Editore: Feltrinelli
Collana: I canguri
Edizione: 5
Anno edizione: 1992
Pagine: 192 p.
  • EAN: 9788807700187
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recensione di Ceserani, R., L'Indice 1991, n. 9

Ci siamo spesso lamentati per la quantità di giornalisti che scrivono romanzi e per la colonizzazione della nostra letteratura da parte di scritture corrivamente e banalmente "giornalistiche". Dopo aver letto questa bella raccolta di racconti di Gianni Riotta, proporrei di correggere le nostre troppo facili generalizzazioni: esistono giornalisti, e sono la maggioranza, che scrivono male quando fanno i giornalisti e altrettanto male quando si mettono in testa di fare i romanzieri, ed esistono invece degli intellettuali che hanno la passione dei fatti e delle idee, il gusto delle storie, delle atmosfere, dei sentimenti e sanno usare altrettanto bene, e con la giusta diversità e specificità, il linguaggio dell'inchiesta, del mondo descritto e analizzato, e il linguaggio del racconto, del mondo narrato.
Gianni Riotta ha imparato a far bene tutte due le cose. L'ha imparato, presumo, un po' nei territori della sua infanzia e adolescenza (che immagino di gran lettore di libri), in quella sua Palermo e in quella sua Sicilia che continuano a essere la maggiore fucina di talenti di cronisti e scrittori, e scrittori-cronisti, della letteratura italiana moderna (da Verga, Sciascia e oltre); l'ha imparato, fino a diventare caporedattore negli anni settanta, in quella grande scuola di giornalismo che è stato ed è "il manifesto" (di un giornalismo caratterizzato da passione intellettuale, gusto delle idee, ostinata appartenenza alla società dei bastiancontrari, amore nascosto o anche discretamente esibito per la letteratura); l'ha imparato in un'altra, diversissima, scuola di giornalismo, quella della Columbia a New York, tutta professionale e pragmatica, tutta mestiere e pochi fronzoli (dodici ore passate su un'auto della polizia in pattuglia nel Bronx, dodici passate nella sala di pronto intervento di un ospedale nero del ghetto, dodici minuti al massimo per scrivere, come prova d'esame, un pezzo con la sintassi e lo stile asciutto di Hemingway).
La qualità dei racconti di Riotta è certificata da un senso del ritmo narrativo svelto ed efficace, raro fra i nostri scrittori, forse istintivo, forse derivato dall'esperienza tutta particolare della vita di un cronista a New York, forse imparato alle scuole che dicevo. I suoi racconti sono alimentati, nel loro assetto tematico, dalla cronaca e dall'esperienza, dalle atmosfere politiche e culturali disorientate e stanche, dai "cambiamenti di stagione" degli ultimi anni in America, in Italia, in Germania, dalla crisi delle ideologie, delle mode artistiche e intellettuali, dal predominio delle filosofie deboli e negative, dai labirinti conoscitivi prodotti nelle nostre intelligenze e nella nostra memoria dall'universo tecnologico dei media. Il riscatto, come nei migliori prodotti della narrativa americana postmoderna di orientamento progressista (Doctorov, DeLillo), è affidato a un uso intelligente, colto, spregiudicato delle strategie rappresentative e conoscitive della letteratura.
Certo questi racconti, che sono stati attentamente, studiatamente scritti e assemblati, meriterebbero un'analisi altrettanto attenta e dettagliata. Mi limito a indicare uno degli aspetti più interessanti. La letteratura è essa stessa, forse, il tema unificante di questi racconti. Essa ha, fra le sue qualità principali, quella di portare una sfida all'esperienza e alla memoria facendo leva su una propria qualità intrinseca e costitutiva, e cioè l'essere essa stessa nutrita essenzialmente di memoria (intrecci di testi e tradizioni, intertestualità). Questa qualità viene qui, come nella migliore narrativa postmoderna, non solo tematizzata, ma indagata in profondo e riprodotta, come in una specie di rivitalizzata "arte della memoria".
Ne sono spia alcuni procedimenti. I nomi dei personaggi, per esempio, che vengono essi stessi dalla letteratura e dalla storia. Se l'architetto che in "Ethica, ordine politico demonstrata" prepara il progetto per un monumento alle vittime del terrorismo, fascisti e antifascisti alla pari - e si scontra in un finale cinematografico, con una neonazista irriducibile -, se si chiama Michele Serveto, il lettore è invitato a tirar fuori dalla memoria il nome del famoso teologo e riformatore spagnolo che fin per essere accusato di eresia sia dai cattolici che dai protestanti e per essere bruciato sul rogo a Ginevra. E se il protagonista del primo e più impegnativo racconto, "Curarsi di Ben Gunn", la spia che prima lavora alla Stasi a Berlino Est leggendo romanzi invece dei rapporti segreti e preparando dossier che sono saggi di critica letteraria ritenuti dai superiori messaggi in codice) e poi cerca di guadagnarsi la vita facendo l'idraulico nella nuova Germania, se egli si chiama Johan Gottfried Seume, il lettore deve tirar fuori dalla sua memoria la figura dell'illuminista tedesco che ha esattamente quel nome e che fu studente a Lipsia, soldato mercenario in America e nel 1802 fece un viaggio a piedi in Italia, sino a Siracusa, passando per Palermo.
Certo, e questa è un'altra spia interessante dei procedimenti di Riotta, parte del gioco sta anche nel far sì che mentre il vero Seume era un lettore dei classici e come filosofo pessimista e moralista preferiva Giovenale a Orazio, il nuovo Seume, spia inconcludente e vittima di giochi più grossi di lui, ama combinare alle citazioni di Orazio quelle di Fitzgerald e preferisce ai personaggi omerici quelli dell'"Isola del tesoro" di Stevenson (a cui accenna anche il titolo). Il procedimento è messo addirittura 'en abŒme': "Non leggo più - dice Seume a un certo punto -. Ripasso quello che ho letto. Chiacchiero con i personaggi, ma li confondo, mescolo le trame, Gulliver dà del tu a Tartarino di Tarascona, Sancio Panza discute con Patroclo. Un pasticcio". E la protagonista di un altro bellissimo racconto, intitolato "Pirandello a Bonn", scrittrice senza scritture e senza memoria, gli fa eco: "Sto rileggendo Orazio, Petrarca e "Piccole donne"".