addirittura: François, Denys, Bartholomée per Bouvard, e Juste, Romain, Cyrille per Pécu-chet, e entrambi di anni quarantasette! E in possesso di una bella scrit-tura alla quale dovevano il lavoro. Tutto questo non è un miracolo? Dotati di grande cu

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scheda di Martelli, E., L'Indice 1996, n. 7

Bouvard e Pécuchet sono due curiosi "bovaristi scientifici", fedeli ai testi divulgativi del positivismo quanto Emma lo era agli autori romantici e, come lei, destinati a veder fallire la sperimentale applicazione delle loro letture all'ambito quotidiano. Flaubert mette in opera una vera e propria azione di terrore contro le idee reèues, il sapere acquisito che si sedimenta in forma di stupidi e pericolosi dogmatismi. Il primo volume resta tuttavia incompiuto; nel secondo i due protagonisti avrebbero probabilmente dovuto coronare la loro "éducation littérale" copiando tante citazioni quante ne sarebbero servite a mettere in evidenza la insensatezza del loro progetto. In questo sottisier avrebbero trovato posto tanto una battuta di Emma Bovary quanto il nome dello stesso Flaubert a testimoniare la vertiginosa portata eversiva del testo. La nuova edizione Einaudi mantiene la traduzione di Camillo Sbarbaro e, limitatamente al "Catalogo" e al "Dizionario", si affida a quella di Michele Rogo. Pur mancando lo "Sciocchezzaio" e l'"Album della marchesa", non privi di relazioni con l'officina del "Bouvard", la compresenza dei tre testi, accompagnati da una precisa nota bibliografica e dal saggio integrale di Queneau apparso nel 1947, rinnovano l'interesse verso questa estrema e impareggiabile lezione flaubertiana di stile.