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Cagliostro. La doppia vita e l'intrigo maltese - Frans Sammut - copertina

Cagliostro. La doppia vita e l'intrigo maltese

Frans Sammut

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Editore: Bonfirraro
In commercio dal: 16 ottobre 2017
Pagine: 176 p., Brossura
  • EAN: 9788862721721
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Gaia la libraia

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Chi era davvero l'eretico Cagliostro e come operò nel corso delle sue peregrinazioni tra le corti europee? Si recò davvero a Malta? Cosa scoprì di così tanto segreto da averne paura egli stesso? Nessuno ha ancora mai dimostrato, benché si dia per assodato, se il palermitano Giuseppe Balsamo e Alessandro Conte di Cagliostro fossero la stessa persona, ma di certo si sa che l'ultimo finì la propria vita nelle caliginose carceri della fortezza di San Leo, dopo aver truffato le corti di mezza Europa, in quell'occidente di metà Settecento che stava mutando radicalmente, raggiunto dal razionalismo illuminista. Frans Sammut, si sofferma proprio sulle origini storiche di questo personaggio, da quando a Malta, nel 1766, venne introdotto al noto Ordine dei Cavalieri. Tra riti egiziani, mirabolanti peregrinazioni, l'incontro con il misterioso Gran Maestro, re della Massoneria, e con la consorteria partenopea, si snoda nel libro un percorso umano, intrecciato e definito anche da un intelligente scandaglio psicologico, che fa dell'analisi di Sammut, indagine raffinata e condotta con rigoroso metodo storiografico.
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Cagliostro: una lente d’ingrandimento d’occasione

Quando un libro viene editato postumo, acquisisce già per questo un valore intrinseco che poi, giocandosi tutto sulla sfumatura di un concetto tipicamente mediatico come quello di “testamento letterario”, risulta essere più o meno sindacabile a seconda di chi l’ha scritto. Nel nostro caso, però, anche se il libro di cui parliamo, Cagliostro. La doppia vita e l’intrigo maltese (174 pagine, 16,90 euro, edito da Bonfirraro) fosse stato scritto all’inizio della carriera di Frans Sammut (Haz-Zebbug, Malta; 1945-2011), che ne è l’autore, poco importerebbe… Si tratterebbe comunque di un’opera editoriale capace di attirare a sé il giusto onore. A tal proposito ricordiamo che Sammut, già dalla seconda sua opera (La Gabbia del 1971) fu in cima alle classifiche e di lui si disse, proprio di quel periodo, che la letteratura maltese non aveva mai raggiunto un simile splendore.

Stiamo dunque parlando di un autore che, nel momento in cui decise di scrivere “anche” qualcosa su questo controverso personaggio di nome Cagliostro, aveva già raccolto oltre a una sterminata miniera di informazioni bibliografiche, anche l’esperienza necessaria adatta a confezionare un libro che tuttora non è facilissimo da classificare. E non perché manchi di un’essenza narrativa propria, o men che mai di una sua linea stilistica, figuriamoci; ma proprio perché è stato scritto come qualcosa che non nasce per essere il contenuto di un insieme di pagine, ma piuttosto di una chiacchierata all’aperto, in una qualche calda terrazza maltese dove, appunto, stai raccontando a degli amici chi era ‘sto tipo e quante ne ha combinate… E non ne stai parlando con lo scopo di fare vedere quante cose sai; ne stai parlando perché ti ha divertito scoprirle, e ti diverte farle sapere anche a chi ti ascolta stupito e curioso. Questa è una prima impressione che si può cogliere dalla lettura di questo libro. Solo la prima, ovviamente, perché poi basta leggere un po’ meglio per scoprire che il testo ha tutte le carte in regola per essere molto più che… un simpatico scambio di notizie e indiscrezioni. Anzi… si capisce che, per una volontà di sintesi di cui non conosciamo le cause, Sammut ha voluto regalarci in sole 174 pagine ciò che, a considerare dagli 83 documenti citati in bibliografia, avrebbe potuto sviluppare in almeno… diciamo… un cinque volumi?

