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Traduttore: E. Cicogna
Editore: Mondadori
Anno edizione: 2007
Formato: Tascabile
Pagine: 404 p., Brossura
  • EAN: 9788804573494
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Recensioni dei clienti

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    Aldis

    03/07/2014 14.48.48

    La più immonda porcheria che mi sia mai capitato di leggere. Arrivato a due terzi, due o tre pagine dopo la morte del colonello, lo ho fatto a pezzi e buttato. Mi stava trascinando nello stesso stato di allucinata disperazione del suo autore, che, ritengo facesse ampio uso di LSD. Chi era in mia compagnia, mi ha detto che stavo diventando insopportabile. Dopo che mi sono liberato dell'immondo oggetto, sono rifiorito in poche ore. Mai visto niente di così vuoto, un abisso di vuota disperazione senza speranza, che per centinaia di pagine spiega che tutto è inutile, inutile fare la guerra, la si perde, inutile fare figli, 17 e tutti con lo stesso nome, vengono tutti assassinati, perfino il suicidio non riesce (non ricordo chi lo abbia tentato, tutti i personaggi hanno lo stesso nome, impossibile capire niente, se non ci si fa uno schema). Siamo tutti fantasmi prigionieri di un fato meschino, cattivo, crudele, incestuoso, cui non si prova nemmeno ad opporsi. Piuttosto, (ri)leggetevi I Malavoglia: anche quelli sono vinti, ma con dignità, e, almeno, si amano. In questa ignobile schifezza non c'è traccia di sentimenti che non siano odio, rabbia, rancore, putridume. E lo stile: lento, prolisso, farraginoso, confuso, ripetitivo. L'allucinazione onirica di una persona mentalmente disturbata. E lo dice uno che si è letto Moby Dick. Tutto. In lingua originale. Se questo abisso di vuota e fatalistica disperazione è quanto di meglio possa produrre l'America Latina, non mi stupisco che sia e rimanga bloccata nel suo stato di sottosviluppo.

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    Giuseppe

    15/06/2014 14.30.11

    Macondo è il villaggio immaginario di un inverosimile racconto vestito da fiaba. Il mondo è tanto recente da far pensare ancora che fosse piatto, non tutte le cose hanno già un nome e per parlarne bisogna tenerle davanti e indicarle col dito. José Arcadio Buendia è il fondatore del villaggio e la sua stirpe resta il cardine della narrazione. José Arcadio, sua moglie Ursula, i figli Aureliano, Amaranta e José Arcadio, e i numerosi discendenti con cui si rischia di confondersi nella lettura a causa dei nomi simili, avvicendano ostinati sogni utopici, ostacolati da singolari epidemie e sciagure: la peste dell'insonnia, un diluvio lungo quattro anni seguito da una siccità di dieci, trentadue guerre di cui nessuna vinta. Un secolo che trasforma la Strada dei Turchi - il centro del paese - in un fiorente centro di scambio. Vi passano zingari colti come Melquiades, e bananieri schiavisti, e il villaggio si piega alle invenzioni e alle scoperte, il treno, il telefono, la radio, ma disilluso impara a rifiutare ciò che inganna l'animo, persino le macchinose storie inventate dal cinema e dal teatro. La vita reale l'ha indebolito con meraviglie e drammi, poli di una clessidra che il destino capovolge meccanico e puntuale fino ad abbandonarlo in un labirinto di strade miserabili con appena qualche lampada accesa. Nel villaggio la solitudine si sussegue tra le antinomie e le consuetudini. Non è una condanna, ma un patto che ogni componente di sette generazioni osserva senza rendersene conto. L'amore sacrale è la vana cura del cuore. Si conserva nella camera di pergamene o in un nascondiglio pieno di monete, si costruisce in un infinito sudario o con pesciolini d'oro venduti in cambio d'oro dello stesso valore. Ad esso si contrappone una rara paura. Tutto finisce per marcire sotto il peso dell'antica premonizione di un bambino che nasce con la coda di maiale, ma forse è la salvezza di una ciclica centenaria Divina Provvidenza.

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    Gaetano Asile

    23/02/2014 13.40.16

    La penna di Marquez è una di quelle che si amano molto o si amano poco. Non sono d'accordo con chi dice che questo autore possa essere odiato. Resta uno dei libri migliori che ho letto, nel quale alla parabola discendente dei fasti dei Buendia, si accompagna una rassegnazione che si nota in uno riga man mano che procediamo verso la fine. In un lungo elenco di personaggi, che puntualmente nascono crescono e muoiono secondo una legge universale e inesorabile che qui ben si manifesta, appare costante la nostalgia, i cento anni di solitudine, che sono una cifra caratteristica di chiunque faccia parte della famiglia del Colonello Aureliano. Sicuramente da leggere e innamorarsene.

