Traduttore: V. Mantovani
Editore: Feltrinelli
Collana: I narratori
Anno edizione: 2013
Pagine: 381 p., Brossura
  • EAN: 9788807030529
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Recensioni dei clienti

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    Ella

    21/09/2016 20:21:39

    Non mi è dispiaciuta la storia, ma trovo questo libro senza infamia e senza lode. Alcune parti e alcuni personaggi potevano essere sviluppati molto meglio, inoltre il finale mi ha lasciato molto perplessa, con elementi inseriti a casaccio. Pur essendo stata una lettura piacevole, non credo comprerò altri libri della Erdrich.

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    Silviez

    15/11/2014 16:47:29

    A mio parere questo libro ha un potenziale che non è stato sfruttato. Le basi sono molto carine e poteva uscirne una bella storia ma il tipo di narrazione (o magari anche di traduzione) lo rende davvero troppo noioso. Non si identifica bene in un genere, sembra che l'autrice voglia parlare di tutto ma alla fine sembra quasi che non abbia parlato di niente. Mi trovo in difficoltà anche a descriverlo con un solo numero. Un po' l'ho apprezzato ma comunque non lo consiglierei ad un amico. Probabilmente proverò un altro romanzo di questa autrice, per vedere se questo è stato solo uno scivolone oppure se è davvero il suo stile.

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    rossano garibotti

    15/10/2014 22:51:48

    E' un romanzo che si apprezza lentamente, con lo scorrere delle pagine, soffrendone anche la scrittura prolissa, talvolta ostica; tuttavia vale la pena di arrivare fino in fondo laddove il senso e la qualità del romanzo si faranno compiute. Alla fine emergono buone capacità d'introspezione psicologica, e un affresco non completo, ma comunque significativo, della vita dei discendenti degli indiani nelle riserve. Nella mia valutazione, l'ultima parte del libro vale un punto in più e riesce a mettere tra parentesi certe stanchezze che talvolta ho trovato nella lettura.

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    ferruccio

    08/10/2014 14:19:22

    Un consiglio forse super scontato: non farsi mai impressionare dai giudizi in quarta di copertina...tanto meno dall'immagine di copertina. Non è propriamente un giallo anche se c'è il delitto; la narrazione procede a rilento e ci avvicina a quel mondo rappresentato dalla attuali riserve indiane in America. Quindi si impara qualcosa su tali contesti forse un po' dimenticati. In conclusione, un romanzo senza lode e senza infamia che avrebbe meritato un più alto consenso qualora meno prolisso.

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    lalla

    28/04/2014 11:23:29

    L'adolescenza spensierata di Joe termina quando sua madre viene aggredita e violentata. Il giovane indiano, con la sua esistenza serena tra famiglia ed amici in seno alla sua riserva, dovrà fare fronte alla depressione materna e al mutismo degli adulti, tra incomprensioni e la sua ribellione perchè messo all'oscuro del dramma familiare. Cercando risposte e giustizia, Joe s'improvvisa detective, conducendoci nella comunità indiana, i suoi codici di vita tra patrimonio etnico e modernità, e la sua difficile coabitazione con gli americani "bianchi". E' molto interessante scoprire la complessità del sistema amministrativo di queste enclavi indipendenti che sono appunto le riserve indiane, come uno stato nello stato; dove restano attaccate un razismo ordinario tra le parti, un fondo di cristianizzazione contro le credenze pagane, un attaccamento alle radici tribali con i racconti della tradizione tramandate oralmente e linguistica. Un libro di apprendimento, un passaggio dall'infanzia all'età adulta, tra eredità ed assimilazione delle civiltà. L'insieme del romanzo è scritto molto bene. Unica pecca, l'intrigo criminale un pò troppo lungo e poco coinvolgente. I personaggi non catturano più di tanto, nonostante le belle pagine sull'amore della famiglia e l'amicizia.

