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    alida airaghi

    21/12/2017 09:31:55

    Ci sono molti colori, in queste poesie di Scipione, che evidentemente non dimenticava di essere soprattutto un pittore: non solo i rosso-scuro e i neri dei suoi paesaggi romani, ma anche i gialli e gli ocra della terra bruciata dalla canicola, il verde dei campi, il blu di notti stellate. E c’è movimento di carne umana e di sussulti animali, in una fisicità totale poco innocente, gravata come da una colpa: «Mise le mani per terra ed era simile / ad una bestia. / La terra ha tutti i nascondigli, / gli scarabei ronzano nell’aria. / La testa alla radice dei capelli brucia, / le spalle si aprono, le viscere si commuovono». E ancora: «Gli odori colpiscono le narici, / le mani s’alzano a cercare / per toccare le cose create: / la pietra è fredda ‒ la carne è calda / e trascina intorno un fiato / che confonde la terra con il cielo». Poi di nuovo: «Un uomo nudo cammina: / è bianco come un albero senza corteccia / e tutte le cose create vogliono toccarlo. / E lui taglierà gli alberi / dopo aver goduto della loro frescura, / prenderà i pesci del fiume, / gli uccelli che volano. / Nell’aria c’è il fuoco, / il tuono scoppia / e la folgore scrive nel cielo / il carattere di Dio. / Il timore, il timore di lui / spezza il corpo nell’adorazione». Aveva ragione Amelia Rosselli quando nell’introduzione al volume scriveva dell’intensa religiosità percepibile in questi versi, nutrita forse di letture bibliche, e soprattutto dell’Apocalisse. Ma le divinità che governano il mondo allucinato di Scipione sembrano del tutto paganeggianti, faunesche, riecheggiando semmai le metamorfosi ovidiane, come in “Coro d’estate”: «Io sono la voce dell’albero che cade, / la mia corteccia sarà accarezzata / quando si vedrà che dentro sono bianco. / Le mie radici sono d’avorio e sono / nascoste ‒ la terra fine le ricopre. / Il mio corpo è rotondo, / l’aria sola mi toccava. / Gli uccelli hanno nidificato nei miei rami, / i loro occhi vedevano tutte le mie braccia, / le foglie li nascondevano”.

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