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    Claudio Mattera

    03/08/2013 12.21.22

    L'inizio sembra il preludio a un romanzo straordinario, ma l'entusiasmo del lettore segue la stessa parabola discendente dei Bunedìa, finanche al sospetto di trovarsi dinanzi alla sceneggiatura di una telenovela sudamericana. Gli ingredienti necessari (amore, tradimento e morte) ci sono tutti e tutti muovono la giostra perpetua degli "Arcadio" e degli "Aureliano" che, vivi o morti che siano, coesistono con naturalezza nel delirante scenario onirico dell'Autore che è Macondo. Il finale ultradecadente e allucinato interrompe una trama oramai divenuta flebilissima e riconduce il lettore al punto di partenza, come in un brutto sogno destinato a ripetersi all'infinito fino al risveglio. "Cent'anni di solitudine" va letto come prova che si può scrivere un romanzo anche non avendo una storia, basta mettere in campo la bravura, oppure, la follia.

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    Salvatore

    13/06/2013 05.41.39

    C'è poco da dire! C'è chi la ama e chi la odia! Tutti, però, devono al cospetto di quest'opera concordare che "è senza antenati". E quando si respira uno stile nuovo non si può votare insufficiente. La storia può essere noiosa (per me non lo è stata), ma lo stile davvero no, tant'è ch'è valso un Nobel. C'è chi non ama i Led Zeppeling ma non si può dire che quello non sia un groove nuovo caduto come una palla infuocata dal cielo. E' il caso analogo! PS: se i nomi possono annoiare, vi consigli di stamparvi l'albero genealogico dei Buondia disp. su wikipedia.

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    Dario

    28/05/2012 11.47.33

    Cent'anni di storia della famiglia Buendìa dal primo all'ultimo della stirpe che si susseguono sul cerchio della vita ripetendo nomi, situazioni, errori, vizi ... e chi più ne ha più ne metta. Una serie di solitudini fiabesche collegate tra loro e tutte legate alla misteriosa profezia di uno zingaro svelata solo nelle ultimissime pagine ... Se amate questo autore 'Cent'anni di solitudine' vi farà innamorare ancor più. Se non lo conoscete vi consiglio di iniziare da altri libri tipo 'Dell'amore e d'altri demoni'. Garcìa Marquez dimostra ancora una volta di avere una fantasia incalcolabile che in questo capolavoro straripa abbattendo qualsiasi argine catapultando il lettore in una storia dai toni fiabeschi dove però non si intuisce nessun finale ( lieto o tragico che sia ) ma si ha la sensazione di girare intorno ad un cerchio. Capolavoro unico, da leggere e rileggere con infinita attenzione.

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    chiara

    24/04/2012 00.57.57

    capolavoro! all'ultima pagina letta,chiudendo il libro,ho sentito che tutto il mondo di Macondo, che ormai mi circondava,veniva risucchiato nuovamente fra le pagine di questo libro. magia?

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    Valentina Colaiuda

    14/04/2012 16.03.30

    Penso che si tratti di un romanzo che "o si odia, o si ama". Nel mio caso la prima. Si tratta della storia della famiglia Buendià, fondatrice di Macondo, dalla sua nascita alla sua estinzione. Ma non una analisi "storica" eseguita in modo realistico, ma il racconto di vicende che vanno dal fantastico al grottesco. Le generazioni si intrecciano tra di loro sia nelle vicende, sia sullo stesso piano temporale perché comunque anche chi è morto continua a vivere sotto forma di fantasma e a far parte della storia. Sicuramente è un romanzo originale, ma il problema è la confusione tra le storie e tra i nomi (infatti decine di discendenti usano solo pochi nomi e in effetti non si capisce quasi mai di chi si sta parlando). Questo dà origine ad un romanzo confusionario, noioso che non si vede l'ora di finire per liberarsene. Non so se gli altri romanzi di Marquez siano costruiti in modo più ordinato, al momento non rischio. A causa della confusione non sono riuscita a cogliere il senso metaforico delle vite che in altre recensioni altre persone sembrano aver colto. In ogni caso, se doveste leggerlo, vi consiglio di stamparvi una genealogia della famiglia Buendìa che è facilmente reperibile in rete.

