Brevissima relazione della distruzione delle Indie

Bartolomé de Las Casas

Editore: Mondadori
Collana: Oscar classici
Edizione: 7
Anno edizione: 1997
Formato: Tascabile
Pagine: 144 p.
  • EAN: 9788804425472
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(recensione pubblicata per l'edizione del 1987)
recensione di Pranzetti, L., L'Indice 1988, n. 1

"La cosa più grande dopo la creazione del mondo, fatta eccezione per l'incarnazione e la morte di colui che lo creò, è la scoperta delle Indie" (F. L¢pez de G¢mara). A questo straordinario avvenimento, definito nel 1552 dal cappellano e apologista di Cortés, inferiore soltanto alla "creazione del mondo" oggi si guarda non più con stupore e nostalgia utopica, come è accaduto all'epoca dell'invasione spagnola o come a un'occasione perduta da recuperare cancellando secoli di colonialismo, come è accaduto durante l'indipendenza, bensì come a una realtà da indagare scientificamente, prescindendo da una più recente ottica che aveva individuato vincitori e vinti come unici termini di uno scontro assai più problematico. I cinque anni che ci separano dal quinto centenario della "scoperta" dell'America non saranno certo sufficienti a colmare i numerosi vuoti, a dissipare i molti dubbi, a dirimere le complicate controversie interpretative che sostengono la fitta rete di cronache, relazioni, lettere e documenti, di cui è intessuta la storia della conquista. Nel quadro delle "celebrazioni" del fatidico viaggio di Colombo, la pubblicazione della "Brevissima relazione della distribuzione delle Indie" rappresenta un fatto esemplare. Esemplare innanzitutto per una delle chiavi di lettura proposta nell'introduzione di Acutis: la questione dell'altro e il concetto di relatività delle culture che stanno alla base di questo memoriale d'accusa dello sfruttamento dell'uomo sull'uomo; esemplare in quanto voce di chi della voce è stato privato con la violenza e insieme alla voce ha perso l'identità. Esemplare e problematico per la complessa personalità dell'autore, il padre domenicano Bartolomé de Las Casas.
Consacrato dai sostenitori come "apostolo degli indios", Las Casas fu censurato dai detrattori come attaccabrighe intrigante e paranoico. Nessuno studio, sia a favore sia contro, omette di riferire ciò che, peraltro, lo stesso Las Casas scrive di sé a proposito dei primi anni in cui è affidatario di terre e indios nel Nuovo Mondo; nel percorso che lo vede prima "encomendero" e poi razionalizzatore della "encomienda" (istituita nel 1503 dalla Corona Spagnola, per regolare i difficili rapporti tra conquistatori e indios che, in cambio di chimerici benefici, erano costretti ai lavori forzati nelle terre e nelle miniere degli "encomenderos") vi sono molte zone d'ombra. "Vi è spesso qualcosa di enigmatico", scrive Acutis "- al di là delle nebbie che velano quattro secoli di storia - intorno ai suoi gesti, intorno ai suoi movimenti, intorno a certe sue decisioni". Di fatto le sue contraddizioni portano lo stesso segno del conflitto tra potere centrale e potere decentrato, tra mondo vecchio e mondo nuovo e in più, rispetto a questo conflitto, contengono, in nuce, la praticità di soluzioni politico-sociali più moderne.
Più che colonizzatore pentito, egli è una figura di transizione in un'epoca in cui lo sfruttamento dell'uomo sull'uomo è regolata da codici indiscussi. I primi contatti con il Nuovo Mondo, Las Casas li ebbe giovanissimo, in Spagna. Per il Natale del 1499, suo padre, di ritorno dall'America gli porta in dono un giovane schiavo indio. Quel ragazzo resterà poco con lui perché nel 1500 verrà ricondotto nella propria terra per mandato della regina Isabella di Castiglia, contraria a qualunque forma di schiavitù delle popolazioni indigene che corra il rischio di essere ufficializzata. Già in questo episodio si va delineando il difficile rapporto che esiste tra potere centrale e potere decentrato, complicato dall'atteggiamento dei conquistatori propensi a una normativa metropolitana costantemente disattesa nella colonia. Las Casas arriverà nelle Indie nel 1502 ma la sua indignazione esploderà violenta solo nel 1514, anno in cui rinuncerà ai propri diritti sulla terra e sugli indios.