Sammut compie dunque un riepilogo di informazioni generali che però non assumono mai l’indeterminatezza del vago; al contrario, chi non ha mai letto nulla su Cagliostro avrà subito dopo la possibilità di poterne parlare molto meglio di chi magari ne ha avuto un approccio accademico, dato che in “accademia”, e negli ambienti universitari in genere, non si aprirebbero mai dei capitoli su certi oggetti storici che Sammut, invece, non solo porge all’attenzione dei suoi lettori in modo chiarissimo e limpido, ma approfondisce anche come se si trattasse di elementi tutt’altro che marginali. Anzi, aggiungiamo, nella piena certezza che non siano affatto elementi di contorno. Ci riferiamo, nella fattispecie, alle accurate descrizioni di certe scene di vita quotidiana legate agli ambienti cari al protagonista, ma non solo. Si ha uno spaccato storico del diciottesimo secolo molto più ampio rispetto ad una lettura dove i richiami al periodo dei fatti potrebbero tranquillamente rimanere nient’altro che uno sfondo.

Qui avviene il contrario. Sammut non descrive Cagliostro, che vive nel Settecento. Descrive il Settecento attraverso Cagliostro! Tratteggia abitudini, modi di fare, costumi e vizi di un secolo “cominciato come una commedia e finito poi in tragedia”. Il suo personaggio, che comunque rimane il protagonista visibile del libro (o la sua causa materiale, come direbbe il Filosofo), diventa il pretesto… no… lo strumento narrativo e descrittivo più efficace per discutere a proposito di un intero universo fatto di tempi e spazi scanditi da ritmi e pratiche che oggi appartengono più al novero di una sorta di “fantascienza storica”, in quanto inconcepibili o troppo distanti dalle nostre. L’autore ci dimostra invece che buona parte di queste costumanze non solo hanno rappresentato una considerevole porzione di realtà; ma addirittura, la realtà storica che ci viene descritta in questo libro (e che in certi ambienti risuonerebbe forse come qualcosa di troppo fantasy) è costitutiva di quella odierna, e molto più di quanto si potrebbe immaginare.

Ecco in quale momento appare Cagliostro! Non ci riferiamo ad un preciso “momento di lettura”, ad una pagina precisa, quanto piuttosto ad un “momento finalistico”. Per Sammut, il “momento” ideale per parlare del Settecento, e delle cose limitrofe, è proprio questo Cagliostro che, viaggiando di paese in paese, soffermandosi in questa o in quell’altra corte europea, facendo amicizia con questo o con quell’altro personaggio, ci mette nella condizione di non potergli stare dietro senza entrare a far parte del suo mondo!

Quest’uomo diviene perciò punto di tangente tra la sua storia personale (e quella di chi gli gravita intorno) e la storia di un intero secolo. L’una e l’altra si scambiano, pur senza la ravvicinata intimità di un romanzo, battute e immagini. E queste immagini ci sono riferite e descritte, pur senza la scrupolosità di un saggio storico, in un modo assolutamente preciso.

Argomenti come l’alchimia, la massoneria, l’uso divinatorio della cabala, l’occultismo regolare e i perversi abusi dei potenti, vengono restituiti alla loro scandalosa storicità. E ci si rende conto che certe cose sono state, e forse sono, molto più attuali di quanto non si sia disposti a credere. Cioè, in certi salotti come in certi scantinati, avvenivano cose che hanno influenzato il corso degli eventi; e non per il “potere magico” ad esse riconosciuto da chi le praticava, quanto piuttosto per il fatto che chi le praticava era gente influente che, in un modo o nell’altro, è stata ingranaggio della Storia. Ci vengono perciò descritti episodi come lo “scandalo della collana”, che qualcuno conosce già perché forse ne ha sentito parlare in qualche puntata di Lady Oscar, e pensava fosse un fatto inventato; e invece si tratta di roba storicamente vera, incastrata in un volteriano connubio di cause ed effetti che poi, materialmente, ha prodotto cose molto più grandi e drammatiche, come la Rivoluzione Francese. Ma ci vengono descritti anche ambienti noti all’autore; una Malta molto meno turistica di quella che siamo abituati a vedere; un epicentro storico-geografico dove intrighi ed orge si mescolavano a misteriche ed iniziatiche sacralità. Passando poi per la Svizzera, per l’Inghilterra, e ancora una volta per la Francia, per poi giungere in una Roma sempre troppo difficile da capire e infine chiudere gli occhi, insieme al protagonista, nell’emiliana fortezza di San Leo.