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    guglielmo aprile

    26/02/2012 12.13.21

    dell'uomo esce un'immagine come frammento risonante del magma della creazione, esplosione di energie antichissime, selvgge, irreversibili - che poi si organizzano in una danza, narrativamente. E tale energia è l'eros che la alimenta. E l'eros è furia strugente e divorante, arroventa le atmosfere, è domanda che attende per sempre una risposta. Non si spiega per quali ragioni nasca l'attrazione verso un'altra persona: è una cosa che ci connette all'enigma muto del nostro essere nel cosmo. D'altronde, le donne latine hanno una carica erotica inimitabile. O meglio, le popolazioni di tutta la fascia equatoriale del pianeta respirano il sesso a un grado più intenso, con naturalezza e fantasia, come affermazione gioiosa e ludica della loro vitalità, ludico abbandono. Colombiane, venezuelane, messicane...: sono più portate. Ci si allontana dall'equatore, e il sangue si raffredda. Sarà dovuto al caldo, agli eccessi della stessa natura, a influssi della flora sovrabbondante, delle piogge colossali, al turgore e al fervore in cui a tutti i livelli, animale e vegetale, si sviluppa prospera la vita. E anche il desiderio esplode in forme parossistiche, travolgenti. Le attività del pensiero appaiono futili, gli interessi della mente secondari, e si accantonano; solo i sensi, sollecitati al massimo dall'esuberanza dei colori e degli odori, si attivano a pieno regime e l'uomo segue il loro torrente in piena. C'è un personaggio, una ragazza di eccezionale bellezza e inconsapevole di quanto sia bella, che col solo profumo del suo corpo è capace di portare gli uomini a impazzire o ad ammazzarsi: l'innocenza contiene una vena di perdizione... Un romanzo sulla carnalità violenta e obnubilante che prolifera a contatto con la grande natura, sulla sensualità della stessa natura, sulla seduzione della femminilità latina... Questo, e molto altro, è 100 anni de soledad... guglielmo aprile

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    msbara

    21/12/2011 10.22.10

    davvero una delle opere più belle di tutti i tempi. a chi imputa scrittura ripetitiva e confusa(?!?!?) dico di riscoprire il significato e i modi dell'epica. vera e propria epica contemporanea. l'umanità nella sua più intima essenza. c'è un voto più alto di 5?

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    giorgio MENNELLA

    26/08/2011 19.44.11

    ho letto questo libro per caso:avevo intenzioe di portarne un'altro,poi,arivato a casa,mi sono accorto d'aver preso il tomo 2.Di quelli che avevo,lui era il meno probabile:non era stato gredito nè a mia moglie nè a mia sorella.L'ho iniziato dicendo che nn lo avrei finito.sono rimasto imprigionato dalla magia del racconto:un quadro astrato,una visione quantistica.bello,forse non un capolavoro assoluto,ma molto molto bello.cercate di lasciarvi alle spalle la logica,i sensi:come diceva cartesio:le percezioni dei sensi sono inganni dei sensi,leggetelo con la fantasia.

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    S.A.

    30/05/2011 08.16.34

    Ma.. non è che mi abbia fatto impazzire. Libro particolare, sicuramente non è una lettura per tutti, in ogni caso lo trovo estremamente sopravvalutato.

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    luca

    31/03/2011 17.59.27

    Ho appena finito di leggere il romanzo e la mia impressione è che, per l'assegnazione del Nobel a Marquez e a questo libro, si sia tenuto più conto della "novità" creata dall'apparire sulle scene mondiali una cultura fino ad allora ignorata (quella sudamenricana per intenderci), che all'effettivo valore dell'opera. La stessa infatti, non scende assolutamente in profondità nell'animo di molti di loro e non dice assolutamente nulla di nuovo di quanto non si sappia su quei popoli: che siano stati colonizzati? Lo sapevamo! Che compagnie bananiere si siano impossessate delle loro terre? Lo sapevamo! Che vivono in un mondo pieno di pregiudizi e riti alchemici e/o religiosi? Lo sapevamo! Che si chiamano tutti con lo stesso nome e fisicamente si assomigliano più o meno tutti? Lo sapevamo! Per cui, cosa mi lascia questo romanzo? Una selva di nomi tutti uguali tra cui confondersi, una serie di diavolerie assurde spesso immotivate (una che fa disegni sui muri con le proprie feci ? Un'altro circondato da farfalle gialle? Un altro ancora che appare dopo decine di anni e gli sparano subito in testa? Lutti che colpiscono la casa in continuazione come se fosse di colpo scoppiata la peste?) Insomma, tali vicende astruse e insensate devo confessare mi hanno a volte dato la sensazione di leggere del ghiaccio venduto agli esquimesi, per restare in tema col romanzo. Ho letto di molto, molto meglio.

