Il brevetto del geco

Tiziano Scarpa

Editore: Einaudi
Collana: Supercoralli
Anno edizione: 2015
Pagine: 328 p., Rilegato
  • EAN: 9788806203115
Approfitta delle promozioni attive su questo prodotto:
Disponibile anche in altri formati:
Usato su Libraccio.it - € 10,80

€ 15,00

€ 20,00

Risparmi € 5,00 (25%)

Venduto e spedito da IBS

15 punti Premium

Disponibilità immediata

Quantità:
Aggiungi al carrello

Recensioni dei clienti

Ordina per
  • User Icon

    Gianluca84

    22/06/2016 22:38:31

    Letto in pochissimi giorni, perché nonostante lo stile vorticoso e i cambi di prospettiva, il romanzo è scorrevole, come lo era "le cose fondamentali". Per me Scarpa si conferma tra i migliori italiani contemporanei, ha una capacità pazzesca di cambiare registro, un lessico ricchissimo e poi s'inventa personaggi formidabili, con scene paradossali e anche divertenti. La storia è molto originale e infarcita di dettagli artistici e architettonici molto interessanti. Ho amato "le cose fondamentali" e questo romanzo, dopo molti e troppi anni di attesa, mi ha confermato il talento di questo grande artista.

  • User Icon

    aldo

    09/04/2016 09:41:55

    semplicemente bello,scritto bene,ricco,fuori da quello che ultimamente il mondo editoriale ci presenta

  • User Icon

    ant

    29/02/2016 19:46:35

    Un libro che ha due protagonisti, Federico, artista in declino e Adele un'impiegata che conduce una vita di routine. Per problematiche varie le vite di Federico e di Adele s'incrociano e danno vita ad un romanzo dove l'autore è abile a far risaltare esigenze comuni degli uomini e donne della nostra società e cioé: la ricerca della propria vocazione professionale, e di dare un senso alla loro esistenza. Curiosa la figura all'interno del libro "dell'Interrotto" che svolge una funzione tipo supervisore dulle vite di Federico e Adele e singolari le vicissitudini che accadono ai personaggi principali , tappe importanti che precludono all'incontro tra i due. Concludo estrapolando un passaggio in cui Adele si fa affascinare da un geco (e da qui il titolo del libro) sul suo muro di casa, e lo descrive evidenziandone le caratteristiche ""il geco ha una virtù speciale: sulla punta delle dita sono concentrate migliaia di minutissime setole, quasi quindicimila per millimetro quadrato.Ciascuna di esse si ramifica in centinaia di cigli , che hanno la punta a forma di spatola...C'erano scienziati che studiavano le dita del geco sperando di replicare le loro caratteristiche in un tessuto sintetico. Sognavano di confezionare una tuta per arrampicarsi dappertutto senza più bisogno di corde, cavi,rampini o ganci...proprio come potevano fare i polpastrelli del geco"" Singolare

  • User Icon

    Combiene

    03/02/2016 16:06:40

    Un pasticcio. Comincia con una premessa un po' respingente. Poi sembra ingranare, la parte dell'artista fallito è bella e feroce. Dopo però si perde completamente, l'altra parte è poco interessante e irrealistica, le due parti non si incontrano mai e quando lo fanno è per uno scontatissimo finale dal sapore antiabortista.

  • User Icon

    Claudia

    31/01/2016 12:14:02

    Il miracolo delle parole che creano mondi, si tratti del vorticare delle lettere nel vecchio tabellone in stazione o della flora e fauna nel parco a sud di Milano. Pura arte.

Vedi tutte le 5 recensioni cliente (dalla più recente) Scrivi una recensione

La letteratura di Tiziano Scarpa ha sempre vissuto un profondo conflitto: quello tra la percezione del mondo esterno e la sua ricreazione in uno spazio tutto interiore, un universo onirico nel quale si muovono ectoplasmi riemersi dalla propria psiche.

Ora, nel suo libro più importante, Scarpa sceglie di tematizzare la questione, declinando questo conflitto secondo paradigmi diversi, pronunciati da una figura misteriosa, L’Interrotto, anch’essa sospesa nel premondo della non-vita. Quella figura è l’autore fittizio dell’intera vicenda. Un autore costantemente sospeso tra una prosa di parole e una di cose: “Il mondo mi manca, e non ho altro modo di conoscerlo che attraverso le parole”. Sono parole per conoscere il mondo, ma sono anche, necessariamente, parole che creano un mondo altro e che perciò entrano in conflitto con quello reale.