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    strummercave

    03/12/2013 14:22:32

    Bisognerebbe domandarsi se il più grande scrittore vivente, Philip Roth, affermando che questo libro è stupendo, abbia voluto essere ironico o se sia semplicemente vittima dell'incedere del tempo. Noioso e inconcludente, dice pochissimo sugli indiani delle riserve e delle loro tradizioni. Per quasi trecento pagine non c'è traccia di emozioni, ma l'apoteosi del nulla si consuma nell'imbarazzante finale. Mah!

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    Laura Siano

    29/11/2013 15:46:19

    Ma come ha fatto l'autrice a vincere il National Book Award? Lento e senza colpi di scena (per voler essere un giallo!)molto superficiale nella descrizione della cultura degli indiani d'America, faticoso da leggere, insomma per me una delusione.Peccato,l'idea poteva essere originale.

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    beniamino

    04/11/2013 21:41:20

    Un vero mattone! Non so cosa sono abituati a leggere quelli che l'hanno giudicato stupendo! Scritto male, lento da far scendere il latte alle ginocchia, non sono potuto andare oltre un centinaio di pagine, cosa che non mi capita quasi mai. Lo sconsiglio vivamente (già è scontato al 25%, il che è tutto dire).

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    Roberto

    24/10/2013 13:32:29

    Confesso di aver scelto il libro perchè attratto dalla copertina, il che spesso non è una buona idea. Comunque l'ho trovato molto deludente: come giallo è inconsistente, come romanzo di formazione leggermente meglio ma comunque un'aggregazione mal sviluppata di temi diversi. Per quanto riguarda la descrizione del mondo delle riserve degli indiani d'America non so, se fossi un indiano non credo sarei molto contento. L'impressione che se ne ricava è desolante, dove gli elementi che suppongo dovrebbero secondo l'autrice riscattare il degrado sono i rapporti interpersonali e le tradizioni. Ma anche qui il libro non "buca", non riesce a rendere le atmosfere o le emozioni, perdendosi in pedanti descrizioni di cibi, vestiti e racconti tradizionali che a fatica si riesce a ricondurre alla storia principale. Ultima nota: la traduzione. In più punti ho avuto l'impressione che forse ci fosse qualche problema anche lì, in uno ne ho avuto la certezza. Quando i ragazzi citano le parole di Guerre Stellari "aren't you too short to be a stormtrooper?" "short" (basso) è stato tradotto con "corto" (sempre "short" in inglese, ma con altro significato). Un errore un po' grossolano, nessuno darebbe del "corto" ad una persona. E bastava riguardarsi il film, al limite...

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    claudio

    23/10/2013 08:44:23

    A me è piaciuto molto. E' vero, non è un giallo, o almeno lo è solo in piccola parte: uno stupro e un omicidio da parte di un individuo che fin dall'inizio è facilmente individuabile. Ma la storia vista Joe, ragazzino di 13 anni che vive nella riserva indiana con parenti e amici, ti fa entrare nel mondo ancora poco conosciuto in cui vivono i figli dei nativi americani. Ricordo infine che la Erdrich con questo libro ha vinto il National Book Award.

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    Laura

    13/09/2013 22:20:42

    Incuriosita dalle recensioni ma già all'erta per il giudizio di Philip Roth "stupendo", autore che trovo piuttosto pesante, sono rimasta molto delusa da questo libro. Speravo di poter conoscere di più la realtà degli ultimi indiani d'America, di come vivono in queste riserve, ma l'autrice non ha dedicato spazio a questo approfodimento. Lento e dispersivo.

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    Paolo g

    02/09/2013 09:03:22

    E' vero: la trama gialla del romanzo si rivela essere un pretesto per dire altre cose, ma non è così forse anche per il miglior Simenon? E le "altre cose" sono dette veramente bene, talvolta raggiungendo la poesia, mai stancando ma coinvolgendo a mano a mano il lettore nel mondo della riserva indiana con cognizione di prima mano, considerato che l'autrice è discendente per parte di madre di nativi americani. Una galleria di personaggi credibili anche per la loro sfasatezza fa da contrappunto alla vita interiore di un ragazzo che cresce affrontando drammi più grandi di lui. Le incursioni nel mondo magico della religiosità indiana sono ben calibrate e funzionali, senza mai eccedere nel folkloristico. Brava Erdrich, questa volta Roth ha consigliato bene.