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    giuseppe

    24/03/2011 13.07.12

    Storia monotona e banale. Troppo primitivismo senza senso per i miei gusti. Preferisco i classici russi.

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    Monica

    17/12/2010 18.38.21

    In una narrazione asciutta, intessuta di concreta magia, lontana da inutili sensazionalismi, si svolge l'epopea lunga cent'anni della famiglia Buendìa. Le premonizioni, i fatalismi, l'ineluttabile destino, l'oblio, l'erotismo, la solitudine governano le vite dei personaggi. A partire dai nomi che si ripetono di generazione in generazione, al pari di situazioni e pene dell'animo che presentano meccanismi già visti e destinati a partorire i consueti effetti, così la storia che non ha nè inizio nè fine, ma gira in tondo e semplicemente ad un tratto scompare senza lasciare traccia di sè. Inimitabile.

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    chiara

    05/11/2010 12.28.53

    Intenso...da tutti i punti di vista. Impegnativo nella lettura, visto l'infinito albero genealogico. Il romanzo a mio avviso piu' caratterizzante dell'autore. Un libro da leggere con calma, magari d'inverno. Io lo ho amato cosi' :-)

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    Michele

    22/10/2010 18.35.18

    Ero così entrato nella magia del libro da aver capito, due pagine prima, quale sarebbe stato il finale. E' un capolavoro, a partire dall'incipit, e il personaggio del colonnello Aureliano Buendia è, a mio avviso, una metafora della rivoluzione in America latina. Le passioni, le pulsioni, le sensazioni di questo romanzo rimangono per sempre nel lettore.

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    Luca Stringara

    25/09/2010 12.16.34

    Una narrazione tumultuosa, una favola insonne, una magia del racconto, un fiume di parole che sa di parto prodigioso, una maledizione che sa di fatesco, un dannato ritmo strategico e proletario. Marquez t'incanta, non con la grammatica, ma con il fascino di un enorme racconto da focolare. "Il segreto di una buona vecchiaia non è altro che un patto onesto con la solitudine." "La saggezza non vale la pena se non è possibile servirsene per inventare un nuovo modo di cuocere i ceci."

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    biribissi

    08/09/2010 12.40.44

    Il libro più bello che abbia mai letto. Lo feci comprare a mio padre come regalo per mia mamma a Natale del 1973 dopo che la mia affascinante insegnante di latino e greco ce lo consigliò con le stelline negli occhi. Da allora l'ho riletto almeno 5 volte e sempre ne resto affascinata. Anch'io ho amato moltissimo Amaranta e il col. Aureliano (in cui, nel mio immaginario, ho ritrovato il dolente Marlon Brando di Viva Zapata) e probabilmente se avessi avuto dei figli li avrei chiamati così anch'io come ha fatto Tito. Conservo come un cimelio la copia del 73 identica alla prima edizione (quella poi riedita da Feltrinelli per l'anniversario in formato ridotto) e un'altra che presi allegata a una rivista e, pur avendolo già, riacquistai. Alcune volte mi dispiace averlo già letto perchè indubbiamente è uno dei regali più belli da farsi e da fare. L'ho consigliato a decine di amici e amiche nel corso della mia vita e devo dire che alcune ancora mi ringraziano. Nel piattume di vita che spesso ci tocca vivere, specie in questi difficili momenti, questo libro è una finestra sull'immaginario, sul nostro cuore, sulle nostre emozioni e sulla bellezza della vita e dell'amore. Il mondo si divide in 2 categorie: chi lo ha letto e chi no.

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    Marco

    06/06/2010 01.31.03

    Cent'anni di solitudine è un capolavoro assoluto della letteratura mondiale e senz'altro il miglior libro del premio Nobel Gabriel Garcia Marquez. Questo non significa che sia un libro per tutti. Seguire l'intreccio degli Arcadi, e degli Aureliani può essere complicato ma non è neppure indispensabile. Chi conosce un po' la realtà latino americana lo amerà di sicuro. Si puo rileggere molte volte e trovare sempre qualcosa di nuovo.. il termine "realismo magico" è perfetto per definire questo magnifico libro.

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