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recensione di Miccoli, G., L'Indice 1995, n. 4

Nel febbraio 1946 tre vescovi tedeschi vennero nominati cardinali da Pio XII, nel primo concistoro del suo pontificato. Il primo a giungere a Roma fu quello di Berlino, il conte Konrad von Preysing, che tra i vescovi tedeschi era stato il più convinto avversario del regime nazista, vanamente impegnato per lunghi anni nel cercare di ottenere dalla conferenza episcopale una pubblica denuncia dei suoi crimini. Incontrando Hubert Jedin, il grande storico del Concilio di Trento, egli riconobbe che la punizione della Germania era giusta, inevitabile la perdita delle regioni orientali. Jedin ne provò un'enorme delusione: anche lui, come non pochi tedeschi che pur avevano sofferto del nazismo (era stato allontanato dall'università e si era rifugiato a Roma perché sua madre era di origine ebraica), trovava inaccettabile ogni riconoscimento di una "responsabilità collettiva", si rifiutava di ammettere che ciò che i nazisti avevano commesso in nome della Germania non poteva non ricadere sull'immediato futuro del suo popolo.
Si trattò di un sentimento complesso, largamente presente nel dopoguerra tedesco. Questo libro di Klee ne racconta un aspetto e un esito particolare: il largo aiuto che le gerarchie ecclesiastiche, tanto cattoliche che protestanti, prestarono a membri di spicco delle SS, esponenti del regime, responsabili di campi di sterminio, perseguiti dalla giustizia militare degli alleati, per favorirne l'emigrazione clandestina prima, per ottenerne la grazia o sconti di pena poi.
Del "soccorso" prestato a Roma ai nazisti da esponenti del clero di lingua tedesca, come monsignor Alois Hudal, rettore della chiesa nazionale di Santa Maria dell'Anima, si sapeva già molto. Hudal, del resto, non aveva mai nascosto le sue simpatie per la "rivoluzione nazionale" ed era sempre stato un fautore dell'opportunità per la Chiesa di trovare un'intesa con l'ala conservatrice del nazismo, isolandone la componente neopagana, e costituire così un compatto fronte antibolscevico. Klee vi aggiunge una documentazione impressionante sull'attività esplicata in Germania dalle Chiese per sottrarre alla condanna dirigenti autorevoli del partito e delle SS. Personaggi direttamente coinvolti nello sterminio degli ebrei, nella feroce gestione del lavoro coatto, nelle spietate rappresaglie delle popolazioni civili diventano, nel linguaggio degli esponenti delle Chiese, "meri organi esecutivi degli ordini superiori", e vengono presentati come "buoni e fedeli cristiani", che hanno dovuto operare come hanno operato "per la dura necessità imposta dalle esigenze militari".
È un libro appassionante e desolante: appassionante perché scritto con grande impegno civile, desolante per lo sciovinismo, il latente e persistente razzismo, talvolta la malafede dei suoi protagonisti: tutti "oneste e brave persone", incapaci però di misurare le enormità di cui furono per lo più spettatori silenti. La solidarietà verso il proprio popolo, che aveva impedito alle Chiese di dissociarsi dal regime durante la guerra, che le spinse nel dopoguerra a rifiutare a lungo l'idea di una responsabilità collettiva, le porta nello stesso tempo a solidarizzare con quanti risultano colpiti dai nemici di un tempo. Era e voleva essere anche un'autoassoluzione, come suggerisce Klee? Non ne sono del tutto sicuro. Certo però era ancora una volta la messa in campo di una scala di valori e di priorità che eludevano e rimuovevano l'atroce unicità della Shoah. Ma non furono i soli.