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Marco Buticchi

Editore: Longanesi
Collana: La Gaja scienza
Anno edizione: 2016
Pagine: 286 p. , ill. , Rilegato

83 ° nella classifica Bestseller di IBS Libri - Biografie - Biografie e autobiografie

  • EAN: 9788830446137


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Il maestro italiano dell’avventura affronta la sfida più ardua: raccontare la vita straordinaria e commovente di uno spericolato protagonista del boom economico. Suo padre.

Passione. È questa la parola che meglio descrive la vita di Albino Buticchi, qui narrata dal figlio Marco.

Passione per la velocità, per le automobili, per il petrolio, per il calcio, per le donne, per il gioco d'azzardo. Diversi amori che hanno caratterizzato, nel bene e nel male, l’ascesa e la caduta di uno dei più facoltosi uomini italiani della seconda metà del Novecento.

Nato nel 1926 a Cadimare, in provincia di La Spezia, ultimo dei sette figli di un riparatore di carrozze e una lattaia, Albino conobbe molto presto la fame, il freddo, la sofferenza, perdendo ancora bambino la madre e in seguito una delle sorelle. Durante la guerra seguì il fratello Fulvio unendosi alle file dei partigiani. Dopo una breve permanenza nella Legione Straniera, dalla quale disertò prima di essere inviato a combattere in Indocina, diventò con i fratelli contrabbandiere di gasolio e poi gestore di una pompa di benzina. Dopo aver sposato nel 1951 Maria Luisa Frunzo, con la quale avrà due figli, Nadia e Marco, affrontò il carcere, il fallimento economico del suocero e quello del suo stesso matrimonio, che naufragò a causa di un tradimento.

Marco Buticchi parla del padre con affetto, rivelando particolari poco conosciuti di una vita avventurosa, ma si sofferma anche sulla figura del Buticchi più conosciuto, descrivendo le gare automobilistiche cui Albino partecipò come pilota da corsa e dell’esperienza da dirigente dell’Associazione Calcio Milan. Soprattutto, racconta le contraddizioni e le debolezze di un uomo coinvolto in scandali legali legati alle sue relazioni e con il vizio del gioco d’azzardo. Ed è proprio per questa ossessione, cui era attratto fin da ragazzo, che spesso sperperò i suoi guadagni fino a perdere tutto il suo patrimonio negli anni Ottanta e Novanta e a tentare due volte il suicidio.


Le prime frasi del libro:

La Spezia, Ospedale Civile,
notte del 14 febbraio 1983

«È ancora vivo?»
«Sì, dottore», rispose l’infermiere. «A tratti è anche cosciente.»
Il medico abbassò gli occhiali sul naso, osservò le ferite e assunse un’aria scettica.
«Non è possibile essere coscienti, conciati in questo modo.» Immerse la garza in una soluzione disinfettante dal colore brunito e ripulì i bordi bruciacchiati attorno al foro d’entrata del proiettile. Ripeté l’operazione con quello d’uscita, sull’altra tempia e assai più grande. Dopo la disinfezione, applicò due tamponi candidi sulle lesioni. In pochi istanti le bende si macchiarono del sangue che continuava a fluire.
Nei suoi gesti non c’era la spasmodica fretta che di solito accompagna chi cerca di salvare un essere umano: per quanto aveva modo di vedere, quella vita era da considerarsi ormai irrimediabilmente compromessa.
«Non possiamo fare altro», aggiunse abbassando la voce, quasi non volesse farsi sentire dal paziente. «Non credo che arrivi a domani. Lì dentro dev’esserci solo poltiglia: è questo l’effetto di un proiettile quando colpisce il cervello. Mandiamolo a Pisa, loro sono più attrezzati di noi per fare miracoli. I familiari sono stati avvertiti?»
«Li stanno rintracciando. Nessuno di loro era a Lerici, stanotte.»
«Chissà che colpo, poveracci.»
«Chissà che colpo per l’Italia intera... Questa storia finirà sulle prime pagine di tutti i giornali. Ancora non riesco a capacitarmi. Un uomo così...»
«Sono proprio uomini come questi che, quando cadono, fanno più rumore degli altri.»