Il punto è allora la presa, la possibilità di restare ancorati alla realtà, alla vita. Proprio come i polpastrelli del geco: aderiscono dappertutto, su tutte le superfici, “Tutte, tranne una: il politetrafluoroetilene”. Esiste perciò un luogo dove manca la presa, la falla si apre, e può essere una falla metafisica. Proprio da qui parte la storia dei cosiddetti Cristiani Sovversivi, un gruppo di disturbo sociale, improntato a un rispetto rigoroso della religione cristiana, di cui nel romanzo si racconta la genesi. Ma la trama è un dato marginale in questo libro, il plot procede a episodi, come un enigma da ricomporre. E tutti tornano a quel conflitto: parole che abbandonano i protagonisti e si prendono la libertà di non guardare il mondo; un’opera d’arte fatta con persone vive; un’altra che trasforma la realtà in parole. A tenere insieme il tutto, l’esuberanza della scrittura, nelle sue evoluzioni improvvise, e l’invenzione di episodi imprevisti, imprevedibili. Su tutto, poi, resta un’ipotesi di assoluto, l’assoluto della religione e l’assoluto dell’arte: un’ipotesi destinata a rimanere continuamente inevasa, proprio perché astratta, assoluta, priva di una presa sufficiente nel mondo reale. Le parabole dei personaggi cercano di tornare a quell’assoluto vivo, calato in un mondo che ha perduto la presenza del sacro.

Eppure non c’è nostalgia o dolore neppure nel fallimento: il romanzo è elettrizzato da una carica vitale, da un desiderio di farsi corpo e materia, da un’attesa della formula chimica che crea la scintilla di vita. Così, il discorso metaletterario si cala nel mondo e, senza alcuna predica o moralismo, disegna ciò che abbiamo perso, attraverso una storia paradossale. È un romanzo ambizioso, insomma, che chiede al lettore di smarrirsi nelle sue pagine, con la promessa di ritrovarsi alla fine: ritrovarsi diversi.

Recensione di Alessandro Cinquegrani.


Un romanzo vorticoso, vivace, profondamente contemporaneo, che attraversa le esperienze piú belle e angoscianti della vita: il talento, l’amore, la fede e la capacità di creare.

"Le parole non sono le cose. Partono sconfitte in partenza, ma alla fine le amiamo proprio per questo, perché quando riescono a farci vedere quel che non c'è - e quelle di Scarpa ci riescono - la sensazione è quella che la Storia la scrivano anche i vinti." - Tommaso Pincio

Ogni volta che inizio un nuovo romanzo di Tiziano Scarpa mi trovo nella medesima condizione emotiva: attesa, divertimento, attenzione e curiosità si combinano dentro di me in modo imprevedibile e piacevole. So già a priori che non sarò delusa.
Consiglio a ogni lettore di farsi avvolgere come me dalle parole e trascinare dalla storia, ovunque l’autore ci voglia portare: fatevi trasportare dal fiume senza opporre resistenza.
Le parole di Scarpa fremono, vorticano (il panico della lingua), scrosciano come le lettere del vecchio tabellone della Stazione Centrale che a Milano non c’è più: solo usando la stessa lingua dell’autore si riesce a descrivere questo testo.
Protagonisti un artista fallito, una donna infelice e sola, una società che si sta trasformando così tanto da non riuscire neppure a comprenderlo. L’arte è performance, video, macrofotografia, vita vissuta, morte. C’è chi riesce a trasformare tutto ciò in un successo e chi no. Questione di nascita, di carattere, di talento. Federico Morpio lo ha capito da tempo e in fondo sa perché lui non è stato capace di farlo.
Invece Adele non è ben consapevole di ciò che le manca: la vita vera, la natura, le relazioni con chi le sta attorno. Grazie a un piccolo essere vivente con cui entra in rapporto apre gli occhi e capisce. La sua conversione, iniziata con un minuscolo episodio casalingo, la conduce verso una sacralità inattesa: la spiritualità delle candele elettriche, un Dio fotoerogatore sempre disponibile, un Vangelo Cromatico immortalato in un’opera d’arte, un Cronovisore.
Tutto ciò che la modernità ha fatto entrare nella nostra vita può essere visto con un altro sguardo, ribaltato, antropomorfizzato, deificato. Tutto ciò che la modernità ci ha costretti a perdere può essere recuperato: i rapporti familiari, il sostegno reciproco, la fiducia, il lavoro manuale, il contatto fisico, la riflessione, l’etica, la religiosità. E se poi, partendo da questo presupposto, ci fosse modo di avere una rivelazione ancora più totalizzante? E se invece si andasse verso una deriva oltranzista?
Dentro al romanzo aleggia anche un voce fuori campo – l’Interrotto – che sottolinea continuamente come il non nascere, il non vivere non significa per forza non capire. Ma cosa? Che il senso dell’esistenza contemporanea va ricercato e recuperato con fatica? Che per migliorare il mondo è meglio non esserci?
Il romanzo di cui c’era bisogno, oggi. Il romanzo che torna a mettere al centro la lingua italiana, ma che al tempo stesso è privo di quella retorica di cui talora sono imbevuti quelli che la difendono. Il romanzo che racconta ciò che ancora non si vede: cosa sta accadendo nella nostra società, come ci stiamo trasformando, come diventeremo – forse – o come non saremo mai, ma avremmo potuto essere.