La sua preoccupazione per il pessimo trattamento riservato agli autoctoni - lavori forzati, castighi spietati, separazione dal gruppo e dal nucleo familiare - trova un momento agglutinante nella "Brevissima relazione", redatta nel 1542 e pubblicata dieci anni dopo. Il filo conduttore di questo 'pamphlet' è la pubblica denuncia dei misfatti dei conquistatori. Provincia per provincia, racconta scandalizzato le nefandezze dei capitani spagnoli; di ciascuno di essi omette il nome e affida a una serie di analogie e di metafore il loro identikit. Così Pizarro sarà uomo senza fede e senza parola e i mercanti di Germania, cui il re raggirato dai conquistatori ha concesso il regno del Venezuela, più disumani di crudelissime tigri e lupi rabbiosi, e Pedrarias D vila uno sciagurato governatore, un crudelissimo tiranno, un dissennato, vero strumento del furore divino. Tra gli eventi straordinari, il padre domenicano annovera gli "scempi e i massacri di genti inoffensive, lo spopolamento dei villaggi, delle province e dei regni dove quei crimini sono stati perpetrati". Ecco nelle parole dell'epitome la sintesi della "Brevissima relazione", punto di partenza per le dimostrazioni, articolate e motivate nelle altre opere pubblicate postume, dell'illegittimità della conquista. Dal punto di vista storico il trattatello è poco attendibile e l'iperbolizzazione delle cifre ha fatto si che per secoli fosse utilizzato dalle altre nazioni europee come arma contro la Spagna, dando così origine a quella che è passata alla storia come la "leggenda nera". Nel corso dei secoli la disputa fra lascasiani e antilascasiani si è arricchita di nuove argomentazioni. Dal punto di vista letterario è stato detto che con Las Casas la storiografia sulle Indie entra in una fase polemica, sicché la denuncia e l'iperbole, introdotta quest'ultima da Colombo, si radicano proprio in quegli anni come strutture portanti di molta letteratura latinoamericana. Da un punto di vista più umanitario, Pablo Neruda gli consacra nel "Canto Generale", il secondo posto dopo Cuauhtemoc, il grande martire dell'Anahuac, tra i "libertadores", facendo di lui un sindacalista 'ante litteram'. Dal canto suo, Jorge Luis Borges nella "Storia universale dell'infamia" sottolinea la "bizzarra proposta alternativa" che il "filantropo" Las Casas, impietosito per le fatiche degli indios nelle miniere delle Antille, fa all'imperatore Carlo V, di importare negri che sostituiscano nei lavori forzati le popolazioni indigene. La storiografia più moderna invece appunta la sua attenzione su un aspetto nodale dell'intera opera del frate domenicano: il rapporto metropoli colonia, e quindi corona - conquistatori, peninsulari - creoli. Accanto alla disputa teologico-morale che in Las Casas aveva visto il sostenitore dell'illegittimità della conquista e in Juan Gin‚s De Sep£lveda quello della "giusta guerra", si definisce una più sottile e articolata questione, sottesa peraltro anche nel saggio introduttivo, di interessi economici, capace di condizionare il successivo sviluppo della colonia e di ostacolare con ogni mezzo ogni forma di integrazione. Questa sanguinante testimonianza produce ancora oggi dolore e rabbia; dolore e rabbia che si avvertono nell'introduzione incisiva e partecipe, dolore e rabbia che si rinnovano nel lettore dell'elegante e rigorosa traduzione di Cesare Acutis, amico e studioso prematuramente scomparso.