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    marcello

    24/08/2013 19:29:43

    Lettura di nicchia bellissimo coinvolgente e per molti versi intrigante. il mondo dei nativi americani e delle loro credenze coinvolge la trama in modo affascinante

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    marinella saiella

    21/08/2013 18:23:07

    Sono stata attratta dalle recensioni molto positive che ho letto su alcuni giornali e devo dire che, come spesso succede, sono rimasta molto delusa. Il romanzo è un ibrido: non è un giallo, perché l'indagine sul fatto criminoso si perde in mille rivoli e risulta alla fine noiosa e inconsistente; non è neanche un vero romanzo di formazione, perché la storia del ragazzino cresciuto nella riserva e costretto a diventare grande non interessa, è poco viva e coinvolgente.Posso dire che non c'è un personaggio simpatico, nel quale, almeno, ti puoi riconoscere...In ultimo, lo stile,lento, prolisso, ripetitivo non contribuisce a facilitare la lettura.Mi ha disturbato anche il fatto della mancanza di punteggiatura idonea per i discorsi diretti: già è difficile leggerlo, se poi non riesci a capire neanche quando uno parla....

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    Becky

    20/08/2013 16:32:03

    L'aspetto 'giallo' del romanzo non mi è piaciuto molto, troppo semplice e scontato per chi si aspetta di leggere un mystery. Direi piuttosto che è un bellissimo romanzo di formazione, dove il protagonista è costretto a crescere troppo in fretta a causa di un evento traumatico. Mi ha colpita il capovolgimento del ruolo genitore/figlio, non ho letto altri romanzi in cui sia descritto così bene. Ed è interessante anche la descrizione della comunità della riserva indiana e la bellissima storia d'amicizia. Per quanto riguarda lo stile, la narrazione a volte è un tantino 'criptica', non so se sia una questione di traduzione o se l'autrice voglia tentare di colpire con una prosa particolare.

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    camilletta85

    19/08/2013 22:47:00

    Attratta dalla copertina mistica con in primo piano un acchiappasogni immerso nella luce del sole in una foresta e dalle recensioni entusiastiche che associavano questo romanzo a Il Buio oltre la siepe e ai romanzi di Joe Lansdale, sono rimasta profondamente delusa. La casa tonda vuole fondere il genere legal thriller impegnato con il romanzo di formazione giovanile, ma a mio avviso non coglie nessuno dei due. La storia "gialla", cioè la violenza subìta dalla madre indiana del protagonista, su cui indagano privatamente il piccolo Joe e il padre giudice, è priva dello spessore che il lettore si attende e col tempo finisce quasi per non interessare più, soppiantata dalle scorribande di Joe e del suo gruppo di amici. Tuttavia anche la parte dedicata al romanzo di formazione non decolla e, soprattutto, sembra spesso fine a se stessa, priva di quella capacità di raccontare le atmosfere ed il contesto storico-culturale di riferimento proprio dei romanzi di Lansdale (come Tramonto e polvere e Acqua buia). E'vero che il libro più volte si sofferma sulla realtà degradata della riserva e sui soprusi attuati legalmente dal governo americano nei confronti della giurisdizione locale, privata del potere di decidere sui crimini commessi sul territorio indiana da parte di individui bianchi ma questi elementi di contesto non sembrano ben amalgamati e coordinati con la trama principale. Le antiche leggende indiane narrate dal vecchio zio Mooshum, invece, per come vengono presentate dall'autrice, sembrano ispirare più demenza senile che non saggezza popolare.