«Ho freddo...» sussurrò il ferito. «Mamma, ho freddo.»
«Mi sente, Albino?» chiese l’infermiere chinandosi sulla barella.
«Sì, la sento... Lei mi conosce?» rispose.
«E chi non la conosce, presidente.»
«Ho freddo... mamma...» ripeté, prima che la mente si annebbiasse e tornasse a vagare nell’incoscienza.

Montecarlo, quella sera, gli era apparsa meno sfavillante del solito. Eppure era San Valentino, la festa degli innamorati.
Aveva deciso che per lui era finita sin da quando, nel cuore della notte, era uscito dal Casinò di Beaulieu: lì aveva lasciato l’ultimo assegno a garanzia del debito che aveva contratto. Un debito colossale, cui si andavano a sommare gli assegni circolari che aveva portato con sé e cambiato alle casse di alcuni casinò.
Beaulieu era la terza casa da gioco che aveva visitato nel corso di quella maledetta serata e in ognuna aveva perso cifre da capogiro.
Due amici lo riaccompagnarono in Liguria. Lungo la strada da Monaco a Lerici, cercarono di attenuare la tensione con qualche isolata battuta.
Lui restava in silenzio. Ormai aveva deciso, e lo aveva anche farfugliato tra le rare parole pronunciate durante il viaggio di ritorno. Erano a poche centinaia di metri da casa quando furono fermati dai Carabinieri. «Presidente Buticchi! È lei?» disse il graduato riconoscendolo. «Siamo abituati a vederla al volante. Non l’avevo notata seduto al posto del passeggero. Buona notte di San Valentino», augurò il militare portando la mano alla visiera. Il maresciallo non poteva certo immaginare che, di lì a poco, lo avrebbe rivisto in tutt’altre circostanze.
«Buon San Valentino...» sussurrò Albino con quell’unico pensiero ormai padrone della sua mente.
«Vuoi che ci fermiamo a dormire da te?» chiese uno degli amici.
«Dormire da me? E per quale motivo?»
«Mi sei sembrato un po’... Insomma, un po’ giù. C’è qualcuno dei tuoi con te?»
«Alla mia età me la cavo bene anche da solo, ti ringrazio.»
«Non ci pensare, Albino.»
«A che cosa non dovrei pensare, Angelo?»
«A quello che hai perso... al casinò...»
«Che cosa vuoi che sia, per me. Se li ho persi, in qualche modo li rifarò. I soldi vanno e vengono...» rispose senza convinzione.
Nessuno, al di fuori di una casa da gioco, può avere la cognizione esatta di quali cifre possano essere lasciate su un tavolo verde. Spesso neppure lo stesso giocatore – che può ridursi a implorare perché gli sia concesso un nuovo prestito per rifarsi – sa con precisione quanto sta perdendo.
«Aveva ragione mio padre», mormorò Albino. «Non si arrabbiava perché giocavo d’azzardo sin da ragazzino, ma perché tentavo di rifarmi quando perdevo.»
«Non te la prendere, Albino», disse uno degli amici salutandolo davanti all’ingresso di casa.
«Non me la prendo più», rispose.
Il cancello automatico in ferro battuto della villa si richiuse alle sue spalle.

Recensioni dei clienti

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    ALBERTO GASPARI

    25/09/2016 11.57.54

    Bellissimo libro.Da consigliare.

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    Maria

    28/08/2016 18.22.22

    Commovente, coinvolgente e incredibile la storia di un uomo nato poverissimo e diventato uno dei personaggi di spicco del nostro tempo. Una vera avventura... questa volta vissuta dall'autore che è il figlio. da non perdere. superlativo.

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