Di tutto ciò, il filo conduttore è il palermitano, arabo, egiziano Cagliostro, sedicente conte, sedicente mago, sedicente qualunque cosa, pur di apparire come diverso da ciò che egli è in realtà. Ci ricorda qualcosa?…

La linea ironica dell’Autore, esattamente come un formulario esoterico, gioca su un’apparente invisibilità che fa da sostrato a tutta la narrazione; essa appare però perfettamente visibile a coloro che intendono raccoglierla, o che leggono il libro con la stessa ironia con cui forse è stato scritto: Cagliostro non è altro che la geniale ed allegorica descrizione di una certa categoria di uomini del nostro tempo, con le mani in pasta, collusi con milioni di mondi votati alla perdizione e al consumo smisurato dell’ego, persi nella continua “ricerca di qualcosa che non trovano” (sia essa una pietra filosofale o la rendita vitalizia maturata a fine legislatura; in ogni caso elisir di lunga vita…), aggrappati a funzioni (finzioni) sociali che hanno come scopo la mera realizzazione di un’apparenza momentanea e sfuggente ma comunque agognata, anche più della vita stessa, e del suo significato. Un correre dietro quell’astrattezza esistenziale che almeno, ai tempi di Cagliostro, si vestiva ancora di fascinoso mistero; mentre oggi somiglia più ad un inarrestabile conato di vanità.

Insomma… uomini che sono tali perché Cagliostro, e molti insieme a lui, lo sono stati prima di loro.

Si scopre così che l’oggi a cui siamo abituati non ha creato nihil ex nihilo, ma che è frutto di un modo di essere maturato molto, molto tempo prima… Certe personalità che oggi fanno risplendere le prime pagine delle riviste gossip hanno a vantaggio, dalla loro, solo una notorietà mediatica che nel Settecento era impensabile; eppure nessuna di esse può dirsi una novità del nostro secolo. Esisteva già questa gente contorta e ingannatrice, ambigua e carrierista, solo che non esistevano ancora le telecamere e gli obiettivi delle macchine fotografiche.

Ma esiste comunque la Storia, che veste mantelli troppo lunghi per non lasciare sempre qualche traccia sulla sabbia del tempo. E così, anche se questo passa imperturbabile, certe cose si vengono a sapere lo stesso. Sammut le ha sapute e le ha scritte (e credeteci, solo in piccolissima parte!). Ma ne ha lette molte, molte di più! La sua descrizione della vita di Giuseppe Balsamo (questo il vero nome – forse – di Cagliostro) è talmente minuziosa che davvero ci chiediamo come sia possibile, ancora oggi, con tutto questo materiale documentario a disposizione su di lui, continuare a contornarlo di un’aura così leggendaria!

Forse è necessario, perché sappiamo quanto l’odore della leggenda abbia attirato i curiosi sulle tracce della verità. E quindi, in fin dei conti, non ci rinunciamo. Come non ci rinunciò Goethe, che quando si trovò a Palermo andò a cercare la famiglia di questo personaggio, per scoprire con i suoi occhi quale fosse il mondo reale da cui era venuto fuori questo elemento umano così attraente per un romantico come lui.

Stiamo dunque parlando di qualcuno che è esistito in un preciso modo. E quando, persino per un infaticabile minatore di informazioni come Sammut, alcuni dubbi rimangono attaccati alle rocciose pareti della Storia, ecco che è proprio lui il primo ad incoraggiare delle biforcazioni di possibilità sulla strada di una descrizione che, proprio perché precisa, non si prende mai il lusso di dare per certa una verità possibile piuttosto che un’altra. No. Frans Sammut riesce anche in questo: mantiene ferma un’immagine chiara di Giuseppe Balsamo, con alcune sue caratteristiche proprie che, da un certo punto in poi, non possono più essere messe in discussione e che lo mostrano per come egli fu; nello stesso tempo, però, ci dice (con l’aria di chi in fondo, scrivendo un libro, sta continuando ad imparare) che egli può aver fatto questa cosa o quell’altra, o forse tutte e due, o forse nessuna.

Non è dunque una cronaca né una biografia. Non è un documento storiografico, né un saggio storico canonico, né certamente un romanzo. Meno che mai si tratta di uno studio sulle derive spiritualistiche del Settecento o di un fumoso dossier su pratiche misteriose e sotterranee, o cose del genere.

Eppure, queste cose ci stanno tutte dentro, senza per forza dover essere incatenate alle esigenze di un genere letterario specifico. Come del resto ci stanno quando, tra un boccone e l’altro di fenek stuffat, le racconti a qualcuno che sta seduto alla tua tavola, e le metti tutte insieme sostenuto dalla curiosità dei tuoi commensali che, alla fine, e su questo si può star certi, sapranno bene che a raccontargliele sarà stato uno come Frans Sammut, e non uno qualunque.

Recensione di Nuccio Puglisi

 

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