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Non si può leggere un romanzo di Louise Erdrich senza tenere a mente che la scrittrice è un’indiana Chippewa e che l’appartenenza ad una tribù indiana deve essere certificata con prove che mostrino un’eredità indiana per almeno un quarto di sangue. Perché altrimenti non riusciremmo a capire del tutto il profondo coinvolgimento, la conoscenza del folklore che non è esotismo superficiale, l’appassionato tentativo di farci avvicinare ad un mondo che lotta per la sopravvivenza, ad una gente - la sua gente - i cui diritti umani sono stati calpestati, che balzano fuori da ogni suo libro. Anche dal più recente, “La casa tonda”, che prende l’avvio da un crimine purtroppo frequente ovunque - una donna viene stuprata. Nella postfazione si dice che, secondo un rapporto di Amnesty International del 2009 (il libro è ambientato nel 1988) una donna indiana su tre verrà violentata nel corso della vita, l’86% dei colpevoli non sono indiani e pochi vengono perseguiti a termini di legge. Perché questo è uno dei punti chiave del romanzo: la donna che è stata vittima della violenza non sa dove questa sia avvenuta, le era stata messa una federa sulla testa, e, se la giustizia ha le mani legate nel caso non si sappia se il luogo fosse di proprietà statale, federale o tribale - a chi tocca emettere la sentenza?
Non è una famiglia comune, quella che è al centro de “La casa tonda”. Il padre del tredicenne Joe, protagonista ed io narrante del romanzo, è il giudice Coutts, la madre lavora nell’ufficio che gestisce le pratiche di appartenenza alle tribù - sa tutto di tutti. E la lettura preferita del giovane Joe è “Il manuale di diritto federale indiano”. Quando, una sera, Geraldine, la madre di Joe, non rientra, il marito e il figlio non si preoccupano subito. Lei ritorna a casa, è perfino riuscita a guidare l’automobile, non si sa come, perché l’uomo ha usato una violenza brutale su di lei. Geraldine è riuscita a scappare mentre lui andava a cercare i fiammiferi - aveva già versato la benzina, voleva darle fuoco. Il trauma è tale che Geraldine si chiude in un mutismo assoluto, rifiuta il cibo, non esce dalla sua stanza, sembra abbia staccato la spina e rinunci a vivere. Eppure deve sapere chi sia l’aggressore.
L’inizio del libro è molto bello, perché ci piace la spontaneità della voce di Joe che ci racconta di sé, della sua famiglia, dei suoi tre amici, soprattutto di Cappy che è quasi un fratello per lui. E questo - ci è subito chiaro - è un romanzo di formazione speciale, perché la prova che Joe dovrà superare, quella che segna il passaggio all’età adulta, è quanto di più difficile e doloroso si possa immaginare. Joe, la cui sessualità incomincia a svegliarsi, si deve confrontare con la peggiore violenza perpetrata su una donna e la donna è sua madre, deve misurarsi con l’idea stessa di giustizia, senza potersi capacitare di quanto la giustizia sia ingiusta, si trova infine davanti alla realtà della Morte che mette veramente termine a tutto, alle esistenze indegne ma anche a quelle luminose. Ma dentro al romanzo di formazione c’è anche il filone del thriller o del mystery: chi è il colpevole? Perché ha scelto Geraldine come vittima? E chi ha nascosto quarantamila dollari nella bambola trovata da Joe? E la bambola, di chi è, o di chi era?
La parte centrale de “La casa tonda” procede ad un ritmo rallentato con quelle che ci paiono digressioni. In realtà molto spazio è dato, forse perfino troppo, alle scorribande di Joe e dei suoi amici che servono, però, per prepararci a quello che succederà, e altrettanto ai racconti di storie indiane, tra la leggenda e il mito. Storie che parlano dei tempi in cui le praterie erano oscurate dalle mandrie dei bisonti e ad un ragazzo di dodici anni era stato ordinato di uccidere la madre che era posseduta da un wiindigoo, uno spirito del male. Non c’è altro da fare che uccidere la persona in cui si è incarnato un wiindigoo. Sarà il pensiero attorno a cui si arrovella la mente di Joe: ci si può fare giustizia da soli per fermare il Male, laddove non arriva il braccio della Giustizia dello Stato?
C’è tuttavia una resa dei conti, c’è una giustizia superiore, qualunque colpa si paga, prima o poi - è questa la lezione finale di un romanzo che non è perfetto, non è ‘stupendo’ come dice Roth, ma che è semplicemente bello e vale la pena di essere letto.

A cura di Wuz.it